L’impatto della tecnologia sul mondo dell’arte

L’impatto della tecnologia sul mondo dell’arte

05.11.2018 | Intervista a Eike Schmidt, direttore degli Uffizi: “Il digitale per conservare e divulgare il patrimonio artistico”.

Che ricordi ha dell’utilizzo delle prime tecnologie?

Ricordo che un tempo ogni attività era molto più legata di quanto lo sia oggi al luogo in cui si svolgeva e alla presenza di un supporto fisico. Ho ancora bene in mente quando bisognava stampare, firmare e mandare un fax per ogni procedura. Grazie alle nuove tecnologie, oggi siamo molto più indipendenti dal luogo in cui ci troviamo e dai materiali di cui disponiamo. A meno che (ride), ovviamente, non si viaggi spesso in Cina, dove molti servizi sono bloccati. In quel caso si torna alle vecchie abitudini e, paradossalmente, il fatto di avere un’età in cui si ricordano ancora bene le modalità di comunicazione di un tempo mi dà un leggero vantaggio su alcuni miei colleghi.

Come cambia la fruizione dell’opera d’arte oggi che migliaia di sue copie digitali sono facilmente reperibili online?

Rispetto all’esperienza del museo, in cui si incontra prima un contesto e un luogo – cioè gli spazi fisici ed espositivi del museo stesso – e solo in seguito l’opera, l’incontro attraverso una ricerca su Google è decontestualizzato: si incontra prima l’opera e solo dopo, magari, si rintraccia il luogo in cui si trova o alcune informazioni su di essa. Anche in quel caso, comunque, un contesto c’è ed è quello dello spazio digitale e virtuale fornito dal motore di ricerca. È comunque uno strumento ancora logocentrico, costruito intorno alla parola, al tag, e solo in un secondo momento in grado di condurci all’immagine. Sono tuttavia certo che in futuro, grazie alle intelligenze artificiali, vedremo sempre più strumenti e macchine di ricerca in grado di operare dal visivo alla parola, oppure addirittura dal visivo al visivo.

Quali sono le tecnologie che, a suo parere, sono già, o saranno sempre più, utilizzate per arricchire l’esperienza che offrono i musei?

A livello museale, le tecnologie giocano un ruolo secondo me fondamentale in più di un settore. Tanto per cominciare, si sono rivelate molto utili per la catalogazione delle opere, scopo per il quale sono state adottate molto presto, già negli anni ’80 e ’90. All’epoca si trattava di sistemi di archiviazione e catalogazione molto complessi che oggi, grazie all’apporto di linguaggi sempre più semplici e intuitivi, si sono invece molto snelliti. Quando sono arrivato agli Uffizi nel 2015, per esempio, il sistema di catalogazione era ancora basato su MS-Dos. Abbiamo quindi compiuto uno sforzo per modernizzarlo e renderlo più accessibile tanto agli studiosi quanto al pubblico. Ci siamo riusciti grazie a un sistema a finestre molto pratico, visitabile sul nostro sito e utilizzabile da chiunque sappia fare una ricerca con un motore. Le tecnologie sono poi fondamentali quando si tratta di tutela e conservazione del patrimonio. Per fare un esempio: oggi abbiamo dei sensori che monitorano e raccolgono dati sulle condizioni – umidità, temperatura e così via – di tutte le teche in cui sono conservate le nostre opere. Nel caso qualche dato non torni, io stesso ricevo immediatamente una notifica sul mio smartphone. Inoltre, grazie a un progetto avviato con l’Università de L’Aquila, siamo oggi in grado di gestire meglio i flussi del pubblico, prevedendo attraverso i big data i tempi di attesa previsti per ogni spettatore, che, in questo modo, può evitare la coda. Infine, grazie a un progetto di scansione di tutte le sculture, che abbiamo messo in piedi con l’Università dell’Indiana, ci è stato possibile raccogliere molti più dati su di esse di quanti ne avessimo mai raccolti. Questo ha una triplice valenza: ci permette di conoscere meglio l’opera e anche di fornire, attraverso il nostro sito, moltissime informazioni su di essa, tanto a chi la studia di professione quanto al pubblico. Soprattutto, però, ha una preziosa funzione di tutela e conservazione. In caso di danneggiamento o distruzione, a causa magari di una calamità, saremo in grado di lasciare ai posteri sufficienti informazioni per ricostruirla esattamente com’era. In pratica si tratta di una sorta di back-up virtuale di opere che, a tutti gli effetti, sono patrimoni dell’umanità. Infine, ovviamente, ci sono le possibilità offerte da tecnologie come la realtà aumentata, grazie alla quale oggi è possibile sostituire le didascalie poste fisicamente di fianco all’opera con didascalie interamente digitali, visualizzabili sullo smartphone del visitatore. È una tecnologia che stiamo vagliando anche agli Uffizi. Prima di costruire o cercare un’app adatta allo scopo vogliamo essere sicuri di avere raccolto il miglior set di dati possibile. Un set ricco e affidabile che non rischi di diventare obsoleto nel giro di pochi anni. Dopodiché, ci doteremo dell’app più idonea per visualizzarli.

Come vede la situazione dell’Italia, rispetto a quella di altri paesi – per esempio la Germania in cui è nato o gli Stati Uniti in cui ha lavorato a lungo – per quanto riguarda la promozione del suo patrimonio culturale e rispetto a un tema come la “digital transformation” dei musei?

Nasco tedesco ma ho lavorato soprattutto, e molto a lungo, negli USA, dove c’è un enorme e spontaneo entusiasmo intorno al digitale e a qualunque nuovo software. Credo che sia un entusiasmo unico nel mondo e che sicuramente non appartiene all’Europa. In Germania, per esempio, c’è molto scetticismo intorno alle tecnologie. C’è la paura che esse portino con sé una perdita di valore e di artigianalità o nascondano il rischio della manipolazione. Sono paure legittime che è giusto discutere e prendere sul serio, anche perché da esse possono scaturire conversazioni utili a costruire tecnologie sempre migliori e sempre più umane. E non uso questa parola – umane – a caso, visto che per lavoro mi trovo ad avere a che fare con luoghi che difendono e diffondono l’umanesimo. Anche in Italia respiro una certa diffidenza. La noto per esempio intorno a un tema come quello delle mostre digitali, accusate spesso di far perdere “autenticità” all’opera. Ebbene, io credo che questo accada solo quando le tecnologie sono usate con superficialità e per sopperire a una mancanza di rigore scientifico e storico nella ricerca a monte di una mostra. Quando queste due componenti – rigore e impegno – invece sono presenti, come nel caso della mostra su Leonardo che abbiamo da poco inaugurato per la curatela di Paolo Galluzzi – frutto di un lavoro di ricerca durato ben due anni – allora la tecnologia può essere utile ad arricchire l’esperienza o anche solo a renderla più divertente e accessibile. La sfida, per chi si occupa di cultura, è sempre quella di riuscire a tradurre tematiche di grande complessità a chi, per età o formazione, si considera un profano. Se la tecnologia, o iniziative come le mostre digitali, possono aiutare a vincere questa sfida ben venga. A patto che sia stata affrontata con grande impegno nella ricerca e nella riflessione.

l'autore
Cesare Alemanni

Illustrazione: Andrea Settimo