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USB-C per tutti: così l'Europa vuol ridurre i rifiuti elettronici
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USB-C per tutti: così l'Europa vuol ridurre i rifiuti elettronici

Sono 11.000 le tonnellate di rifiuti elettronici da smaltire ogni anno, solo nel vecchio continente: è l'impatto generato dai caricabatteria, secondo una statistica pubblicata dalla Commissione Europea, che dopo aver tentato a lungo di risolvere il problema affidandosi esclusivamente alla buona volontà dei produttori, intende ora forzare la mano, calando dall’alto una propria imposizione. L’idea avanzata a Bruxelles è quella di adottare USB-C (o USB Type-C) come standard unico e condiviso per tutti i dispositivi elettronici.

Alcuni brand già si sono mossi in questa direzione, eliminando l’accessorio dal packaging e riducendo di conseguenza il prezzo finale, esercitando così una maggiore attrazione sul potenziale cliente rispetto alla concorrenza. La più tipica delle situazioni win-win: si abbatte l’impatto sull’ambiente nel nome della sostenibilità e si offre un risparmio all’utente finale. Perché nessuno ci ha pensato prima?

Le incognite e gli ostacoli non mancano. Prendendo in considerazione il solo mercato degli smartphone, oggi sono tre le tipologie di porte impiegate per convogliare l’energia alle batterie: USB-C (già presente sulla quasi totalità dei modelli Android), micro-USB (su quelli meno recenti) e Lightning (sulla linea iPhone). I passi in avanti rispetto a un decennio fa, quando i sistemi utilizzati erano decine, sono innegabili, ma nonostante il numero ormai fortemente ridotto dei connettori, si registra ancora una significativa frammentazione in termini di specifiche, anzitutto per quanto riguarda la velocità della ricarica; anche questo aspetto andrà uniformato. C’è poi chi, come nel caso di Apple, non vede di buon occhio l’obbligo di abbandonare lo slot proprietario in favore di uno standard condiviso.

Al vaglio, inoltre, l’ipotesi di introdurre una regolamentazione a proposito delle tecnologie utili per eseguire l’operazione in modalità wireless, pratica ormai diffusa e che incontra sempre più il favore dei consumatori.

Si aggiunga che, nel solo 2020, all’interno del territorio europeo sono stati spesi circa 2,4 miliardi di euro per l’acquisto separato degli accessori. L’entità della cifra aiuta a comprendere come si tratti di un’industria capace di macinare profitti in parallelo a quella dei dispositivi e come, di certo, non mancheranno le resistenze opposte alla proposta avanzata.

La palla passa ora nelle mani del Parlamento, chiamato a discuterne e a pronunciarsi in merito. I tempi non saranno comunque brevi. Anche in caso di via libera, è previsto un periodo di transizione pari a due anni, così da consentire ai protagonisti del mercato di adeguarsi.

Stando a una recente dichiarazione attribuita ad Anna Cavazzini, Presidente della Commissione per la Protezione dei Consumatori, la speranza è quella di poter arrivare alla definitiva approvazione della normativa entro il 2022 e a rendere l’impiego dello standard condiviso un obbligo per tutti nel corso del 2024. La stesura del testo dovrà poi inevitabilmente tener conto dell’esigenza di non soffocare l’innovazione, prevedendo la possibilità di apportare le dovute modifiche qualora dovesse emergere un’alternativa migliore di USB-C.

Cristiano Ghidotti