Una nuova speranza per il futuro digitale

Una nuova speranza per il futuro digitale

19.11.2018 | Radicalizzazione, divisione, isolamento e ostilità: internet non è più di quello di una volta. Ma non tutto è perduto.

Da qualche tempo, la rivoluzione sociale di internet si è fermata. Anzi; sembra che stia facendo dei passi indietro. Il rischio è di trovarci a vivere in un mondo ancora più diviso dalla rete rispetto agli anni novanta, quando debuttava l’internet commerciale che prometteva, grazie all’interconnessione globale, di portare pace, democrazia e uguaglianza tra i popoli. Un carico di speranze che arrivava proprio negli anni successivi alla caduta del muro di Berlino e delle dittature dell’est Europa: era più facile, in quel clima, credere che internet fosse parte di un grande movimento con cui il mondo, finalmente, sarebbe stato capace di superare le proprie divisioni. Le stesse che erano rimaste intatte per quarant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ma adesso qualcosa di quel sogno si è rotto. Internet stessa sta creando nuovi muri, più insidiosi perché invisibili: tra economie, paesi, ceti sociali. E la politica stavolta sembra del tutto incapace di porvi rimedio.

È questa la tesi che torna sempre più forte nei pensieri e negli scritti di alcuni dei più noti pensatori della rete. A questa schiera appartiene Andrew Keen, imprenditore britannico-americano spesso citato al fianco di autori come Jaron Lanier e Nicholas Carr; tutti critici della degenerazione del Web 2.0. Già nel 2007, con il suo primo libro, Cult of the Amateur, puntava il dito contro l’ideologia degli user generated content, avvisando come il web 2.0 stesse minando l’autorità del sapere professionale, di cui il mondo non può fare a meno.

Risonanza maggiore ha avuto il libro successivo, Digital Vertigo (2012), in cui accusava i social network di sottrarre dimensioni fondamentali dell’esistenza, come la privacy, il silenzio, la solitudine. La critica di Keen si estende più in generale a internet nel libro Internet is Not the Answer, in cui solleva il problema dei “nuovi monopolisti-leviatani”: Apple, Google, Facebook e Amazon, la cui concentrazione di potere arriva ormai a ostacolare la competizione e l’uguaglianza sociale.

Il percorso si completa con l’ultimo libro, del 2018, How to Fix the Future, che si sofferma sulla pars construens del discorso: è possibile salvare il futuro, spiega Keen, se riusciamo a preservare i valori dell’uomo nella rivoluzione tecnologica. Il compito di ottenere questo traguardo è nelle mani dei leader globali.

Abbiamo intervistato Keen per approfondire la sua visione, in cui – al pessimismo per la situazione presente – si unisce qualche speranza per il futuro, sostenuta da esempi positivi che Keen stesso ha raccolto in giro per il mondo.

Quali sono, in sintesi, le principali preoccupazioni che gravano sul nostro futuro, che possiamo e dobbiamo “riparare” (fix)?

Il futuro è sempre più modellato dal digitale. E questo sta creando molti problemi. Cinque, direi, in particolare. Primo: concentrazione di eccessivo potere in un’area geografica ristretta – la Silicon Valley – e in un pugno di aziende, quelle tecnologiche, con conseguente distruzione della competizione e dei vantaggi di quest’ultima (che è tra l’altro portatrice della stessa innovazione alla base di internet). Secondo: impatto dell’intelligenza artificiale sui posti di lavoro, che ora sono a rischio come mai nella storia dell’umanità, a tutti i livelli; lasciando poco tempo a enormi schiere di lavoratori per adattarsi, ripensando la propria professionalità per sopravvivere. Terzo, decadimento culturale a causa dell’eccessiva individualizzazione fomentata dai social network, tempio di narcisismo. Quarto: alienazione e isolamento delle persone, sempre a causa dei social network, che divide le persone in comunità chiuse invece di unirle. La società di conseguenza diventa sempre più frammentata. E nei gruppi chiusi, com’è noto, le diversità si radicalizzano, fino a scoppiare. Quinto: il digitale, concentrato nelle mani di pochi che lo controllano, sta trasformando la nostra economia in quello che ormai molti definiscono surveillance capitalism (capitalismo della sorveglianza), perché trasforma i consumatori in prodotti.  

Ma c’è speranza. L’hai detto nell’ultimo libro. Perché?

Perché l’umanità ha già affrontato questi problemi, in varie forme, nella storia. Sono cautamente ottimista. Nell’ultimo libro indico cinque strategie per affrontare il problema: innovazione competitiva, regolamentazione da parte dei governi, consapevolezza dei consumatori, responsabilità dei leader e maggiore istruzione della massa su queste sfide.

In sintesi, come declinare queste strategie?

Abbiamo bisogno di politiche antitrust più stringenti, che non concedano così facilmente le grandi acquisizioni (come Facebook-Whatsapp). I big della rete devono essere regolati in modo più forte, essendo ormai diventati dei mass media. I consumatori devono a loro volta imparare a essere più selettivi ed esigenti e capire il peso delle proprie scelte: per esempio quando ottengono un servizio gratis, in cambio dei propri dati personali, o ascoltano musica in streaming senza preoccuparsi che gli artisti siano compensati adeguatamente. Tutto il sistema pubblico deve diventare più responsabile verso le grandi trasformazioni che ci stanno riguardando tutti: la scuola e i docenti hanno il compito di far capire agli studenti come funziona la società digitale e prepararli a quei lavori che le macchine non sanno fare. Ma guardo con interesse anche ai tentativi di instaurare un reddito di cittadinanza, per compensare la perdita di occupazione causata dai robot. In generale, abbiamo bisogno di un impegno civile collettivo su questi temi.  

Ma ci sono segnali che ci indichino queste direzioni come praticabili? Insomma, perché concretamente si può essere “cautamente ottimisti”?

Sì, ci sono segnali. Ho viaggiato il mondo e ho trovato qualche esempio positivo. In Germania, l’industria automobilistica sta lavorando molto bene, per produrre automobili più sicure, ascoltando le esigenze dei clienti. La produzione e il marketing sono orientati a favore di quest’ultimi, che così sono una parte attiva del processo, a differenza di quanto accade con i prodotti digitali della Silicon Valley. Esempio d’eccellenza è l’Estonia, con il suo sistema pubblico di identità digitale e la digitalizzazione piena dell’amministrazione pubblica. Un’identità digitale pubblica è al servizio e a favore dei cittadini: ne protegge i diritti e al contempo, essendo un sistema trasparente, rafforza la loro fiducia nelle istituzioni. Così da una parte l’e-government estone si contrappone alle identità digitali create dai big della rete, pensate solo a vantaggio dei loro interessi; dall’altro è una risposta anche alla crescente individualizzazione della società, alimentata dai servizi digitali di quelle stesse società.

 

l'autore
Alessandro Longo

Direttore di AgendaDigitale.eu