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Nasce un bio-orto sul tetto della FAO
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Nasce un bio-orto sul tetto della FAO

È possibile sfruttare gli spazi verticali per combattere la fame nel mondo? A questa domanda vuole dare risposta un particolare progetto della FAO, che si è messa al lavoro, in prima persona, per realizzare orti e giardini pensili. E così ecco nascere, proprio sul tetto della sede romana dell’organizzazione, un orto con diverse specie botaniche, pronto a costituire un modello da replicare in tutto il mondo.

Lo scopo, come detto, è puntare alla creazione di piccole tenute agricole pensili, da innestare in architetture verticali laddove il suolo sia scarso o poco produttivo. Al tempo stesso, il progetto potrebbe rappresentare una risposta concreta al problema del cambiamento climatico e alla conseguente crisi alimentare che attualmente colpisce circa tre miliardi di persone.

Il bio-orto, inaugurato alla presenza del direttore generale della FAO, Qu Dongyu, e del vicedirettore Maurizio Martina, è un progetto interamente italiano realizzato da Ecobubble. Non si tratta “solo” di un orto, ma di un complesso insieme di tecnologie che assicurano una crescita veloce e rigogliosa dei vegetali, attraverso una serie di moduli triangolari che possono essere combinati tra loro a dare orti di varia estensione. Il tutto secondo i principi di ecosostenibilità e biodiversità, proprio per adattarsi a diversi tipi di esigenze e tipologie di terreno.

Una priorità, specie alla luce dei recenti dati forniti proprio da FAO: è pari al 75% la percentuale di specie vegetali impiegate in agricoltura che sono scomparse a causa della coltivazione intensiva e relativo impoverimento dei terreni. Fausto Jori, amministratore delegato di NaturaSì, che fa parte della Fondazione Seminare il Futuro e del progetto del bio-orto, a tal proposito è lapidario: “Ormai il 60% dei semi venduti nel mondo proviene da quattro grandi aziende e si tratta di semi che non soddisfano le necessità del biologico, che ha bisogno di varietà legate alle caratteristiche delle aree di produzione, oppure selezionate per una pratica agroecologica in grado di svilupparsi con una buona resa in campi dove la chimica di sintesi non viene impiegata”. Un vero e proprio grido d’allarme a cui il progetto del bio-orto prova a fornire una prima risposta concreta.

Riccardo Meggiato