Le nuove sfide di Spotify

Le nuove sfide di Spotify

07.05.2018 | Il servizio di streaming musicale ha grandi progetti per il futuro, ma prima deve superare non pochi ostacoli.

Il 24 aprile scorso, le novità promesse da Spotify in vista del misterioso evento di New York sono state infine svelate: il servizio di streaming cambierà in parte la versione free della sua applicazione. All’interno di 15 playlist realizzate dall’app – tra cui le popolari Daily Mix, Release Radar e Discover Weekly – gli utenti non abbonati ora potranno scegliere quale brano riprodurre e quante volte ascoltarlo. Un passo avanti significativo rispetto alla situazione attuale, che non dà questo controllo e impone a chi non ha un account premium di ascoltare i brani in riproduzione casuale. Inoltre, Spotify chiederà agli utenti informazioni riguardo ai loro artisti preferiti in modo da realizzare, grazie al machine learning, playlist ancora più aderenti ai gusti degli ascoltatori. Infine viene introdotta una modalità a basso consumo di dati che però comporta anche una minore qualità dello streaming audio.

L’aggiornamento dell’app non giunge come una vera e propria novità: già nei giorni passati erano circolate diverse indiscrezioni a riguardo. Ma tra le ipotesi fatte c’era stata anche la possibile presentazione di un player da utilizzare in macchina: era stato The Verge a diffondere questa voce dopo aver scoperto che ad alcuni utenti era stato proposto un nuovo abbonamento, che prevedeva anche questo dispositivo per la riproduzione audio, al prezzo di 12,99 dollari al mese. E invece di questo non si è fatto alcun cenno, come non sono stati dati aggiornamenti sulla possibile introduzione di comandi vocali all’interno dell’app.

Ma il grande assente dell’evento è stato un altro: a fine febbraio si era discusso dell’interessamento della società svedese alla produzione di un suo primo prodotto. Circostanza che era stata ipotizzata analizzando le posizioni di lavoro aperte nella società e che facevano presagire una realizzazione in tempi rapidi di un hardware. Alcuni siti specializzati come Endgadget avevano suggerito che si potesse trattare di uno smart speaker (che avrebbe avuto però una vita dura, vista l’agguerrita concorrenza con i Google Home, l’HomePod di Apple e la famiglia Echo di Amazon). Il Guardian si era spinto anche più in là, sostenendo che l‘azienda fosse interessata a produrre hardware che avessero caratteristiche intermedie tra il Pebble Watch, Amazon Echo e gli Snap Spectacles.

 

Per il momento, Spotify ha deciso di puntare sui nuovi clienti offrendo una versione free almeno un po’ più simile a quella premium. Una mossa che rivela quanto l’azienda tenga a raggiungere gli obiettivi che si è prefissata. Secondo quanto riportato a fine marzo, il 2017 si è chiuso con 157 milioni di utenti attivi, i dati del primo trimestre 2018 pubblicati a inizio maggio hanno certificato la crescita attesa a 170, ma l’obiettivo ambizioso è quello di sfondare quota 200 nel 2018. Per quanto riguarda la sola fetta di abbonati, il numero – che a dicembre 2017 aveva toccato i 71 milioni – ha rispettato le aspettative, salendo a 75 a marzo 2018, mentre l’asticella è fissata tra quota 92 e 96 milioni per la fine dell’anno in corso.

Come si capisce, gli abbonati sono meno della metà del totale degli utenti di Spotify. Nonostante questo, nel 2017 hanno garantito più del 90% dei ricavi dell’azienda. Da un punto di vista strettamente economico l’idea di attirare nuovi utenti free (che hanno raggiunto quota 99 milioni) non sembra particolarmente remunerativa, se non per il fatto che, provando il servizio, potrebbero poi abbonarsi in un secondo momento. Ma c’è un altro aspetto da tenere in conto.

Gli investitori guardano molto ai numeri degli utenti dell’app di streaming musicale per capire quali sono le potenzialità di Spotify, soprattutto dopo la quotazione in Borsa di inizio aprile; la più importante del settore tech per il 2018. Con una capitalizzazione da oltre 26 miliardi di dollari (la stima iniziale si fermava a 20) si è trattato della settima collocazione della storia nel mondo della tecnologia.

Sicuramente è stato l’avvenimento più rilevante dell’anno per la società svedese, che ha deciso di intraprendere la strada della quotazione diretta, conosciuta come Dpo, rispetto alla ben più tradizionale Ipo. Una scelta particolare, ma più economica, che punta a fare a meno delle banche d’affari per la sottoscrizione delle azioni: sono gli stessi investitori ad acquistarle senza intermediazione. Sull’altro piatto della bilancia c’era però il rischio di una grande volatilità, che non poteva venir mitigata dall’intervento degli stessi istituti finanziari.

La credibilità di Spotify passerà anche dal rispetto delle previsioni economiche depositate prima della quotazione

Secondo la Cnbc, Spotify ha preso questa decisione perché, da una parte, non aveva bisogno di raccogliere nuovi capitali e dall’altra non doveva fare il cosiddetto “roadshow tour” in cui presentare agli investitori l’azienda. Ma per convincerli non basterà mostrare la crescita della società degli ultimi anni o gli ambiziosi progetti per aumentare il numero di utenti del servizio. La credibilità di Spotify passerà anche dal rispetto delle previsioni economiche depositate prima della quotazione.

Un dato particolarmente importante riguarda le perdite: quelle operative sono previste tra i 230 e i 330 milioni di euro nel 2018, in calo rispetto ai 378 dell’anno passato. In primo piano anche i ricavi stimati, in crescita da 4,9 miliardi di euro ai 5,3 per la fine dell’anno in corso: un dato più che raddoppiato rispetto soltanto al 2015. Il primo trimestre del 2018, invece, si è chiuso con ricavi sopra 1,1 miliardi di euro (leggermente sotto alle stime), con perdite operative che sono state di 41 milioni di euro. Risultati sotto le aspettative di Wall Street, che hanno deluso gli investitori.

Ma non c’è solamente questo aspetto da curare. La volontà di diventare una società sempre più grande ha anche una profonda influenza sulla capacità da parte di Spotify di strappare accordi più convenienti con major come Universal, Sony e Warner (che possiedono tutte una parte di capitale di Spotify): la maggior parte dei costi che l’azienda deve sostenere infatti arrivano proprio da questa voce.

Come sottolinea Recode, il futuro passa anche attraverso accordi con etichette minori e indipendenti, che inizieranno a parlare (e trattare) direttamente con il servizio di streaming musicale. Mentre qualcuno propone anche che Spotify inizi a firmare contratti direttamente con gli artisti, diventando così un’etichetta. Un modo per seguire in parte il modello Netflix che produce numerosi contenuti originali.

Spotify deve però riuscire a limitare le sue perdite, che nel 2017 hanno superato 1,2 miliardi di euro; anche perché non ha la possibilità di bilanciarle con altri settori dell’azienda, come fa invece la rivale diretta Apple Music. I due servizi stanno ormai vivendo da tempo una vera e propria battaglia per la supremazia nel mondo dello streaming musicale, dato che Amazon Music e Pandora non hanno i numeri per competere. Ma se a livello mondiale il primato della società svedese non è in alcun modo a rischio, dato che il servizio della Mela si ferma a 40 milioni di abbonati, diversa è la situazione negli Usa.

Il Wall Street Journal a febbraio prevedeva che il servizio di Cupertino, mantenendo il tasso di crescita mensile degli abbonati al 5%, avrebbe superato negli Stati Uniti il numero di ascoltatori paganti di Spotify, in crescita soltanto del 2%. La sfida prosegue e potrebbe coinvolgere anche altre applicazioni: Shazam, app per il riconoscimento di brani acquistata da Apple a fine 2017, potrebbe essere utilizzata per indurre gli utenti a preferire Apple Music ai concorrenti. Motivo per cui la Commissione europea ha recentemente deciso di aprire un’indagine sulla sua acquisizione.

 
l'autore
Enrico Forzinetti