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Psicologia delle fake news: i meccanismi che ci portano a credere alle notizie false

Psicologia delle fake news: i meccanismi che ci portano a credere alle notizie false

21.05.2021 | Quali "trappole cognitive" ci portano a credere facilmente a una notizia falsa e come riconoscerle.

L’ultimo anno trascorso in casa a causa della pandemia ci ha costretti per la maggior parte del nostro tempo davanti a uno schermo: abbiamo visto aumentare in modo incontrollabile la diffusione di notizie false, mal interpretabili o imprecise. Spesso siamo stati accompagnati dalla sensazione di sentirci sopraffatti e “mentalmente stanchi” a causa del fenomeno che in psicologia viene definito overload informativo, che si verifica quando veniamo inondati da flussi di informazioni continui e incontrollati, riceviamo troppe notizie e non riusciamo a orientarci tra le fonti, tra ciò che è vero e ciò che è falso.

Cos'è una Fake News?
Con fake news intendiamo letteralmente notizie false, inventate o ingannevoli create appositamente per assomigliare a notizie legittime, rendendosi più o meno difficili da riconoscere. L’obiettivo alla base di queste pratiche può essere quello di diffondere rumors falsi per diffamare, creare tensione e sfiducia su determinate tematiche, pilotare l’opinione pubblica e interferire con questioni politiche e sociali. Una sorta di “manipolazione informativa”.

Una fake news spesso si riconosce facilmente già dal titolo: clickbait, titoli creati appositamente in maniera ambigua o sensazionali al solo scopo di generare click e quindi visualizzazioni sui siti web, toni molto aggressivi o coloriti che suscitano da subito forti emozioni (rabbia, curiosità, dubbio, gioia).

Alla base della loro riuscita c’è la facilità di diffusione e condivisione dovuta alle caratteristiche dei media sui quali circolano: social network, siti web e applicazioni di messaggistica.

Esistono ad oggi veri e propri “magazine di fake news”, piattaforme nate con il solo obiettivo di creare e distribuire notizie false che talvolta raggiungono anche una certa notorietà.

Tra complotti e “cose che non vogliono dirci”, alieni e social che diventeranno presto a pagamento, potremmo trovarci a leggere una bufala come questa: “Ricercatori scoprono che la pianta X è in grado di eliminare il 90% delle cellule tumorali”. In un semplice titolo ci sono numeri alti che generano stupore e parole forti su un tema molto sentito, che impattano sul lettore e suscitano emozioni.

I meccanismi psicologici dietro le fake news
La prima considerazione che dobbiamo fare per comprendere le trappole cognitive dietro le fake news è che siamo tutti vulnerabili e potenziali vittime della disinformazione. Questo non a causa delle nostre caratteristiche personali, bensì per il funzionamento stesso del nostro cervello.

Con l’arrivo nella nostra vita di social media e informazione di massa siamo costantemente bombardati ed esposti a innumerevoli dati, informazioni e notizie che tendono a saturare la nostra attenzione, ci instillano dubbi e incertezza. E cosa fa il nostro cervello per proteggerci? Alza le sue difese e prova a semplificare la realtà e il mondo che ci circonda prendendo delle scorciatoie cognitive (le cosiddette euristiche). Questi meccanismi ci aiutano a orientarci nella giungla delle informazioni ma ci espongono anche a possibili errori, o bias, che ci portano a valutare una persona, una situazione o un’affermazione in modo errato.

Esistono molti tipi di bias cognitivi e ognuno di questi ci consente di capire una piccola parte delle motivazioni per cui tendiamo a cadere nel tranello delle fake news:

- implicit bias: è la tendenza a ritenere affidabili con più sicurezza persone di cui ci fidiamo e con cui abbiamo caratteristiche comuni come sesso, etnia, età. Nei social questo fenomeno è ulteriormente amplificato dal funzionamento degli algoritmi che ci mostrano più spesso le persone con cui interagiamo maggiormente, favorendo le interazioni con individui che hanno idee simili alle nostre (non necessariamente veritiere).

- confirmation bias: questo meccanismo ci porta a cercare e accettare con più facilità le notizie che confermano ciò che già credevamo, evitando quelle che ci contraddicono. Anche se la nostra idea viene smentita, tendiamo comunque a ricordare meglio la notizia che la conferma.

- illusory truth effect: più una fake news si diffonde, più viene ripetuta, più tendiamo a credere che sia vera.

Si tratta dunque di vere e proprie scorciatoie, meccanismi che ci consentono di fare meno “fatica mentale” ma non ci garantiscono di non cadere in errore: siamo sicuri che un nostro amico non possa condividere una fake news? Se una notizia è stata condivisa da tante persone, è necessariamente vera?

A complicare il tutto entrano in gioco due elementi su cui far leva a causa della nostra naturale attrazione nei loro confronti: le novità e ciò che suscita emozioni.

Le neuroscienze hanno dimostrato che le informazioni nuove e inaspettate riescono a bypassare i nostri stadi di elaborazione più alti e raffinati e, inoltre, sono legate alla gratificazione e al circuito della ricompensa mediante rilascio di dopamina.

Insomma, sembriamo davvero programmati per cadere nella trappola. Ma fortunatamente siamo dotati di pensiero critico e altre difese.

Come riconoscere una notizia falsa online
Sono diverse le armi a nostra disposizione per limitare il problema delle fake news. Consapevolezza, pensiero e senso critico: non tutto ciò che leggiamo e vediamo sul web è reale o veritiero. Aiuta anche la conoscenza stessa delle “trappole” in cui può cadere la nostra mente.

Per valutare l’attendibilità di un’informazione dobbiamo controllarne le fonti. Prima di tutto, nell’articolo che stiamo leggendo è indicata la provenienza delle informazioni? Se sì, sono credibili o non sembrano degne di fiducia? Sono scientifiche o si basano sul “sentito dire”? A volte non basta nemmeno questo e serve incrociarle tra loro: se più fonti attendibili espongono un determinato fatto, ci sarà più probabilità che lo stesso sia veritiero.

Contiamo fino a 10 prima di condividere e, soprattutto, leggiamo tutto il testo (non solo il titolo) degli articoli e dei messaggi che riceviamo su gruppi e app di messaggistica. Ad esempio, possiamo tendenzialmente diffidare dei messaggi che su WhatsApp sono segnalati dall’app stessa come “Inoltrati molte volte” tra gli utenti: spesso si tratta di messaggi ideati appositamente per stimolarne la condivisione e diffondere notizie false o tendenziose.

Come dicevamo prima, le fake news sono inventate appositamente per generare discussioni e soprattutto condivisioni. Quello che possiamo fare è cercare di non dare la minima visibilità a questi contenuti: la cosa migliore da fare è non ricondividerli mai, nemmeno per smentirli, solo così possiamo interrompere la catena della disinformazione.

Anche i social, come quelli che fanno parte dell’ecosistema Facebook, hanno iniziato ad insegnare ai loro algoritmi a riconoscere le notizie false per limitarne la condivisione e quindi diffusione. Anche noi, da semplici utenti, possiamo segnalare un contenuto per sottoporlo al controllo degli addetti delle piattaforme. Partendo da questi semplici punti, ognuno di noi può fare la sua piccola (ma importante) parte nella lotta alla disinformazione e alla diffusione delle fake news.

Esistono inoltre strumenti specializzati, come la webapp sviluppata dalla startup italiana FakeBusters, che forniscono analisi accurate sui testi delle notizie pubblicate in rete. Attraverso un algoritmo e l’impiego dell’intelligenza artificiale, per ogni articolo che si intende verificare, e di cui si possegga il link, viene restituito in tempo reale il grado di qualità e affidabilità del testo.

Per fortuna, oltre all’aiuto dagli strumenti tecnologici, vengono in nostro soccorso anche scienziati, divulgatori ed esperti che dedicano parte del loro tempo al fact checking ed all’attività di debunking, che significa letteralmente “smascheramento”, prendendo le fake news, analizzandole scientificamente e smentendone ogni singolo pezzo con dati e fonti attendibili.

l'autore
Laura Fasano