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Plastica riciclabile all’infinito: la soluzione è italiana
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Plastica riciclabile all’infinito: la soluzione è italiana

È possibile pensare a un futuro in cui la plastica sia totalmente e infinitamente riciclabile? Da anni se ne parla e forse siamo ad un passo dalla realizzazione di questo scenario, anche grazie al lavoro di uno scienziato italiano: Francesco Stellacci, direttore del laboratorio di nanomateriali supramolecolari al Politecnico di Losanna.

L’idea è quella di un processo che possa anche andare oltre le plastiche "bio-sourced", ricavate dalla cellulosa e dunque biodegradabili. Benché sostenibili in termini ambientali, queste ultime non potrebbero soddisfare a livello produttivo il ritmo della domanda di utilizzo da parte della popolazione mondiale.

La chiave di volta sta allora, secondo Stellacci, nelle proteine. Un modo per stimolare il processo di riciclaggio in modo ideale: queste infatti, una volta spezzate in aminoacidi, non vengono totalmente degradate. In poche parole vengono tagliate dall’organismo in pezzi per poi essere ricostruite in modo appropriato.

L’idea della “plastica trasformista” è quella di fare qualcosa di simile con il materiale: scomporre i polimeri che la compongono per poi riassemblarli in modo da ottenere materiali differenti.

Gli esperimenti, al momento, sono stati condotti con le proteine della seta e degli scarti di lavorazione del formaggio. Una volta “spezzettati” in amminoacidi, grazie a un ribosoma sintetico, sono stati ricomposti cambiando il loro ordine nella sequenza per creare qualcosa di diverso come una proteina utilizzata in ambito medico.

Logico quindi pensare di applicare questa tecnologia in ambito di economia circolare. Allo stato attuale, per esempio, si possono anche riciclare le proteine della lana e trasformarle in anticorpi monoclonali: ovvero riciclare un maglione e ottenere un elemento utile per la sanità pubblica.

La sfida adesso è quella di realizzare una plastica "a sequenza definita", utilizzando un numero finito di molecole dei polimeri che possano poi essere scomposte e distribuite in diverso ordine.

In questo modo, con un processo che possa cambiare quell’ordine alla fine del ciclo di utilizzo, si potrebbero produrre altre varietà di plastica: una bottiglietta riciclata non diventerebbe più solo un’altra bottiglietta, come avviene oggi, ma potrebbe diventare un componente elettronico, un piatto o parte di una sedia.

Giacomo Lucarini