fbpx Ma le app per la meditazione funzionano?
Ma le app per la meditazione funzionano?

Ma le app per la meditazione funzionano?

In un mondo sempre più caotico e stressante, le tecniche di mindfulness – un tipo di meditazione popolare che si ispira al buddismo, ma senza la componente spirituale – promette di alleviare l’ansia dedicando semplicemente un po’ della nostra giornata alla riflessione su se stessi. E così, negli store dei nostri smartphone spopolano le app per la meditazione guidata, gli esercizi respiratori e il rilassamento del corpo. Una ricerca condotta ad agosto del 2019 ne ha contate addirittura 500 in lingua inglese, per un giro d’affari complessivo di circa 130 milioni di dollari.

Per come è praticato oggi negli Stati Uniti, la mindfulness incoraggia ad avere consapevolezza delle emozioni e delle sensazioni vissute nel tempo presente, una pratica che ha mostrato di poter contrastare la tendenza a dedicare troppo tempo alla pianificazione e alla risoluzione dei problemi. Gli esperimenti clinici hanno inoltre dimostrato come la mindfulness possa effettivamente ridurre lo stress, l’ansia, il dolore, la depressione, l’insonnia e addirittura l’ipertensione, ma sono ancora rari gli studi sulle app dedicate alla meditazione. 

Il problema è che le tecniche diffuse via app e spogliate di tutti i loro elementi religiosi sono prive di un elemento essenziale. Nei testi sacri buddisti, infatti, la consapevolezza non implica soltanto la riflessione su se stessi, ma anche l’attenzione agli insegnamenti del Buddha, che consentono di discernere tra pensieri morali e immorali, riconoscere l’impermanenza delle cose e staccarsi da aspetti mondani come la bellezza corporea, i legami familiari e la ricchezza materiale. Nel promuovere un approccio individualistico alla religione, le app di meditazione buddista finiscono per smarrire ciò che nella spiritualità tradizionale vi era di più essenziale.