Quanta Italia nello spazio

Quanta Italia nello spazio

26.03.2018 | Dalla prevenzione dei disastri naturali allo studio dell’evoluzione del pianeta: viaggio nella space-tech italiana.

Cses orbita intorno alla terra, a 500 chilometri d’altezza. Per cinque anni, il satellite osserverà il comportamento delle particelle in modo da trovare una correlazione con le scosse sismiche. Lanciato lo scorso 2 febbraio, dalla base di Juiquan nel nel deserto del Gobi, il veicolo è stato costruito in Cina, ma il rivelatore di particelle High Energic Particle Detector è realizzato con tecnologia italiana. Si tratta di un dispositivo progettato per accertare la presenza di perturbazioni elettromagnetiche prima dei grandi terremoti, allo scopo di realizzare previsioni precise e accurate. La strumentazione è stata realizzata dai ricercatori del progetto LIMADOU, che vede collaborare insieme professionalità provenienti dall’Agenzia spaziale italiana, l’istituto nazionale di fisica nucleare, il TIFPA di Trento e diverse università italiane, da Trento a Bologna.

Il rivelatore di particelle “consente di osservare i meccanismi che collegano i processi interni del nostro pianeta”, aveva spiegato, in un’intervista al Sole 24 Ore, il ricercatore dell’Università di Tor Vergata Piergiorgio Picozza. Composto da nove strumentazioni diverse, il China Seismo Electromagnetic Satellite (CSES), “porta nello spazio un importante contributo allo studio dei terremoti. Vi sono infatti alcune deboli indicazioni che gli eventi sismici possano essere preceduti da alcune perturbazioni nella ionosfera. Tali perturbazioni potrebbero essere osservate per mezzo di variazioni dei campi elettrici della ionosfera stessa oppure attraverso variazioni del flusso di particelle”, ha raccontato sempre al Sole 24 Ore, Marco Pallavicini dell’Istituto nazionale di fisica nucleare.

Insomma, la tecnologia tricolore è al servizio dei grandi progetti di ricerca internazionali. CSES è il risultato della collaborazione tra Roma e Pechino, il primo frutto concreto di un accordo stipulato a febbraio 2017. Ma non si tratta dell’unica compartecipazione: oltre a essere parte attiva dell’omologo europeo ESA, l’agenzia spaziale italiana (ASI) ha messo in piedi collaborazioni con paesi come la Russia e partecipazioni nei programmi congiunti della NASA. L’Italia è il terzo contributore dell’agenzia spaziale europea e il sesto produttore al mondo di articoli scientifici. L’agenzia spaziale italiana funge da cabina di regia di un indotto, composto soprattutto da piccole e medie imprese, dal valore di complessivo di 1,6 miliardi di euro. L’incremento maggiore si è avuto nel periodo che va dal 2014 al 2016: con due miliardi di euro di investimenti nelle missioni internazionali e un ritorno di 170 milioni di euro.

 

Un flusso positivo, dovuto anche una maggiore attenzione da parte delle istituzioni governative. Prima di tutto l’aumento graduale dei finanziamenti pubblici: dai 350 milioni di euro del 2015 ai 900 milioni previsti nel 2019. Poi la legge sullo spazio: approvata lo scorso 22 dicembre 2017, prevede l’accentramento dei poteri alla presidenza del Consiglio per quanto riguarda la direzione e il coordinamento delle politiche spaziali e aerospaziali. Infine, è stato istituito un comitato interministeriale con il compito di organizzare gli indirizzi in materia. Così, la nuova normativa permette di focalizzare iniziative e sostegno economico nelle mani di un unico soggetto. “Un passo importante per garantire le  infrastrutture spaziali necessarie per la crescita del settore spaziale”, ha commentato il presidente dell’Agenzia spaziale italiana Roberto Battiston.

ll campo di riferimento del nostro Paese è la produzione di tecnologie dedicate ai piccoli satelliti: dalla produzione degli stessi alle strumentazioni di lancio. In tutto questo il programma Platino assume un ruolo fondamentale. Realizzata da una cordata di imprese private come Sitael, Thales Alenia Space Italia e Leonardo, si tratta di una piattaforma che permette la realizzazione di mini veicoli dal peso non superiore ai duecento chili.

Secondo i vertici dell’agenzia spaziale tricolore, i satelliti di piccole dimensioni assumeranno un ruolo decisivo nel settore della ricerca e dell’esplorazione spaziale. Lo ha detto lo stesso Battiston, durante il suo intervento alla 52esima edizione del salone aerospaziale di Le Bourget, vicino Parigi. “I grandi satelliti verranno accantonati, in favore di mezzi più piccoli e a basso costo, che saranno meno potenti ma che collettivamente potranno fare molto di più”, ha spiegato Battiston. In particolare, per quanto riguarda l’osservazione della terra, sarà possibile un’analisi dettagliata, grazie al passaggio dei veicoli più volte al giorno su uno stesso punto, continua il Presidente. E le applicazioni sono molteplici: dall’analisi dei mutamenti climatici e delle emissioni di agenti inquinanti, allo sviluppo dell’agricoltura di precisione.

 
Risale a qualche giorno fa la notizia del lancio di un sistema di 60 mini satelliti dedicati all’osservazione della terra

Ad esempio, risale a qualche giorno fa la notizia del lancio di un sistema di 60 mini satelliti dedicati all’osservazione della terra. I primi quattro, tutti di forma cubica e della dimensione di 10 centimetri per lato, verranno lanciati entro la primavera del 2019, mentre altri venti nel 2020. Realizzato dalla compagnia statunitense Black Sky (parte del gruppo Space Flight Industries), il progetto vede anche la partecipazione di Space Alliance, una cordata di aziende italiane: da Leonardo a Thales. I veicoli saranno fondamentali per l’elaborazione di dati e informazioni da utilizzare nei più svariati settori: dal monitoraggio ambientale ai trasporti, passando per l’energia e l’industria, fino alle attività di intelligence. In sostanza, si tratta di un sistema di controllo dall’alto, basato su sensori e sistemi di rilevazione.

Collaborazione e compartecipazione sono la parole d’ordine dell’industria e della ricerca spaziale italiana. In particolare con la Cina. Non solo il satellite CSES, ma anche lo sviluppo di tecnologie da utilizzare nelle missioni a lunga durata. Si pensi per esempio alla stazione spaziale Tiangong 3 (che sarà in orbita nel 2025), i due Paesi potrebbero unire i loro sforzi nello sviluppo di tecnologie e sperimentazioni. Soprattutto per quanto riguarda la permanenza dell’uomo nello spazio. Tecnologie che a Pechino interessano molto. A partire dalle innovazioni messe in campo dall’italiana Thales Alenia Space: camere pulite (da utilizzare per esperimenti scientifici) e laboratori per la realtà virtuale per poter addestrare gli astronauti.

Dai programmi cinesi a quelli internazionali. Anche nella stazione spaziale internazionale, il contributo italiano è molto importante. Da Columbus, il laboratorio messo in piedi dall’ESA, passando per i nodi della stazione, fino alla cupola, dedicata all’osservazione dello spazio. Nel tempo, l’ASI ha infatti coordinato la realizzazione di diversi moduli pressurizzati, che permettono agli astronauti di muoversi all’interno della stazione, tra cui il modulo permanente Leonardo o i nodi 2 e 3. Si tratta soprattutto di elementi di connessione tra un ambiente e l’altro. Ma, allo stesso tempo, garantiscono anche il passaggio di aria, acqua e reti di comunicazione ai laboratori della stazione. La cupola, invece, permette agli astronauti di dare uno sguardo allo spazio circostante e di controllare l’attracco degli space shuttle e l’andamento delle passeggiate spaziali.

Oltre allo spazio che circonda la terra, la tecnologia tricolore viaggia anche su Mercurio. Composta da due sonde distinte, la missione Bepi Colombo, che sarebbe pronta a partire  nel mese di ottobre di quest’anno, porta con sé anche molti dispositivi realizzati dall’Agenzia spaziale italiana: SIMBIO SYS è un sistema integrato per l’osservazione della superficie del pianeta, mentre ISA un accelerometro per misurare la velocità del veicolo. Progettato per valutare la praticabilità delle comunicazioni, MORE è invece un dispositivo per l’intercettazione e l’emissione del segnale radio. Infine, SERENA è un sistema composto da quattro sensori e altri congegni per l’analisi delle particelle dell’atmosfera di Saturno.

 

Il veicolo, che arriverà su Mercurio nel 2025, è il risultato di un lavoro congiunto tra l’agenzia spaziale europea e quella giapponese JAXA. In generale, il suo obiettivo è quello di “studiare origine ed evoluzione del pianeta, analizzarne le caratteristiche (forma, composizione e struttura), investigare le proprietà dello strato più esterno dell’atmosfera e individuare l’origine del campo magnetico”, scrive l’agenzia spaziale italiana.

E se dal futuro prossimo si passa al passato più recente, il nostro Paese è coinvolto in altri due grandi sistemi satellitari: COSMO-SkyMed e Galileo. Il primo progetto è interamente italiano (promosso dall’ASI e dal ministero della difesa), il secondo invece, realizzato sotto la cabina di regia dell’ESA, vede la partecipazione delle aziende tricolori Leonardo, Thales Alenia Space e Telespazio.

Lanciata nel 2007. COSMO-SkyMed è una costellazione di satelliti radar per la prevenzione dei disastri ambientali e per lo studio della superficie terrestre, ma anche per la sicurezza in genere. Insomma, il sistema è stato progettato sia per scopi civili che militari. Composto da quattro satelliti, è in grado di prevedere la presenza di frane e alluvioni. Allo stesso tempo, si tratta di “un occhio” sempre attivo con cui coordinare i soccorsi durante le emergenze o sorvegliare le aree di crisi. Un progetto interamente italiano, ma che nel tempo ha attirato l’attenzione di nazioni come la Francia e l’Argentina.  

Dalla sorveglianza alle mappe online. Oltre al GPS, generato dalla costellazione di satelliti Usa Global Positioning System, l’Europa ha anche il suo sistema di navigazione satellitare. Galileo è stato lanciato per la prima volta nel 2016 e in totale sarà composto da 30 satelliti. Il progetto è iniziato nel 2003 è vedrà il suo compimento quest’anno, con la messa in orbita degli ultimi 4 satelliti. Il tutto per un segnale ancora più potente e preciso, già compatibile con smartphone come iPhone X o Samsung S8.

 
l'autore
Marco Tonelli

Nato a Bologna, giornalista professionista, scrive e si appassiona di storie di tecnologia e musica. Sicurezza informatica, trattamento dei dati online e innovazione sono i suoi temi preferiti. Collabora con La Stampa e Il Tascabile.