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Il riconoscimento facciale funziona anche sui suini

Il riconoscimento facciale funziona anche sui suini

Siamo portati a pensare che le controverse tecnologie di riconoscimento facciale riguardino solo gli esseri umani. Non è così: sempre più spesso vengono utilizzate anche sugli animali. In particolare l’utilizzo di questi sistemi si sta diffondendo negli allevamenti cinesi, che pesano per oltre la metà del mercato mondiale. L’uso di questa tecnologia – che analizza musi, orecchie e occhi per riconoscere i maiali – ha il compito innanzitutto di monitorare i singoli animali da un punto di vista sanitario.

Alcuni di questi sistemi integrano infatti strumenti di controllo del battito cardiaco e della sudorazione per capire immediatamente se un capo può essere malato, permettendo di intervenire in maniera tempestiva e prevenire possibili epidemie. Ma un’altra applicazione interessante è legata all’uso del riconoscimento facciale per “personalizzare” l’alimentazione del singolo animale. È così possibile fornire al maiale un’esatta porzione di cibo e allo stesso tempo ridurre gli sprechi anche del 20%. Questa tecnologia permette anche di evitare l’identificazione tramite gli Rfid applicati all’orecchio, ma ha lo svantaggio di poter essere adottata solamente da allevatori dalle medie dimensioni in su.

Il monitoraggio dalla nascita alla macellazione rischia quindi di non favorire tutti. Le realtà più piccole o a conduzione familiare non possono permettersi sistemi che necessitano di costi di installazione iniziali e di mantenimento elevati. L’innovazione digitale rischia quindi di fornire un vantaggio competitivo ulteriore ai più grandi. In questo modo si accentuerebbe un fenomeno in corso da decenni in Cina: basti pensare che fino agli anni ‘90, l’80% dei maiali cresceva in allevamenti di piccole dimensioni mentre oggi la percentuale si è esattamente ribaltata in favore di strutture che ne ospitano dai 500 in su.