fbpx Le macchine Volanti! | La stampa 3D per salvare le zanne degli elefanti
La stampa 3D per salvare le zanne degli elefanti
--

La stampa 3D per salvare le zanne degli elefanti

Il commercio internazionale dell’avorio ricavato dalle zanne degli elefanti è stato dichiarato illegale nel 1989, con alcune deroghe stabilite in tempi più recenti per paesi specifici (Sudafrica, Namibia, Botswana e Zimbabwe) e a determinate condizioni, ma il traffico illecito non si è mai del tutto fermato. Ad assestargli un colpo decisivo potrebbe essere la tecnologia, in particolare quella legata alla stampa 3D: una collaborazione tutta viennese, siglata tra il Politecnico della capitale austriaca e la società Cubicure, ha portato allo sviluppo di Digory. È questo il nome attribuito a una resina sintetica arricchita da fosfato di calcio, con caratteristiche e aspetto pressoché indistinguibili da quelli del materiale che costa la vita agli animali.

Digory, il materiale 3D indistinguibile dall’avorio
Il processo impiegato è quello della stereolitografia, tramite esposizione della resina in forma liquida a una luce UV, a temperatura elevata. Si ottengono così in breve tempo i manufatti già nella loro forma finale, sui quali eventualmente intervenire con la lucidatura e l’applicazione di una tinta a base di tè nero, per migliorare la resa estetica e cromatica del risultato, aggiungendo infine a mano le caratteristiche linee scure che attraversano la superficie.

Il progetto ha preso il via da uno stimolo dell’Arcidiocesi di Vienna, quando si è manifestata l’esigenza di restaurare la decorazione di un sepolcro risalente al XVII secolo, conservato nella chiesa di Mauerbach. Alcuni elementi originariamente realizzati in avorio sono andati persi, da lì l’idea di rimpiazzarli con un’alternativa identica nell’apparenza, ma 100% sostenibile.

Nel calderone di Digory trovano posto minuscole particelle di fosfato di calcio, con diametro pari a circa 7 micrometri, oltre a un ossido di silicio in polvere estremamente sottile, il tutto incorporato in una speciale resina. Ogni elemento è essenziale per replicare l’aspetto traslucido tipico del materiale, meglio di quanto avviene con altri surrogati già disponibili, ma poco convincenti.

Il bracconaggio finalizzato al commercio dell’avorio sul mercato nero, talvolta per finanziare conflitti e altre attività criminali, è il fattore che più minaccia la sopravvivenza degli elefanti, insieme alla deforestazione. La stima del WWF è impietosa, con 20.000 mammiferi abbattuti ogni anno solo in Africa, dove sono poco più di 400.000 quelli rimasti. Una buona notizia però c’è: in Kenya, Uganda, Rwanda e in alcuni paesi nella parte meridionale del continente, il numero dei capi è in crescita. Iniziative come quella legata a Digory possono contribuire alla loro salvaguardia.

Cristiano Ghidotti