Qualità e affidabilità: come costruire una comunità di lettori

Qualità e affidabilità: come costruire una comunità di lettori

06.09.2018 | Una conversazione con Federico Ferrazza, direttore di Wired Italia.

Quale app o sito controlli per prima cosa la mattina?

Come prima cosa apro Twitter, soprattutto per farmi un’idea delle notizie e delle conversazioni che stanno circolando quel giorno. Lo uso per farmi un’idea dell’agenda della giornata a livello tematico. Successivamente passo a una rassegna stampa dei principali quotidiani e riviste, italiani e internazionali, per fare un’analisi delle loro scelte nella gerarchia delle notizie e dei tagli che hanno usato per raccontarle. Credo che quello con le altre testate sia un confronto fondamentale per chi ha la responsabilità di dirigere un media. Ti aiuta a comprendere quale deve essere il tuo posto e il tuo tono di voce.


Come immagini l’evoluzione del giornalismo digitale e il futuro della sua sostenibilità economica?


Credo che ormai si debba smettere di ragionare in termini di “testata”, di “rivista” o di “prodotto editoriale” e sempre più pensare in termini di integrazione tra diversi modi di fare contenuti e, quindi, tra diverse competenze. Prendendo il caso di Wired, per esempio, non saprei dire quale delle nostre attività sia preponderante, se quella di fare un sito di notizie aggiornato quotidianamente, se le nostre attività di consulenza e partnership per e con altri brand o la dimensione live degli eventi che organizziamo come il Wired Next Fest.


Proprio quest’ultimo mi sembra una notevole case history: se non sbaglio è il festival di Condé Nast (l’editore di Wired, ndR) che genera più introiti a livello mondiale, confermi? È quindi portare i contenuti a esprimersi dal “vivo”, attraverso sponsorizzazioni, la chiave per pagare poi del giornalismo online di qualità?


Sì, attualmente e, da diversi anni, il Wired Next Fest che organizziamo a Milano è l’evento Condé Nast più in attivo al mondo. E, peraltro, è solo la parte più visibile di una programmazione live che non si ferma solo al capoluogo lombardo. Da tre anni infatti organizziamo il Wired Next Fest anche a Firenze a fine settembre, e, in generale, le attività dal “vivo” di Wired non si esauriscono in queste due grandi occasioni. Sicuramente la dimensione del festival è importante per noi, per il nostro marchio e ha delle ricadute positive – sia economiche, sia di posizionamento e visibilità – anche per il sito. Tuttavia, come dicevo prima, la logica non è di fare il festival per “mantenere” la testata o di fare la testata per lanciare il festival. Non ragioniamo in termini di priorità o di gerarchie tra le nostre attività. Preferiamo pensarle come parti integranti di un circuito virtuoso che genera benefici per il nostro eco-sistema nella sua interezza.

Parlando di riconoscibilità editoriale, posizionamento e visibilità: come si costruiscono questi valori?

Personalmente credo che la qualità, la varietà e l’affidabilità dell’informazione che offriamo sia il modo migliore per costruire e coltivare una comunità di lettori che possa riconoscersi in quello che facciamo, indipendentemente da come sono arrivati su una nostra pagina. Penso anche che sia molto importante essere predisposti ad ascoltare e imparare dai propri lettori e patrocinare un clima di dibattito, tra loro e con noi, il più costruttivo possibile.


A proposito di dibattiti costruttivi: uno dei principali fattori inquinanti, oggi, sono le famigerate fake news, credi che la rete abbia favorito il loro proliferare?


Ritengo che in parte le fake news esistano da sempre e cercherei di non sopravvalutare troppo né il loro peso “politico” né le responsabilità dei nuovi media nella loro diffusione. Non credo infatti che le ragioni di alcune recenti sorprese elettorali, in Italia come all’estero, si esauriscano nelle fake news. Specialmente quando parliamo di un contesto come quello italiano non va, per esempio, mai dimenticato come la percentuale di persone che si informa esclusivamente attraverso media diversi da internet, in particolare la televisione, sia ancora molto, molto alta.   


Non pensi che, comunque, un over-the-top come Facebook dovrebbe assumersi precise responsabilità nel merito – si è parlato di un’intelligenza artificiale che blocchi la circolazione di una notizia quando contiene dati palesemente falsi – anziché chiamarsi fuori dalla questione affermando di non essere un media-company, pur essendo a tutti gli effetti un mediatore di contenuti?


Comprendo il ragionamento, ma personalmente credo che quando si invoca la censura si rischi sempre di prendere una china pericolosa. Per non dire del fatto che se domani Facebook cominciasse a bloccare i contenuti prodotti da una certa cultura politica e dai suoi esponenti, credo che otterrebbe semplicemente l’effetto boomerang di fare alzare ancora di più i loro consensi. No, personalmente preferisco pensare che il miglior antidoto per rettificare certi veleni sia di accettarne l’esistenza e opporvisi con intelligenza, spirito critico e aperto al confronto.

 

l'autore
Cesare Alemanni

Illustrazione: Andrea Settimo