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Glossario: Sexting
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Glossario: Sexting

L’accessibilità, la gratuità e l’immediatezza degli strumenti di comunicazione digitale, li hanno resi parte integrante del nostro quotidiano, di ogni interazione, anche di quelle più intime e inerenti la sfera della sessualità. Per descrivere il fenomeno è stato coniato il termine sexting.

Secondo un recente studio pubblicato da JAMA Pediatrics, il 27% degli adolescenti afferma di aver ricevuto, almeno una volta, messaggi di chat con riferimenti o contenuti erotici, mentre solo il 15% racconta di averne inviati. Percentuali che potrebbero essere aumentate nel non semplice periodo dei lockdown, quando l’obbligo di non frequentazione di partner e coetanei ha inevitabilmente spinto a combattere l’isolamento forzato attraverso applicazioni, servizi di messaggistica e social network.

Non si tratta in ogni caso di una pratica esclusiva delle generazioni dei nativi digitali, anche se per ovvi motivi è in tale contesto che il fenomeno dev’essere indagato con maggiore attenzione, così da poter fornire gli strumenti necessari a gestire, o meglio ancora prevenire, situazioni potenzialmente spiacevoli, indesiderate o addirittura traumatiche.

Ma cos’è il sexting? È di fatto l’invio (e la ricezione) di messaggi sessualmente espliciti o con riferimenti a questo ambito, accompagnati o meno da materiale multimediale, solitamente immagini o video. Lo scambio è asincrono, un botta e risposta, escludendo dunque quanto avviene con chiamate e videochiamate nelle quali l’interazione è in tempo reale.

Per la natura stessa dei contenuti veicolati, la pratica mostra il fianco a qualche rischio, legato in primis al cosiddetto revenge porn (o pornovendetta come suggerisce l’Accademia della Crusca), laddove le foto o i filmati salvati sui dispositivi dei destinatari rimangono nella loro disponibilità e possono essere condivisi altrove, senza l’autorizzazione di chi vi è raffigurato. Anche per far fronte a questa insidia, le applicazioni e le piattaforme di messaggistica hanno introdotto funzionalità come quelle che consentono l’autodistruzione di quanto trasmesso in seguito alla visualizzazione o al termine di un periodo predeterminato. Vi sono poi casi in cui l’invio non è stato richiesto e, di conseguenza, non è gradito a chi si trova all’altro capo della comunicazione, configurando un abuso a tutti gli effetti.

Il primo impiego documentato del termine risale al 2005, all’interno di un articolo comparso sul settimanale australiano The Sunday Telegraph. Sette anni più tardi, nel 2012, il neologismo è comparso tra le pagine del Collegiate Dictionary di Merriam-Webster.

Cristiano Ghidotti