Odio Internet

Odio Internet

26.05.2016 | Da Kobek a Morozov, fino a Gazoia: ecco la new wave che indaga il lato oscuro della rete.

Nel proliferare di manuali di digital detox, di discussioni (online) su come staccarsi almeno temporaneamente dai social network, l’uomo del ventunesimo secolo è ormai consapevole di essere vittima e artefice degli algoritmi. Il giovin signore midcult è abituato appena sveglio, ma non prima di aver controllato la performance del sonno con l’activity tracker, agli esercizi mattutini di Gmail: cestinare gli avvisi inviati dai siti cui si è iscritto (sconti strepitosi, il lavoro che potrebbe interessarti, vorresti aggiungermi – sono tua cugina – alla rete LinkedIn?, i seguenti articoli in base a articoli che hai acquistato in passato o che ti possono interessare); e di Facebook: ritagliare, eliminare con gli occhi le pubblicità dell’ultimo oggetto visto (per sbaglio) su Amazon, rispondere cortesemente alle notifiche, verificare i tag, aggiungerli al diario, vagare qua e là e cliccare mi piace; e di Twitter: salto con l’asta di tutti i cinguettii sponsorizzati, Sarah Stage, Luis Enrique, #ciaone. Con l’esperienza migliorano le performance del suo pollice opponibile che religiosamente scorre da sinistra verso destra per sbloccare, poi dal basso verso l’alto per scrollare i flussi, gli umori, i bocconi di notizie rimpastate.

Una riflessione sull’intossicazione digitale e su come rovinare la propria reputazione online arriva dall’America con il romanzo I Hate the Internet (sottotitolo: A useful novel against men, money, and the filth of Instagram) di Jarett Kobek, pubblicato quest’anno per We Heard You Like Books. Può essere letto come una grande abbuffata tecnologica per provare un senso di nausea e disgusto e forse anche la voglia di “staccare”, non si sa da chi né come, essendo ormai noi stessi prodotti di Internet.

I Hate the Internet è soprattutto un libro sulla gentrificazione, sulle responsabilità dell’Occidente e delle sue politiche sbagliate, sul razzismo e sul ruolo non ancora parificato delle donne nella società tecnologica. Fin qui nulla di nuovo (il giovin signore si aggiorna con i documentari Netflix), ma stupisce la scrittura, perché mentre odia internet Kobek imita internet, procedendo ossessivamente con catene di hyperlink e stilando schede dettagliate con vite morti e miracoli, definizioni, elenchi descrittivi spietati: «un’invenzione meravigliosa. Era una rete di calcolatori che la gente utilizzava per ricordare ad altra gente che erano degli schifosi pezzi di merda» (internet); «un sito web senza valore dedicato alla distruzione dell’industria editoriale» (Amazon), «un birbante roditore antropomorfo che gironzolava in giardino» (Mickey Mouse), «buon romanzo sulla gente del Middle West americano senza troppa eumelanina nelle loro epidermidi» (Le Correzioni di Jonathan Franzen).

I Hate the Internet, raccontato al passato, è ambientato a San Francisco nel 2013, dove i bus bianchi dell’azienda Google, diventata ormai una religione, trasportano ogni giorno a Silicon Valley i dipendenti googleglass-muniti. Kobek ci ricorda che San Francisco è l’epicentro della più grande contraddizione di questo secolo: la libertà di parola e di espressione si sta esercitando in piattaforme web controllate da aziende il cui unico scopo è fare soldi. Si può parlare di libertà se regaliamo la nostra produzione intellettuale e i nostri dati alle multinazionali, che ci utilizzano per aumentare il traffico e guadagnare più soldi? Che fine fanno le informazioni che ci riguardano, come sono utilizzate e come possiamo proteggerle?

A queste domande cercano di rispondere, su vari livelli, alcuni libri usciti in Italia negli ultimi mesi: da un punto di vista giuridico si segnala una sintesi di Antonello Soro, presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali e autore di Liberi e connessi (Codice Edizioni 2016), che parla della sfida per la protezione dei dati, e del dibattito sui temi della sicurezza, privacy e diritto all’oblio nel quadro della normativa italiana ed europea.

Su un altro piano, legato alla produzione e ricezione dell’informazione, un’ottima panoramica si trova in Senza filtro. Chi controlla l’informazione (minimum fax 2016) di Alessandro Gazoia, che pone l’accento sulla falsa neutralità delle piattaforme e suggerisce, per sopravvivere alle contraddizioni della società iperconnessa, di non impigrirsi: «comprendere le mediazioni, i filtri e le distorsioni, rifiutare le riduzioni becere, le risposte apodittiche, le reazioni e ritorsioni automatiche, da qualsiasi parte provengano, è un dovere storico, insieme umile e ambizioso». Gazoia ricorda le esperienze di attivismo politico in rete, come quelle a cui abbiamo assistito durante la rivolta egiziana del 2011: si può considerare un’azione dal basso una pagina Facebook della protesta che viene amministrata, tra gli altri, dal responsabile del marketing di Google in Medio Oriente? Lo stesso Kobek, come hanno già fatto altri prima, in I hate the Internet mette in discussione il ruolo dei social network nella cosiddetta Primavera araba, un ruolo che in Occidente sarebbe stato sopravvalutato e strumentalizzato.

Jussi Parikka nell’introduzione al suo bel saggio A Geology of Media (Minneapolis 2015, il terzo volume della trilogia sull’Ecologia dei Media) ricorda di aver iniziato a scrivere il libro durante le proteste di Gezi Park nel 2013 (su questo tema si è tenuta tra l’altro una mostra al museo MAXXI di Roma, dal titolo: “Istanbul. Passione, gioia, furore”). Parikka traccia, procedendo per strati, una storia fisica dei media, riflettendo sull’impatto ambientale delle nuove tecnologie. Nel quinto capitolo parla di Silicon Valley, osannata negli anni ’80 e dal 2013 divenuta un marchio globale anche molto criticato: «Da “Fuck Off Google” a più elaborate articolazioni della questione, Silicon Valley non era la soluzione ma il problema». Problema che tuttavia non può riguardare solamente, dice Parikka, la baia di San Francisco: il capitalismo tossico globale pone le sue radici anche in luoghi come Shenzhen, motori della produzione fisica di tutta l’economia digitale.

A stilare una lista di motivi per odiare Silicon Valley ci pensa il sociologo Evgeny Morozov: in Italia è recentemente uscito un volume che raccoglie alcuni suoi interventi sul tema (Silicon Valley: i signori del silicio, Codice Edizioni 2016, trad. di Fabio Chiusi). Come in Kobek, la questione è trattata in termini strettamente politici: «la morte per fame è sempre possibile, ma non quella per fame di contenuti». Detta in altre parole, i ricchi continueranno a essere sempre più ricchi e i poveri potranno fare indigestione di contenuti e usare il segretario virtuale Google Now regalando i propri dati in cambio di servizi. Quelli ancora più poveri potranno invece navigare su internet.org by Facebook, il servizio di connessione diversamente gratuita per i paesi in via di sviluppo digitale. Un caso a parte è l’India, che di fatto a febbraio si è pronunciata contro Zuckerberg: il suo progetto privilegia l’accesso ad alcuni servizi scelti, non rispettando quindi i principi della net neutrality.

Ma sotto la legge di Silicon Valley si può parlare di neutralità della rete? Possiamo decidere veramente, liberamente, quali servizi utilizzare con la banda larga? Il giovin signore midcult dipende dai server delle multinazionali, e dipende davvero, non solo virtualmente, da rame e silicio, come racconta Andrew Blum nel suo affascinante viaggio alla ricerca dell’internet tangibile, dai tubi sotto l’oceano ai grandi Data Center (Tubes, HarperCollins 2013). Il giovin signore si informa, perché non è stupido, e sa di far parte della catena di produzione di merce, sa di essere merce, fruitore annoiato dei vostri selfie e del flusso incessante di notizie non gerarchizzate. Sa tutte queste cose ogni volta che clicca mi piace, ma se gli chiedeste perché non si stacca, perché non la smette di contare i suoi passi con l’activity tracker, vi risponderebbe citando quella barzelletta sul finale del film Io e Annie di Woody Allen: «uno va dallo psichiatra e dice “dottore, mio fratello è pazzo, crede di essere una gallina”. Il dottore gli dice “perché non lo interna?”, e quello risponde: “e poi a me le uova chi me le fa?”».

l'autore
Emmanuela Carbé

Emmanuela Carbé (Verona, 1983) ha concluso un dottorato in Filologia Moderna all'Università di Pavia e ha frequentato un master in Informatica Umanistica all'Università di Siena. Lavora a un progetto di ricerca sulla conservazione a lungo termine di archivi digitali. Ha scritto Mio salmone domestico (Contromano Laterza 2013), finalista al Premio Bergamo. Il suo racconto Alta Marea è incluso nell'antologia L'età della febbre (minimum fax 2015).