Un museo da tre milioni di download

Un museo da tre milioni di download

22.10.2018 | Intervista a Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico di Napoli.

Che ricordi ha dell’utilizzo delle prime tecnologie?

Come tutti coloro che appartengono alla generazione dei quaranta/cinquantenni, ho vissuto abbondantemente entrambe le epoche – quella analogica e quella digitale – e posso quindi confrontarne i diversi aspetti. Di certo il digitale ha il vantaggio di aver portato una maggiore facilità e rapidità, direi quasi accelerazione, nelle relazioni con il mondo, ha reso più semplici e immediati rapporti personali e professionali che in precedenza avrebbero richiesto più tempo e fatica per essere costruiti e mantenuti. D’altro canto però, proprio per la sua natura estremamente estemporanea, l’avvento del digitale ha fatto venire meno le occasioni per quel tipo di riflessione e di approfondimento che, a mio giudizio, sono una componente essenziale di molte professioni, e certamente di quella che io svolgo. È per me importante quindi rallentare, e con questo intendo anche tornare a pratiche che invitino e potenzino la riflessione stessa come, per esempio, quella dello scrivere a mano.

Riuscirebbe a passare un’intera giornata, personale e professionale, senza avvalersi dell’ausilio delle nuove tecnologie?

Avendo un figlio di dodici anni e osservando il suo rapporto con queste tecnologie, mi rendo conto come siano per lui estremamente naturali e quasi essenziali. Per una persona della mia generazione invece, il rapporto è leggermente diverso. Quando capita che, per brevi periodi di vacanza, mi allontani da strumenti come email e WhatsApp c’è un inevitabile momento di ansia professionale a cui segue però la possibilità di coltivare quella riflessione di cui parlavo poco fa, che è un momento sempre estremamente utile. Per questo credo sia auspicabile che, soprattutto chi occupa posizioni manageriali, segua un corso di formazione all’uso delle tecnologie per evitarne l’abuso e comprendere che una pausa da esse può essere non solo produttiva, ma addirittura essenziale a svolgere meglio il proprio lavoro. 

Come immagina questi corsi?

Li immagino come occasioni in cui ci si esercita ad acquisire una forte autodisciplina nei confronti dell’uso quotidiano degli strumenti di comunicazione digitali, per imparare a sfruttare al meglio i vantaggi che possono offrire senza diventarne schiavi.

Parlando della sua professione di direttore di un museo importante come il MANN, come la tecnologia cambia l’esperienza del museo?

Per cominciare vorrei premettere che quando parliamo di tecnologia tendiamo a dimenticare che essa non è un patrimonio soltanto dell’età moderna e contemporanea. La prova la fornisce proprio il Museo Archeologico di Napoli: un’espressione di livello mondiale di tutto il campionario tecnologico del mondo antico e romano, di cui Pompei, per ovvie ragioni, rappresenta lo stato dell’arte nella conservazione. Ecco allora che, per raccontare la tecnologia del passato, può venire in aiuto proprio la tecnologia del presente. Io credo che, in ottica museale, la tecnologia sia utile per ricostruire, con strumenti come la realtà aumentata, contesti del passato che il museo non ha la possibilità di mostrare. La tecnologia offre cioè la possibilità di arricchire il racconto intorno all’oggetto conservato nel museo, simulando il contesto in cui esso si trovava a “vivere”. Oppure può avere una funzione ludica o didattica. Per esempio, proprio noi del MANN, nel 2017, abbiamo lanciato un videogioco che attraverso l’intrattenimento porta il giocatore a scoprire la nostra collezione. Si tratta di una “prima” assoluta a livello mondiale per un museo archeologico. Il gioco è stato un successo da oltre tre milioni di download e ha dimostrato come un’idea innovativa possa aiutare un’istituzione come la nostra a raggiungere un pubblico vastissimo a livello globale. Detto questo, credo però ci siano anche dei momenti in cui la tecnologia debba farsi da parte. Il suo compito e la sua utilità, come detto, sono di arricchire il racconto del passato ma sarebbe un errore pensare che essa possa sostituirsi o frapporsi al momento in cui lo sguardo dell’uomo di oggi incontra direttamente quello dell’uomo di ieri.

Come vede la situazione dell’Italia, rispetto a quella di altri paesi, per quanto riguarda la promozione del suo patrimonio culturale e rispetto a un tema come la “digital transformation” dei musei?

Inevitabilmente ci sono alcuni ritardi rispetto alle principali eccellenze straniere, ma credo sia anche necessario fare dei distinguo. Se è vero che, in alcuni contesti esteri molto avanzati, c’è una maggiore capacità nell’uso della tecnologia a livello di esperienza museale, è anche vero che essa spesso dipende dal fatto che la qualità del patrimonio effettivamente mostrato è inferiore a quello di alcuni siti italiani. Quindi, in molti casi, all’estero la tecnologia serve ad arricchire un’esperienza che diversamente risulterebbe scarna. Per intenderci: quando il valore del patrimonio è pari a quello di luoghi come gli scavi di Pompei o il Colosseo, credo non serva aggiungere poi molto. Ciò detto, questo non deve diventare un alibi per giustificare mancanze strutturali che poco hanno a che fare con i patrimoni in sé, quali il fatto che solo da poco tempo alcuni musei italiani offrono servizi wi-fi o si sono dotati di un sito, di canali social e di altre forme di comunicazione digitale con il pubblico.

 

 

l'autore
Cesare Alemanni

Illustrazione: Andrea Settimo