Paolo Genovese, tra pubblico e privato

Paolo Genovese, tra pubblico e privato

07.12.2018 | Una conversazione con il regista di Perfetti Sconosciuti sull'impatto delle tecnologie, nel cinema e non solo.

Nel suo film Perfetti Sconosciuti, lei affronta l’impatto della diffusione degli smartphone nella società. Che rapporto ha con questa tecnologia?

Nell’80% dei casi ho un rapporto che definirei fisiologico e quindi sano; ma ammetto che c’è un 20% in cui il mio rapporto diventa patologico, di dipendenza. Non rimpiango i tempi in cui non c’erano gli smartphone, anche se penso che a volte la tecnologia ci faccia perdere alcune cose. Sarebbe bello, per esempio, far capire ai più giovani che ci si può gustare un concerto anche senza riprenderlo. Allo stesso tempo, è molto difficile pensare di tornare indietro: oggi se un’esperienza non viene ripresa e condivisa è come se non la si fosse mai vissuta.

Riuscirebbe a passare un’intera giornata senza smartphone o senza controllare le email?
Stare senza è impossibile; soprattutto per chi, com’è il caso di chi fa il mio lavoro, non ha un ufficio. Quando mi si è rotto lo smartphone mi sono trovato seriamente in difficoltà: magari stavo attendendo delle risposte, delle sceneggiature, dei contratti da firmare e mi sono sentito perso. Cerco di staccarmi quando sono in vacanza, ma il legame che si crea con questi oggetti è viscerale ed è importante esserne consapevoli.  Ho notato come cambia anche il modo in cui si vive: il fatto che quelli della mia generazione siano così legati al loro quartiere è dovuto proprio all’assenza, all’epoca, degli smartphone: per vedersi di persona bisognava andare a citofonare o incontrarsi in piazza. Oggi i miei figli non vivono più legati al loro quartiere, ma legati alla loro rete. Per loro, Roma è diventata un’unica grande piazza in cui ci si può vedere dove si vuole. Grazie a questo cambiamento, hanno molte più amicizie e molto più diversificate. Questo è un aspetto molto positivo, dall’altro lato però c’è il rischio che le loro amicizie, che sono molto più numerose, siano superficiali.

Lei utilizza i social network?
Sì, per chi fa un lavoro come il mio è fondamentale. Io uso molto Instagram: lo trovo uno strumento interessante per comunicare e poco invasivo. Ma tengo fuori la mia vita privata e lo uso a livello professionale. Non nel senso che posto solo le locandine dei film, ma che, essendo comunque un personaggio pubblico, metto le foto con i colleghi, un commento a un evento e cose di questo tipo. Non pubblicherei mai cose intime e personali; e nemmeno, come capita spesso adesso, mi metterei a litigare con qualcuno sui social. Per la comunicazione, inoltre, sono uno strumento fondamentale, che ti permette – a differenza della televisione – di raggiungere anche target molto mirati e nicchie che altrimenti sarebbero irraggiungibili.

Pensa che i suoi film si occuperanno di nuovo di questi temi?
Mai dire mai. È vero che, nonostante me li abbiano chiesti, non ho fatto né sequel né serie TV tratti da Perfetti Sconosciuti. Quello è stato un colpo di fulmine: stavo riflettendo sul nuovo film da girare e mi ha colpito la semplicità del tema trattato. È stata una rivelazione: mi sembrava molto strano che in questo momento storico – in cui due generazioni sono in fase di transizione e in cui questo oggetto, lo smartphone, sta cambiando la nostra vita come solo l’energia elettrica ha fatto in passato – non ci fosse un film che ne parlasse. Il cinema è lo specchio della società, eppure nessuno aveva ancora affrontato questo tema in un film. C’era una necessità sociale di riflettere sull’argomento, come dimostra il fatto che – senza togliere meriti al film in sé – Perfetti Sconosciuti sia stato venduto in 80 paesi nel mondo e che ne abbiano fatto remake ovunque. È un film conosciuto anche in Cina e in Corea, per esempio. È stato un detonatore: provi a dare uno spunto e scopri che ne deriva una seduta di autoanalisi collettiva: chiunque abbia visto quel film ha sentito il bisogno di ragionarci e condividere con gli amici le proprie riflessioni.

Le nuove tecnologie hanno trasformato il mestiere di regista?
No. O meglio: l’hanno cambiato profondamente ma non parlerei di trasformazione, semmai di evoluzione. Oggi puoi girare con un drone e fare inquadrature dall’alto che prima erano impossibili; ma la bellezza e il racconto delle storie prescindono dalla tecnologia. Una storia è meravigliosa anche se non la riprendi dal cielo o da sott’acqua: nella narrazione contano i sentimenti umani, le storie delle persone; a meno che, ovviamente, tu non stia facendo un film di effetti speciali per cui il discorso sarebbe diverso. Sono cambiate molte cose ma non si può parlare di svolta; perché le storie che raccontiamo si sarebbero comunque potute raccontare. Sta cambiando molto invece l’industria cinematografica: l’arrivo delle grandi piattaforme di streaming come Netflix ha modificato profondamente questo lavoro. Adesso ci sono player disposti a investire cifre importantissime e che però richiedono prodotti internazionali, che possono essere trasmessi contemporaneamente in 100 paesi. Si possono comunque girare storie profondamente legate alla nostra cultura, ma devono essere capite anche al di là delle frontiere. Bisogna sforzarsi di parlare a più persone.

La tecnologia ci ha reso più creativi o ha ridotto il nostro spirito creativo?
Sicuramente c’è stato un impatto enorme. Quando ho iniziato io c’era ancora la pellicola; quindi, per fare un cortometraggio e farsi conoscere, si doveva mettere in piedi un processo costoso e complesso. Per il mio primo corto, Incantesimo Napoletano, ho dovuto chiedere e trovare finanziamenti, girare con la pellicola e tutto un processo anche di sviluppo e montaggio che richiede molto tempo. Oggi tutto questo non c’è più: prendi un iPhone e puoi iniziare a girare. Mi sembra una libertà incredibile, che permette ai giovani di mandare i loro corti ai festival e di diffondere i loro lavori con grande semplicità. In più, tutto questo ha abbattuto delle barriere d’ingresso che prima erano enormi.

l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Illustrazione: Andrea Settimo