Social network e bambini, una questione complicata

Social network e bambini, una questione complicata

22.01.2018 | Facebook e Instagram sono pieni di giovanissimi. Come fanno i genitori a proteggerli, se non conoscono gli strumenti?

La metafora non è di quelle che ci si aspetta di sentire quando si parla del rapporto tra bambini, social network e il ruolo dei genitori: “È come una guerriglia, se non conosci il territorio hai perso in partenza”, spiega Simone Cosimi, giornalista e autore con lo psicologo Alberto Rossetti di Nasci, Cresci e Posta (ed. Città Nuova). “Questo vale anche nei territori digitali: non puoi aiutare o controllare figli o studenti che ricadono nella tua sfera di responsabilità se non conosci il territorio in cui ti stai muovendo. Per questo, il primo consiglio che diamo è sempre lo stesso: bisogna sporcarsi le mani”.

E non è un lavoro facile: non è sufficiente prendere un po’ di confidenza con il social più famoso (Facebook) e pensare così di conoscere in che ambiente i più giovani passano gran parte del loro tempo. Per due ragioni: prima di tutto perché proprio Facebook è sempre meno popolare tra i ragazzini e la seconda è che queste piattaforme cambiano in continuazione. “Ci danno l’illusione di poterle conoscere, ma ci cambiano sotto gli occhi non appena pensiamo di aver afferrato le logiche del loro funzionamento”, prosegue Cosimi. “Apportano modifiche all’algoritmo e introducono sempre nuove funzionalità, che possono a volte costituire un pericolo nuovo che non si conosceva”.

Quest’ultima considerazione apre inevitabilmente le porte a una discussione più ampia: quali sono le responsabilità delle piattaforme stesse? “È paradossale, per esempio, che il limite minimo imposto dalla maggior parte delle piattaforme sia 13 anni, ma che nessuno abbia stabilito questa soglia valutando i social network in sé. Non è una legge proattiva: è semplicemente una legge vecchia di vent’anni sulla raccolta dati, che stabilisce particolari incombenze e limitazioni per i minori di quell’età. Per evitare queste incombenze, la maggior parte delle piattaforme ha istituito i 13 anni come minimo”, continua l’autore.

"Nasci, cresci e posta. I social network sono pieni di bambini: chi li protegge?", di Simone Cosimi e Alberto Rossetti (ed. Città Nuova).

Nonostante alcune leggi dovrebbero a breve prendere maggiormente in considerazione le responsabilità sia delle piattaforme che dei genitori – sia in Europa, sia negli Stati Uniti – al momento la situazione non è in alcun modo monitorata: “Ci sono pochi dati in merito, anche perché le piattaforme non hanno alcun interesse a finanziare studi sul tema”, prosegue Cosimi. “Ma nel 2011 e 2012 si è stimato che ci fossero 20 milioni di minori su Facebook di cui 7 sotto i 13 anni”. Numeri che, nel frattempo, saranno sicuramente cresciuti e che comunque non prendono in considerazione quanto avviene su altre piattaforme molto usate dai ragazzini, come Instagram, Snapchat, Musical.ly e altre ancora.

Ma com’è possibile? In verità, non c’è niente di più facile: è sufficiente che un minore segnali di aver più di 13 anni e inserisca una data di nascita più bassa per poter accedere a Facebook senza difficoltà. Eppure gli strumenti per impedire che questo avvenga ci sarebbero, eccome: “Le piattaforme hanno già diversi strumenti per prendere di petto la questione e iniziare un lavoro di bonifica, anche attraverso il controllo dei contenuti”, spiega Simone. “È possibile che non si riesca a capire quando un profilo appartiene a un minore? Potrebbero a breve chiederci un selfie per fare login ma non mettono in campo strumenti per riconoscere i bambini? Se non vengono messi in campo, forse, è perché questi utenti saranno gli utenti di domani e vogliono conservarli”.

È evidente: l’algoritmo di Facebook è in grado di riconoscere il volto dei nostri amici nelle foto, sa alla perfezione i nostri gusti, ciò che scriviamo, ciò che condividiamo, chi sono i nostri contatti. Possibile che questo onnipotente algoritmo non sia in grado di rendersi conto, almeno dopo un po’, chi sono i suoi iscritti che non raggiungono la soglia minima d’età?

Problemi che diventano ancora più pressanti quando si prendono in considerazione i tanti allarmi che vengono lanciati dal mondo accademico. Tra questi, ad aver avuto larghissima circolazione è stato un saggio dell’Atlantic, scritto dalla sociologa Jean Twenge, intitolato “Gli smartphone hanno distrutto una generazione?”. Nell'articolo si faceva notare come questi dispositivi creassero fortissime dipendenze, fossero progettati a questo scopo e avessero effetti nefasti sulla vita sociale dei più giovani.

Voler escludere gli smartphone dalla vita dei più giovani sarebbe come chiedere loro di escludere il naso o la bocca

“A mio parere, però, è sbagliato impostare la questione sotto questi termini”, replica Cosimi. “È una prospettiva che non mi convince, perché voler escludere gli smartphone dalla vita dei più giovani sarebbe come chiedere loro di escludere il naso o la bocca. Lo smartphone è il canale privilegiato di costruzione e anche di moltiplicazione dell’identità. Semmai è da questo aspetto che sorgono i problemi: lo smartphone e i social network danno la possibilità di moltiplicare le proprie individualità; individualità diverse cucite su misura per diversi social o diversi profili che i giovanissimi hanno l’illusione di controllare. Ma in verità ne perdono il controllo in varie occasioni e rischiano di provocare cortocircuiti”.

In tutto questo, è chiaro che le piattaforme devono iniziare ad agire e ad assumersi maggiore responsabilità. Ma lo stesso vale per i genitori: “Che devono anche saper dire di no e rifiutare di dare lo smartphone a bambini di 8/9 anni. Un atteggiamento legittimo soprattutto se si sposa con l’altro aspetto che abbiamo sottolineato: puoi vietare lo smartphone entro una certa età perché vuoi che tuo figlio impari a esprimersi in modi diversi; ma bisogna mettere comunque in conto che a un certo punto tuo figlio avrà lo smartphone e sarà attraverso di esso e attraverso i social che si racconterà al mondo”. Una storia terribile come quella della ragazzina australiana di 14 anni che ha deciso di suicidarsi, molto probabilmente a causa del pesante cyberbullismo di cui è stata vittima, ha riportato a galla il problema: era davvero necessario che Amy raccontasse la propria vita attraverso i social già dall’età di 10/11 anni?

“Entro una certa età, i genitori devono fare gli educatori e se è il caso anche i censori”, continua Cosimi. “Tornando al discorso degli ‘smartphone che distruggono le generazioni’, è proprio questa idea di attribuire una gran parte di responsabilità allo strumento in sé che mi lascia perplesso. Lo smartphone ormai è diventato, come avrebbe detto Freud, un oggetto della quotidianità, parte del corredo di una famiglia medio-borghese e parte integrante del nostro essere”. E allora, come si fa a prendersela con dei ragazzini che hanno sempre in mano lo smartphone quando l’esempio che viene dato loro dai genitori è esattamente quello?

“I bambini imparano per imitazione dai genitori: se si trovano fin da piccolissimi alle prese con genitori che hanno lo smartphone in mano tutto il giorno, anche nei momenti riservati al gioco, e se per farli stare tranquilli diamo loro in mano un tablet sintonizzato su YouTube, che cosa possiamo aspettarci? Abbiamo fatto due danni con uno strumento solo”.

 
Con lo sharenting, i più piccoli diventano prigionieri della narrazione dei genitori

Il che non significa che i bambini debbano stare assolutamente alla larga da questi strumenti finché non hanno un’età adatta, ma che devono approcciarsi gradualmente e utilizzarli, magari, per sviluppare alcuni aspetti della loro creatività: “Facciamo un esempio: tu hai un figlio molto bravo a disegnare. Perché non fare un profilo Instagram in cui non si vede il bimbo, ma solo i lavori che lui crea? Il profilo social lo gestisce il padre o la madre, e intanto gli si insegna la grammatica dei social. Il problema è che un genitore di questo tipo è sicuramente un genitore con un’alta alfabetizzazione in termini di internet e social network. Nella maggior parte dei casi, invece, è fin troppo facile prendersela con i bambini che stanno sempre attaccati allo smartphone, ma i genitori che cosa fanno?”. E tutto ciò senza nemmeno il bisogno di affrontare un problema come quello dello sharenting: l’abitudine di pubblicare le foto dei propri figli minorenni. I genitori dovrebbero avere un ruolo di primo piano nella tutela della privacy dei più piccoli, che invece diventano – come dice Simone Cosimi con un termine molto indovinato – “prigionieri della narrazione dei genitori”. Ancora una volta, quindi, i social sembrano portare all’esasperazione fenomeni già ben noti: il bullismo sui più giovani, la competizione tra i genitori sui propri figli e altro ancora.

Per quanto riguarda ragazzi già adolescenti, i problemi che possono porsi sono però altri: alcuni dati preoccupanti – riportati sempre dalla Twenge – riguardano l’aumento della percentuale di ragazze (soprattutto) e ragazzi che si sentono soli ed esclusi. Anche in questo caso, i social giocano un ruolo: tutti coloro i quali partecipano a una festa lo postano inevitabilmente su Facebook o Instagram. In questo modo, chi ha una vita sociale meno intensa non fa che sentirsi più solo, escluso e rischia così di aumentare la sua insicurezza e quindi il suo isolamento.

“Ma anche in questo caso, secondo me la questione va inquadrata diversamente”, precisa Cosimi. “Se un ragazzino sta tutto il giorno in casa e non esce, il problema non è il social network in sé, che anzi in alcune occasioni apre delle finestre sul mondo. Il problema è se questo diventa tutto il suo mondo. Ma lo stesso si poteva dire 15 anni fa del fenomeno dei ragazzini giapponesi reclusi nelle loro stanze a giocare ai videogiochi. Io eviterei di sovrapporre problemi che hanno altre origini. Come spiega bene Alberto Rossetti (lo psicologo co-autore del libro, ndr), quando ci troviamo di fronte a genitori allarmatissimi per la dipendenza da smartphone, nella maggior parte dei casi c’è qualcosa che non va nel contesto famiglia, e lo smartphone diventa un mezzo di fuga come un altro. Poi, certo, questo non toglie che ci siano situazioni in cui i ragazzi non riescono più a vedersi al di là dell’identità che si sono costruiti sui social; ma sono casi numericamente molto inferiori”.

 

Tira la leva, è apparso un nuovo like: hai vinto!

Una parte del pericolo-dipendenza, comunque, va ricercato direttamente nel modo in cui queste piattaforme sono progettate: l’ex designer di Google Tristan Harris, in un post su Medium, ha spiegato il funzionamento di questo meccanismo sfruttando il concetto psicologico delle “ricompense variabili intermittenti”. Il modo più semplice di capire di che cosa si sta parlando è immaginare una slot machine: quando tirate la leva, che rappresenta l’azione intermittente, potreste ottenere una ricompensa oppure no (quindi, una ricompensa variabile). La motivazione a tirare la leva deriva dall’attesa di scoprire se avremo una ricompensa (durante la quale si produce la dopamina) e dalla sensazione positiva che deriva dall’aver ottenuto un premio.

È questo che spinge soprattutto i più giovani a controllare il loro smartphone, in media, 150 volte al giorno (una ogni nove minuti) nella speranza di ottenere le ricompense. E quali sono queste ricompense? Un like su Facebook, una notifica su Twitter, un video diretto a noi su Snapchat o un messaggio su WhatsApp. In effetti, spiega sempre Tristan Harris, molte di queste app sono progettate proprio come le slot machine. Per aggiornare la mail, dobbiamo “tirare” verso il basso, dopodiché la rotellina dell’aggiornamento inizia a girare e dopo qualche secondo una nuova mail compare: hai vinto! E se non abbiamo ottenuto il premio questa volta, saremo maggiormente motivati a controllare a breve, nella speranza di ottenere la nostra ricompensa variabile intermittente.

“Quando siamo andati nelle scuole, abbiamo percepito chiaramente che i ragazzi – magari inconsciamente – sono perfettamente consapevoli di tutto ciò”, prosegue Simone. “Ti raccontavano la loro esperienza a riguardo quasi con la coda tra le gambe. Loro percepiscono la presenza di questo trick adrenalinico, della volontà di ingannarci continuamente in cerca di una gratificazione continua. E lo sanno che è sbagliato, ma vuoi mettere, per molti di loro, la soddisfazione di prendere 100 like per una foto o un commento? Conoscono questo aspetto, ma non resistono. D’altra parte, i 15 anni, soprattutto oggi, non sono esattamente l’età dell’impegno, ma più dell’esaudimento immediato dei bisogni identitari: mi devi dire quanto valgo, mi devi dire se ti piaccio. Per loro è un continuo bisogno di gratificazione. E su questo, sono stati costruiti imperi economici. In questo senso, sì: molte dinamiche fanno parte dell’adolescenza, ma queste piattaforme social ci hanno consegnato uno strumento di dipendenza in più e non uno in meno”.

Abbiamo parlato delle responsabilità dei genitori, delle piattaforme stesse, dei legislatori. E che dire della scuola? “L’aspetto scolastico non lo valuterei tanto per la possibilità di istituire ‘lezioni di social’, sarebbe però importante saper ascoltare e dare indicazioni sui problemi che si formano alla base. Gli adolescenti tendono a comporre delle sceneggiature delle loro vite, in cui anche delle stupidaggini assumono importanza cruciale. Questo non si risolve vietando di fare su Facebook le battute che si fanno in cortile; ma semmai creando canali di ascolto, interni alla scuola, in cui i ragazzi vengano ascoltati – e non giudicati – e in cui si possano offrire strumenti di risoluzione molto pragmatica, anche solo in termini di importanza della privacy e come tutelarla praticamente. Questi ragazzi hanno competenze tecniche pazzesche, sanno creare contenuti incredibili con i loro dispositivi; ma manca tutto il resto: la questione privacy, le possibili ricadute legali delle loro azioni e altro ancora. Aiutarli su temi molto pratici e concreti, da parte della scuola, sarebbe già un bel passo avanti”.

 

Immagine di copertina di Stefano Maria Girardi

 
l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Milanese, classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Il Tascabile, Esquire Italia e altri. Nel 2017 ha pubblicato “Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti” per Informant Edizioni.