fbpx Le macchine Volanti | Nell’epoca digitale, la conoscenza è potere
Nell’epoca digitale, la conoscenza è potere

Nell’epoca digitale, la conoscenza è potere

18.03.2019 | Come possiamo sfruttare al meglio il potere che la tecnologia ci ha dato? Intervista a Yuval Noah Harari.

Diventare una celebrità con un libro sulla “storia dell’umanità”. E poi con un libro di visioni sull’uomo del futuro. È davvero un caso inusuale Yuval Noah Harari, israeliano classe 1976, di professione storico, docente all’università Ebraica di Gerusalemme, appassionato di meditazione e convinto animalista (nonché vegano). Ha raggiunto la fama prima con Sapiens: una breve storia dell’umanità, tradotto in 30 lingue e pubblicato in Italia da Bompiani. Un saggio di tale successo da aver generato anche un corso online di libero accesso in inglese, con oltre 100mila partecipanti complessivi.

In tempi di società liquida, la particolarità di Harari è riuscire a costruire grandi sistemi di pensiero che spieghino i cambiamenti dell’umanità con un approccio multidisciplinare; mescolando storia e biologia, per esempio. Lo spirito di Sapiens è stato riproposto anche nel secondo libro di successo, Homo Deus: breve storia del domani (2016), che affronta le possibili trasformazioni dell’homo sapiens in seguito allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, del ruolo sempre più importante che viene giocato dagli algoritmi progettati dai colossi digitali e di un futuro in cui forse la tecnologia permetterà di vincere la morte (obiettivo perseguito con convinzione alla Silicon Valley).

Dopo aver raccontato il passato e immaginato il futuro della nostra specie, descritto con logica stringente e senza timore di dare forma a ciò che potrebbero essere considerate delle visioni, Harari ha chiuso questa ideale trilogia con 21 lezioni per il XXI secolo (2018), che affronta temi cruciali della nostra epoca come il ruolo della religione, l’avanzata dei nazionalismi, la guerra e il terrorismo, fino ad arrivare alla post-verità e alla fantascienza.

Una guida per affrontare il presente, relativizzando gli avvenimenti che oggi, immersi come siano nel loro pieno svolgimento, sembrano portare la nostra specie sull’orlo del baratro; senza riuscire a vedere nessuna via di fuga. Allargare lo sguardo, con una prospettiva storica e d’insieme, è la via per comprendere meglio ciò che sta succedendo in questa caotica contemporaneità. In cui forse, di caotico, c’è soprattutto l’interpretazione che diamo al mondo che ci circonda.

 

 

 

In generale, quali sono i principali trend che, nei prossimi 10-20 anni, saranno generati dall’impatto della tecnologia sul mondo?

La conoscenza diventerà la vera forma di potere. Ci sarà uno spostamento delle strutture economiche dal territorio alle persone, dalle risorse naturali alla conoscenza. Allo stesso tempo, vedo però un trend di continua polarizzazione politica e sociale, anche fomentata dalla comunicazione digitale. La tentazione di risolvere problemi complessi con brevi messaggi – e affrettate soluzioni, di conseguenza – diventerà predominante.


Una delle conseguenze sarà cercare di risolvere con logica matematica o giuridica, dettata dagli algoritmi, problemi complessi che richiederebbero invece un approccio di medio-lungo termine con una collaborazione multidisciplinare tra più paesi. Questo è un fenomeno che già minaccia la democrazia, stimolando alcune tendenze che portano verso il caos molte parti del mondo. La democrazia è minacciata in generale dalla capacità, abilitata dalla tecnologia, di raccogliere grandi quantità di dati su ognuno di noi: il rischio è di andare verso una forma di dittatura digitale. E tuttavia queste mie frasi dovrebbero essere viste alla luce di un vecchio proverbio ebreo, secondo cui, dalla distruzione del tempio di Gerusalemme, solo i folli hanno praticato l’arte della profezia.

Quali sono i benefici e i principali problemi che possono derivare dallo sviluppo tecnologico?


Scienza e tecnologia continueranno a offrire soluzioni mediche, a migliorare la cosiddetta medicina preventiva, così come a fornire prodotti agricoli più sani e in modo più efficiente; a favorire lo sviluppo di energie rinnovabili e in generale a combattere il problema del riscaldamento globale.


Tuttavia, la conoscenza e l’abilità intellettuale, diventando il potere fondante delle strutture politiche del futuro, incoraggeranno la crescita del gap tra paesi. Tra quelli che hanno potuto investire nello sviluppo di questa conoscenza e quelli che non ne hanno avuto i mezzi. È vero che l’intelligenza artificiale e la biotecnologia daranno nuovi poteri all’umanità, ma c’è il rischio che questi siano monopolizzati da una piccola elite di aziende che controllano dati e tecnologie. Gli esclusi da questi progressi rischiano di vedere la propria vita paradossalmente peggiorata.


Ma visto che non possiamo frenare il progresso dell’AI, che possiamo fare per contrastare la crescita di quella che lei chiama “naturale stupidità”? Su quali tendenze favorevoli possiamo contare?


Stiamo affrontando una “sindrome binaria” in cui non solo i nostri dispositivi ragionano in modo binario ma anche il nostro pensiero è spinto a operare così a causa del dominio degli algoritmi. Il che ci spinge a soluzioni binarie che in politica sono di solito sbagliate. Dovremmo imparare a far ragionare le macchine in modo affine ai valori dell’umanità, invece del contrario. In ogni caso, dato che le cause dei pericoli a venire sono globali, solo una soluzione globale ci potrà aiutare. Nessun paese, nessuna regolazione nazionale potrà essere utile da sola.


Certo, pur considerando che il mondo liberale e democratico è in crisi, minacciato da nazionalismi e isolazionismi, ancora ci sono speranze in una cooperazione globale per affrontare i grandi pericoli associati allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e ai cambiamenti climatici.


Come possiamo sviluppare al tempo stesso una nuova cultura della cooperazione internazionale e un senso di comunità? E così parare il rischio di “deglobalizzazione” dell’umanità e di una sua crescente frammentazione individualistica o in gruppi separati?


La sola via è l’istruzione, quanto più diffusa. La globalizzazione positiva è diffusa soprattutto in gruppi in cui sono presenti persone dotate di alta scolarizzazione, come alla Silicon Valley. Sarebbe però scorretto esaltare le differenze culturali – per esempio tra occidente e mondo arabo – e da qui derivare la tesi di un inevitabile scontro di civiltà. Il mondo arabo è permeato della stessa nostra cultura della globalizzazione.

Nel XXI secolo siamo travolti da una smisurata quantità di informazioni, e nemmeno la censura riesce a limitarne il flusso

L’istruzione, quindi, secondo Harari, è la chiave per il futuro. Ma quale istruzione? Il tema, di cruciale importanza, è trattato proprio in uno dei passaggi chiave del suo ultimo saggio, di cui pubblichiamo di seguito un breve estratto:

“Oggi quasi tutti i sistemi scolastici nel mondo impostano i loro programmi didattici sull’accumulo di nozioni. In passato questa metodologia aveva un senso, poiché le informazioni erano scarse, e anche quelle informazioni che lentamente riuscivano a filtrare nella società venivano di continuo bloccate dalla censura. (...)

Nel XXI secolo siamo invece travolti da una smisurata quantità di informazioni, e nemmeno la censura riesce a limitarne il flusso. È invece impegnata a diffondere disinformazione o a distrarre la nostra attenzione con fatti irrilevanti. Se vivete in qualche cittadina messicana di provincia e avete uno smartphone, potreste comunque trascorrere la maggior parte della vostra vita soltanto a leggere Wikipedia, a guardare conferenze TED, e a prendere parte a corsi online gratuiti. (...)

In un mondo del genere l’ultima cosa che può fare un insegnante è dare ai suoi allievi ulteriori informazioni. Ne hanno già troppe. La gente invece ha bisogno di strumenti critici per interpretare le informazioni, per distinguere ciò che è importante da ciò che è irrilevante, e soprattutto per poter inquadrare tutte le informazioni in un più ampio scenario mondiale.

Questo in effetti è stato per secoli l’obiettivo del sistema educativo occidentale, ma finora nemmeno le scuole occidentali sono riuscite a raggiungerlo. Gli insegnanti si sono concentrati nell’inculcare i dati nella testa dei loro allievi incoraggiandoli al tempo stesso ‘a pensare con la loro testa’. Per timore dell’autoritarismo, le scuole liberali hanno diffidato delle narrazioni storicamente consolidate, pensando che se avessero offerto agli studenti massicce dosi di nozioni e una certa libertà critica, gli studenti si sarebbero potuti fare una loro idea del mondo; e anche se questa generazione non fosse riuscita a sintetizzare tutti i dati in un quadro coerente e significativo del mondo, ci sarebbe sempre stato tempo a disposizione in futuro per organizzare una buona sintesi.

Adesso il tempo è scaduto. Le decisioni che prenderemo nei prossimi decenni condizioneranno il futuro della vita, e potremo operare tali scelte soltanto in base alla nostra attuale visione del mondo. Se questa generazione non riuscirà ad avere una visione complessiva del cosmo, il futuro della vita sarà deciso dal caso”.

 
l'autore
Alessandro Longo

Direttore di AgendaDigitale.eu