fbpx Le macchine Volanti! | I neuroni della solitudine
I neuroni della solitudine

I neuroni della solitudine

L’esperienza del lockdown durante la fase più dura dell’epidemia ha fatto conoscere a un’enorme fetta della popolazione la sensazione di solitudine e di mancanza di contatti sociali. Fenomeni già molto analizzati e con un forte impatto sul benessere degli individui, ma che al momento sono sempre stati descritti negli studi di psicologia senza mai affidarsi alla ricerca scientifica in senso stretto.

In altre parole si è fatta una grande analisi della solitudine senza capire cosa succeda effettivamente a livello dei circuiti cerebrali. La neuroscienziata Kay Tye del Salk Institute, in California, si è invece posta l’obiettivo di capire, sulla base di dati sperimentali raccolti in laboratorio, quali regioni entrino in gioco quando vengono meno i contatti sociali. Per evidenti ragioni, gli esperimenti sono iniziati sui topi. Grazie alle scoperte di altri scienziati, la dottoressa Tye ha evidenziato come un particolare tipo di neuroni, chiamati DRN, siano coinvolti nei meccanismi alla base della solitudine nei roditori. Quando questi neuroni venivano stimolati, gli animali erano più propensi ad avere rapporti sociali.

L’effetto era invece contrario quando queste cellule venivano silenziate con sofisticate tecniche di ingegneria genetica. In questo caso i topi perdevano il desiderio di interazione sociale, come se il periodo della solitudine non fosse mai stato in realtà registrato a livello neuronale.

Sugli uomini questo genere di test non è chiaramente fattibile. Si possono però misurare le attivazioni di particolari aree cerebrali associate con il desiderio e la ricerca di qualcosa che manca, utilizzando la risonanza magnetica funzionale. In questo modo si è scoperta un’attivazione simile dei neuroni sia quando alle persone vengono mostrate foto di interazioni sociali dopo un periodo di isolamento, sia nel caso di immagini di cibo dopo essere stati a digiuno nelle ore precedenti.