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L’internet di domani digitalizzerà anche l’essere umano

L’internet di domani digitalizzerà anche l’essere umano

27.02.2020 | Non facciamo in tempo ad abituarci alla IoT che il futuro incalza: arriva l’Internet of Skills.

L’Internet of Things la conosciamo: è la possibilità, grazie a una potenza tecnologica sempre crescente, di creare una rete di dispositivi in grado di comunicare con noi e soprattutto tra di loro. Dal frigorifero che ordina la spesa da solo all’automobile autonoma che si ferma a fare rifornimento, la IoT ha aperto un mondo di possibilità che sono ancora tutte da esplorare e che vedremo svilupparsi appieno nei prossimi anni. La relativa novità della IoT non ha però impedito che un’evoluzione successiva iniziasse già ad affacciarsi: la Internet of Skills (internet delle abilità). Di che si tratta? In sostanza, è la capacità della rete di trasmettere in tempo reale non più solo audio e video, ma anche il tocco e il movimento. L’esempio classico è quello del chirurgo che muove la mano in un guanto sensoriale, manovrando una protesi meccanica che opera un paziente dall’altra parte del mondo. 

Non saremo ancora arrivati al teletrasporto, ma da un certo punto di vista il risultato è simile: mettere in rete non solo le informazioni (con il web) e gli oggetti (con la IoT), ma anche le persone. Per orientarci in questo nuovissimo ambiente, abbiamo parlato con uno dei pionieri della materia: Mischa Dohler, titolare della cattedra in Wireless Communications al King’s College di Londra. Dohler è autore di studi nei campi della banda larga, dell’Internet of Things e della cybersicurezza, e ora sta lavorando allo sviluppo dell’Internet of Skills. 

L’aspetto fondamentale è proprio quello della velocità di banda. Ogni generazione di trasmissione dati ha infatti compiuto un salto qualitativo: il 3G ha portato internet sui telefoni, il 4G ha permesso di collegare anche gli oggetti e il 5G porterà online le persone. “In effetti”, conferma Dohler, “a ogni generazione la potenza si moltiplica per 10: se il 4G forniva in media 10 Mbps per utente, il 5G ci farà navigare come minimo a 100 Mbps. Ciò permetterà di minimizzare l’impatto di un parametro molto importante: la latenza, cioè il tempo necessario affinché due dispositivi entrino in connessione tra di loro. Se con il 4G eravamo nel range di 50 millisecondi, il 5G ci porta a 1 ms. La differenza non è poi così importante se dobbiamo limitarci a caricare una pagina web, ma diventa invece cruciale nelle applicazioni industriali dell’Internet of Skills, che richiedono una latenza sotto i 10 ms”.

Ma la potenza non basta: la nuova frontiera immaginata da Mischa Dohler richiede la collaborazione di un’altra tecnologia che ha segnato lo scorso decennio: l’intelligenza artificiale. Anche le innovazioni digitali più evolute devono infatti fare i conti con un limite fisico universale: la velocità della luce. Davvero 300.000 chilometri al secondo possano costituire un problema? Quando si ragiona su distanze lunghissime e in termini di millisecondi, la risposta è positiva. Per esempio, la luce impiega 35 ms per arrivare dall’Europa alla costa ovest degli USA. Un tempo che, per quanto ridotto, potrebbe complicare gli interventi chirurgici a distanza. Come aggirare questo limite? “L’intelligenza artificiale è in grado di prevedere azioni e reazioni, e quindi può teoricamente anticipare alcuni movimenti e feedback”, spiega Dohler. Nel caso delle operazioni a distanza, la AI potrebbe sfruttare l’immensa mole di dati a sua disposizione per anticipare alcuni movimenti della mano umana, subentrando come una sorta di pilota automatico quando dovesse apparire un minimo scarto nella sincronizzazione.

5G e AI, quindi. Ma non è tutto: l’ultimo tassello è lo sviluppo della robotica. Dal momento che lo scopo è trasmettere movimenti e sensazioni, servono dei sensori che facciano un lavoro bidirezionale e trasferiscano non solo i movimenti delle nostre dita alla macchina, ma restituiscano alle persone anche la sensazione delle cose che il dito tocca. C’è però un altro elemento di grande importanza: la propriocezione, la percezione del nostro corpo nello spazio. È ciò che permette, per esempio, di toccarci la punta del naso con un dito anche a occhi chiusi. Nonostante sia un aspetto complesso da riprodurre e trasmettere per via digitale rispetto alle semplici percezioni tattili, anche in questo campo la robotica ha fatto importanti passi avanti

Ma quali sono le applicazioni di questa tecnologia così disruptive? La risposta non è semplice. Anzi: proprio perché ci troviamo di fronte a un cambio di paradigma, le applicazioni potrebbero essere potenzialmente infinite e oggi inimmaginabili. Alcuni esempi si possono comunque fare: dai robot-infermieri che operano in zone colpite da epidemie, evitando il propagarsi del contagio (si pensava all’Ebola in Africa, oggi l’esempio perfetto sarebbe quello del coronavirus in Cina), alle macchine che intervengono sul luogo di un disastro naturale o i robot-meccanici che riparano un’auto bloccata in un posto difficilmente raggiungibile. O ancora le incredibili prospettive dell’insegnamento a distanza: un e-learning che non si limita più alle classiche videolezioni teoriche, ma che permette di fare esperienza diretta, tramite sensori che trasmettono il senso del tatto, dei movimenti da compiere per suonare il piano o manovrare un aeroplano.

Il professore insiste però sul non dare eccessivo peso alle previsioni che possiamo fare oggi, per non porre dei limiti alla nostra immaginazione. “Sarebbe come essere nel 1990 e provare a prevedere che cosa sarebbe stato internet nel 2020. L’Internet of Skills è una rete, una piattaforma, e perciò sarà la base di tutte le applicazioni future che richiederanno la trasmissione a distanza di abilità fisiche”. Di una cosa Dohler è però certo: non sarà un semplice potenziamento di Internet, ma una vera rivoluzione, che porterà addirittura a una democratizzazione del lavoro: “Guardiamo a come internet ha democratizzato l’informazione, dando la possibilità a chiunque di attingere a fonti di conoscenza che prima erano riservate solo a chi accedeva fisicamente a una biblioteca o a una libreria. L’Internet of Skills, allo stesso modo, abolisce la necessità di essere fisicamente presenti per utilizzare le proprie abilità: puoi essere nel posto più sperduto dell’Amazzonia e utilizzare il tuo talento in tutto il mondo”.

A questo punto – e visto che il 5G è ormai arrivato – non resta che da chiederci quando tutto ciò diventerà realtà e quali sono gli ostacoli che ancora si frappongono tra noi e questo mondo fisicamente interconnesso. “Il 5G continuerà a migliorare nei prossimi anni e anche dal lato della robotica siamo ben messi, c’è però ancora del lavoro da fare sull’interazione uomo-macchina, per renderla più sicura e affidabile”, prosegue Dohler. “Riguardo all’intelligenza artificiale, il lavoro da compiere riguarda soprattutto le policy, per assicurarci che il comportamento della AI sia etico”. 

Quest’ultima annotazione solleva inevitabilmente una domanda: c’è qualcosa che dobbiamo temere in questo nuovo mondo digitalizzato? “C’è il problema dei cyber attacchi, perché naturalmente l’ultima cosa che vogliamo è avere interferenze durante una operazione chirurgica o nella manutenzione di un aeroplano. E in generale bisognerà pensare alle conseguenze sociali di questa globalizzazione delle competenze, affrontando anche la questione della collaborazione sul lavoro tra umani e macchine”, conclude Dohler. “Tutte le nuove tecnologie comportano opportunità e rischi”, l’importante è massimizzare le prime e contrastare i secondi.

l'autore
Dario De Marco

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