Ma è proprio vero che i robot ci stanno rubando il lavoro?

Ma è proprio vero che i robot ci stanno rubando il lavoro?

09.04.2018 | Contrordine: l'automazione del lavoro procede molto meno spedita di quanto abbiamo creduto finora.

Alternando ansia ed euforia, la vulgata comune ci sta descrivendo un mondo che ancora non esiste: camion che si guidano da soli, programmi software che imitano il cervello umano, giornalisti rimpiazzati da algoritmi, assistenti robotici che ben presto renderanno disoccupati i chirurghi. Discussioni sulla possibilità di introdurre un reddito di cittadinanza nei paesi occidentali si stanno spostando da argomentazioni economiche ad altre quasi millenaristiche: c’è un’urgenza, di cui tenere conto, perché presto o tardi i robot renderanno tutti disoccupati. E quelli della Silicon Valley, anziché tranquillizzare, sono ancora più catastrofisti, arrivando in alcuni casi a sostenere che la tecnologia si porterà via tra l’80 e il 90% del lavoro nei prossimi 10 o 15 anni.

Falso allarmismo. Questo, almeno, è quanto emerge dagli studi dell’Information Technology and Innovation Foundation (ITIF), che ha analizzato 165 anni di storia dell’occupazione negli Stati Uniti, dal 1850 al 2015. Secondo il think tank americano (che, va detto, riceve finanziamenti dall’industria hi-tech) l’automazione non sta avendo l’impatto devastante che molti descrivono. Il livello di “sostituzione lavorativa” (job churn), ovvero il rimpiazzo di vecchi mestieri con i nuovi creati dalla tecnologia, è piuttosto basso. E il trend storico sembra suggerire che la fine del lavoro, in fondo, non sia poi così vicina.

“I livelli di sostituzione negli ultimi 20 anni – l’epoca che ha visto il crollo delle dotcom, la crisi finanziaria, la Grande Recessione e l’emergere di nuove tecnologie che vengono descritte come potenzialmente più dirompenti di qualsiasi cosa si sia vista in passato – è stato di appena il 38% di quanto avvenuto dal 1950 al 2000, e il 42% se consideriamo il periodo che va dal 1850 al 2000.”  

Secondo l’ITIF, in molti casi, la prospettiva dell’impatto della tecnologia non è così terrificante se la si esamina da vicino. L’istituto prende, ad esempio, le dichiarazioni di Klaus Schwab, fondatore e presidente esecutivo del World Economic Forum, l'organizzazione internazionale per la cooperazione pubblica e privata, secondo il quale l’intelligenza artificiale e i robot distruggeranno cinque milioni di posti di lavoro entro il 2023. Una cifra che suona impressionante, ma che in realtà rappresenterebbe appena lo 0,25% dei lavori che saranno creati nei prossimi cinque anni.

In altri casi – fa notare l’istituto americano – i calcoli sono semplicemente sbagliati. Sarebbe per esempio il caso di uno studio di due ricercatori di Oxford, secondo il quale la tecnologia distruggerà il 47% dei lavori negli Stati Uniti nei prossimi 20 anni. Secondo l’ITIF, gli autori non hanno avuto la pazienza di esaminare, una per una, tutte e 702 le categorie lavorative che già esistono per valutarne il grado di “sostituibilità”. Hanno scelto, invece, di valutare ogni lavoro basandosi unicamente su due fattori: destrezza manuale e percettibilità sociale. “Il problema di questa metodologia è che ha prodotto risultati che non hanno senso – scrivono quelli dell’ITIF – come quando anticipano che i robot sostituiranno le modelle da passerella, i manicuristi, gli installatori di tappeti o i barbieri”. Il dubbio è che in questi campi la sostituzione non sia così automatica come si crede, perché potrebbero intervenire altri fattori di tipo umano, politico, emozionale, culturale; difficili da eliminare nel corso di una sola generazione. Secondo l’ITIF, dei 702 mestieri presi in esame, appena il 10% – volendo essere molto generosi – è realmente a rischio.

Stesso problema si riscontra in un report recente di PricewaterhouseCoopers, secondo cui il 38% dei lavori negli Stati Uniti potrebbe essere eliminato entro il 2030. Ma è una ricerca che si basa sulla medesima metodologia degli studiosi di Oxford, e la sua previsione dà per scontate due evenienze, che il prezzo dei “robot” diminuisca e la loro usabilità aumenti significativamente. Entrambe non sono così scontate. Piuttosto, una scommessa dei futurologi di professione.

Il report dell’ITIF ha invece analizzato l’andamento dell’occupazione negli Stati Uniti dal 1850 al 2015, affidandosi ai censimenti compilati dall’University of Minnesota e dal Minnesota Population Center, mettendo a confronto i livelli di occupazione in ogni categoria lavorativa decennio dopo decennio, e incrociando i dati con l’impatto del progresso tecnologico in quella categoria.

Il dato più interessante che emerge è che la rivoluzione degli smartphone e dei software che si aggiornano da soli è poca roba a confronto degli sconvolgimenti che si ebbero nella società americana con la Seconda Rivoluzione Industriale. In particolare, tra il 1850 e il 1870: quando – tra invenzioni nel campo della chimica, della farmaceutica, della meccanica e altro – il tasso di sostituzione lavorativa raggiunse un massimo storico di circa il 50 per cento. Negli ultimi 15 anni – tanto per capirci – il tasso di sostituzione è crollato al 10 per cento. Mettete giù i forconi, dunque: i lavoratori delle nazioni industrializzate non sembrano essere le vittime di una “distruzione creativa”; per lo meno, non nell’immediato futuro.

C’è, però, il mito contrario da sfatare: molti credono che, accelerando l’innovazione, la tecnologia creerà nuovi lavori che andranno a rimpiazzare quelli scomparsi. Ma la verità è che in nessun momento della storia la tecnologia, da sola, ha creato più lavoro di quanto ne abbia eliminato. È la crescita nei settori che già esistono a fare la differenza. Dal 1850 ad oggi, l’economia americana ha creato posti di lavoro con una facilità impressionante, e il tasso di disoccupazione è rimasto quasi sempre piuttosto basso. Ed è stata, storicamente, un’economia con alti livelli di produttività: al crescere della quale sono cresciuti anche i salari, e con essi i consumi. Attivando dunque un circolo virtuoso che sì ha creato nuove tipologie di lavori, ma soprattutto facendo assumere più persone nei lavori che già c’erano (dai cassieri dei supermercati agli avvocati).

 
La principale sfida economica che dovranno affrontare le economie avanzate non è l’eccesso di sostituzione nel mercato del lavoro, ma la sua scarsezza

Il problema, però, è che oggi il circolo virtuoso non funziona bene come un tempo: i livelli di produttività stanno calando da diversi decenni, e non solo negli Stati Uniti ma in tutto l’occidente. E questo proprio perché, secondo diversi studi, il sistema economico attuale non è più attrezzato per invogliare una reale rivoluzione tecnologica. È un discorso complesso e sfaccettato, ma che ha portato il think tank a concludere che “la principale sfida economica che dovranno affrontare le economie avanzate non è l’eccesso di sostituzione nel mercato del lavoro, ma la sua scarsezza.”  

Se parlare di “quarta rivoluzione industriale” è forse prematuro, questo non vuol dire che i policy makers possano permettersi di stare a guardare. Qualche mese fa, il National Bureau of Economic Research statunitense ha messo in allarme tutti con un rapporto sugli effetti nefasti dell’automazione, tra cui disoccupazione e abbassamento dei salari. Il segretario del Tesoro, Steve Mnuchin, si è dovuto affrettare a dire che il fenomeno non era “neppure sui nostri radar” e che il terremoto è ancora lontano nel tempo: “Tra almeno cinquanta o cento anni”.

Un altro studio, dell’istituto di ricerca McKinsey, sembra confermare i timori dei “neoluddisti”, spiegando in buona sostanza per ogni sei nuove mansioni nate grazie alla tecnologia, ne scompariranno dieci tra quelle preesistenti, soprattutto nel settore della ristorazione, dei trasporti e manifatturiero. Il limite della ricerca è che però non tiene conto dei trend storici: negli anni che vanno dal 1950 al 2000 – sottolinea l’ITIF  – il rapporto tra lavori persi grazie alla tecnologia e lavori creati era molto più sfavorevole. Insomma, il problema c’è, ma esistono oggi molti più lavori “durevoli” di quanti ne siano mai esistiti in passato.

È chiaro che la politica non può limitarsi a dire a tutti: “state calmi”. Il turbamento del mercato del lavoro sarà pure ai minimi storici dai tempi della Guerra Civile, ma qualcosa bisognerà pur fare. Sul sito della Bank of England si legge: “Gli economisti che studiano le precedenti rivoluzioni industriali hanno notato come oggi nessuno di questi rischi sembra trasparire. Tuttavia, questa possibilità sottostima la natura molto diversa degli avanzamenti tecnologici attualmente in corso, in termini di una più vasta applicabilità nel mondo industriale e occupazionale, e una più grande velocità di diffusione. Sarebbe un errore, dunque, liquidare con troppo leggerezza i rischi.”

L’ITIF promette di tornare con un nuovo report sull’argomento. Intanto si limita a dire che tra le possibili azioni da intraprendere, l’approvazione di un reddito di base incondizionato sarebbe quella più temeraria di tutte: perché le risorse investite sarebbero distolte dalla ricerca e dall’innovazione, favorendo una disoccupazione strutturale troppo alta e una distorsione del mercato del lavoro tale per cui la produttività continuerà a calare. L’ITIF suggerisce piuttosto un reddito da inserimento al lavoro per i disoccupati, o di transizione verso nuove occupazioni per chi ne ha persa una, una riforma del sistema educativo che prepari al cambiamento in atto e un ampliamento delle tutele sociali: al di là di come proceda la sostituzione tecnologica.

 
l'autore
Le Macchine Volanti