Tutti contro Uber

Tutti contro Uber

16.11.2017 | Si può controllare il potere dei colossi tech? La battaglia tra Londra e il servizio di ridesharing è solo il primo atto

Qualche tempo fa, al termine di un lunga intervista con Bruce Sterling – romanziere cyberpunk e giornalista per Wired USA – gli chiesi cosa potrebbero fare i governi nazionali per limitare il potere dei giganti del digitale. La sua risposta fu al limite della provocazione: “Arrestare il consiglio di amministrazione e nazionalizzare l’hardware. Oppure, se non riesci a prenderli, potresti tassarli, multarli e poi rendere illegale il loro utilizzo nella tua giurisdizione. Può sembrare una cosa drastica, ma, legalmente, non è così difficile”.

In quel momento le sue parole mi sembrarono fuori luogo; poco tempo fa, però, questa frase mi è risuonata in testa, quando il sindaco di Londra Sadiq Khan ha minacciato di chiudere Uber nella capitale londinese. Lo scorso settembre Transport for London (TfL), la società che gestisce i trasporti pubblici londinesi, ha revocato la licenza a Uber in quello che i giornali hanno subito chiamato London ban. La compagnia americana ha fatto appello e la decisione finale potrebbe arrivare tra un anno, nel frattempo Uber potrà continuare la sua attività sul territorio londinese.

L’esito però non è affatto scontato: la settimana scorsa il tribunale del lavoro inglese ha infatti confermato la sentenza di primo grado che obbligherebbe il colosso americano a garantire salario minimo e ferie pagate ai suoi autisti. Anche in questo caso, Uber ha fatto appello e l’esito arriverà solo il prossimo anno, ma lo scenario pare cambiato rispetto a qualche anno fa. L’idea che la gig economy possa giustificare con l’innovazione digitale il mancato rispetto delle regole sembra essere definitivamente tramontata.

Tutti i luoghi del mondo (in arancione e in rosso) dove Uber è incorsa in problemi legali. In verde, le aree in cui può agire senza restrizioni.

Per il colosso del trasporto privato con sede a San Francisco – noto per l’aggressività commerciale e la velocità di espansione – non si tratta certo del primo problema legale di questi anni: secondo il The Guardian, sono 170 le cause che Uber ha dovuto affrontare finora solo negli Stati Uniti; costate all’azienda 162 milioni di dollari (esiste persino una pagina Wikipedia dedicata ai problemi legali di Uber). I tribunali di tutto il mondo non sembrano però essere riusciti a bloccarne l’espansione, visto che oggi Uber è la startup che vale di più al mondo, con una capitalizzazione di mercato stimata in 68 miliardi di dollari e con ricavi netti che lo scorso agosto sono arrivati a 1,75 miliardi di dollari, a fronte di perdite per 685 milioni.

Tuttavia, quello che è successo a Londra – dove il servizio è utilizzato da circa tre milioni e mezzo di persone e dà lavoro ad altre 40mila – rappresenta forse lo scontro più significativo tra l’azienda e un governo locale. Per capirne la portata, basta pensare che nella capitale inglese risiede circa metà dei sette milioni e mezzo di utenti europei di Uber, e circa un terzo dei 120 mila autisti che ci lavorano. Il Regno Unito è oggi il fronte di una simbolica guerra, quella tra la politica e i giganti del tech. In una lettera scritta dal primo cittadino londinese e pubblicata da The Guardian, Sadiq Khan ha spiegato così la ragione della revoca della licenza al servizio taxi più famoso del mondo: “Come in ogni altro settore economico, dalla manifattura alla finanza, tutte le aziende devono rispettare le regole”.

Il paese che ha dato i natali agli inventori della macchina a vapore e del world wide web, da sempre simbolo di innovazione tecnologica e libero mercato, diventa il fronte di una nuova battaglia che vede da una parte il potere politico e dall’altra un gigante del digitale. Come spiegato da Sadiq Khan, la storia britannica sarà anche quella di un paese che ha sempre accolto e incoraggiato lo sviluppo di nuove tecnologie, ma non per questo si può prescindere dalla sicurezza dei cittadini. Il nodo della questione è infatti la sicurezza, e non la concorrenza con il servizio taxi locale (come invece è avvenuto nella maggior parte delle altre città europee).

Lo scenario è molto più ampio e pone interrogativi che riguardano l’impatto della gig economy sul piano economico e sociale contemporaneo. Come dichiarato da Maciej Szpunar, membro della Corte di Giustizia Europea, la piattaforma digitale Uber, per quanto innovativa, ricade nel sistema dei trasporti e va quindi regolata come tale, ottenendo licenze e autorizzazioni conformi alle leggi nazionali. Uber va considerato per il servizio che offre, quindi come un’azienda che si occupa di trasporti e non di digitale. Questa dettaglio è fondamentale e allarga la discussione a tutte quelle piattaforme che forniscono servizi diversi, che non ci si può limitare a definire “digitali”. Digitale è la piattaforma, l’infrastruttura, la tecnologia; ma i settori che aziende come Uber vanno a toccare sono spesso pre-esistenti. Parliamo di trasporti, media, pubblicità, viaggi, pagamenti. La posta in gioco sono miliardi di dollari e milioni di posti di lavoro: come possiamo pensare che i governi non prendano in mano la situazione? Questo ovviamente non significa arrestare il consiglio di amministrazione, come voleva Bruce Sterling, ma renderne illegale l’utilizzo, attraverso la revoca della licenza.

L’innovazione digitale non è una sfera a sé stante della nostra quotidianità; anzi: il suo carattere disruptive ha cambiato il nostro modo di considerare alcuni bisogni umani. L’innovazione va regolamentata per evitare che a decidere sulla sicurezza dei cittadini siano delle compagnie private. Questo vale sia quando mettiamo la nostra casa su Airbnb, sia quando utilizziamo la stessa app per trovare un alloggio; cose che, in fondo, si potevano fare anche prima, ma che vengono gestite a livello globale da una piattaforma digitale. È impensabile che le regole del gioco non siano decise dai governi e che ci si aspetti che il mercato si regoli da solo, perché è chiaro che questo non accadrà mai.

Non succede né dal punto di vista fiscale – Uber è anche coinvolto nel recente leak dei Paradise Paper – né da quello legislativo, semplicemente perché non si può pretendere che servizi che per loro stessa natura cambiano la nostra quotidianità si auto-impongano delle regole che ne limiterebbero la crescita. L’accusa di voler bloccare l’innovazione solo perché si ritiene doveroso anteporre a questa i diritti dei cittadini dimostra solo come l’ideologia della Silicon Valley sia ormai percepita come l’unica possibile.

Lo scorso anno, le proteste contro Uber - travolta da una della tante polemiche che l'ha vista protagonista - fecero rapidamente salire il numero di utenti del suo principale competitor: Lyft.

La campagna PR lanciata da Uber sui social media ha raccolto 300mila firme, perché in fondo molti utenti non vogliono veder sparire un servizio economico e utile. Ma la dicotomia pro o contro l’innovazione, utilizzata dai giganti del digitale per sottolineare la capacità di creare lavoro, è sbagliata. Perché non si parla dei posti di lavoro persi o messi in pericolo da quando questi servizi esistono? Di tutti gli autisti di Uber che ho incontrato finora a Londra – con i quali parlo ogni volta che uso il servizio, circa una volta alla settimana – nessuno svolgeva quello come primo lavoro e nessuno è soddisfatto delle condizioni applicate dall’azienda. Sono loro stessi a dire che vorrebbero avere maggiori tutele e che hanno paura che questa situazione finisca per danneggiarli.

Quali sono le soluzioni? In Russia, Uber è stata costretta a condividere i dati dell’app con il governo locale, mentre gli autisti devono ricevere i permessi dalle autorità locali. Di fatto, l’azienda è stata costretta a un accordo che poco si confà all’economia liberista e ai sistemi di stampo occidentale. Difficile dare risposte certe agli interrogativi posti dall’innovazione digitale, ma questo non può nemmeno essere un mondo in cui le compagnie private contano più dei governi eletti. Chiedere a queste piattaforme trasparenza sugli algoritmi, sui dati e sulla fiscalità non dovrebbe essere impensabile. Non per forza va nazionalizzato l’hardware, come consiglia Bruce Sterling, ma se le regole non vengono rispettate è chiaro che il servizio debba diventare illegale.

Da questo punto di vista, il messaggio che arriva da Londra è chiaro e apre la strada a un approccio nuovo, applicabile alle altre sfere del digitale dominate dai colossi del tech con sede nella Silicon Valley. Anche la gig economy avrà le sue regole e a deciderle forse non saranno più i giganti del digitale, ma i rappresentanti eletti dei paesi in cui operano.

 
l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive ad Amsterdam, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.