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La trasformazione sociale degli smartphone

La trasformazione sociale degli smartphone

15.02.2019 | È proprio vero che le nuove tecnologie hanno peggiorato le nostre vite? Intervista al sociologo Giovanni Boccia Artieri.

Generano dipendenza, causano la radicalizzazione della società e ci rendono persone sempre più superficiali. Queste sono le accuse più comuni che smartphone e social network hanno ricevuto nel corso degli anni, trasformando due delle più importanti innovazioni della nostra epoca nel nemico pubblico numero uno. Ma la situazione è davvero così negativa?

“Queste critiche vengono fatte ogni volta che si assiste all’introduzione di nuove tecnologie trasformative”, racconta a Le Macchine Volanti Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei Media Digitali all’Università di Urbino. “Già con la diffusione della stampa si era assistito a qualcosa di simile, perché si temeva che il successo della letteratura romantica avrebbe causato una maggiore superficialità. Lo stesso vale per la televisione, che ha sicuramente prodotto intrattenimento, ma ha avuto anche un’importante funzione culturale. Non bisogna tenere conto solo dei microfenomeni che osserviamo adesso, ma analizzare tutto sul lungo periodo”.

Quindi non è vero, come viene spesso detto, che lo smartphone mina la nostra capacità di concentrarci e scoraggia l’approfondimento?

Cambia sicuramente il modo che abbiamo di approcciare la conoscenza. Se ci troviamo in mobilità, useremo modalità informative che sono più legate a esigenze istantanee e momentanee: per dare un’occhiata ai titoli mentre aspettiamo che arrivi l’autobus, oppure per vedere chi è il regista del film di cui stiamo parlando con gli amici. Lo smartphone è uno strumento, dipende tutto da come lo utilizziamo e in che momento. Se ci troviamo su un social network, è inevitabile che i contenuti siano più frammentati, meno gerarchizzati e più sintetici; dandoci comunque la possibilità di approfondire quando vogliamo.

Se invece pensiamo ai longform (articoli molto lunghi e approfonditi che richiedono tempo per la loro lettura), è un formato che è stato reintrodotto proprio negli ultimi anni. Nell’epoca della rapidità e della frammentazione riemerge una forma che è invece propria della riflessione lunga. Ovviamente, non abbiamo bisogno solo di riflessioni approfondite: in altri casi ci servono invece informazioni di superficie, che non significa superficiali ma di sintesi, in grado di sollecitare la nostra attenzione.

Siamo dipendenti dagli smartphone perché siamo dipendenti dalla vita

A proposito di longform, un’altra critica che viene fatta riguarda la possibilità che tutte queste innovazioni, a partire da internet, abbiamo aumentato le diseguaglianze culturali; offrendo un oceano di opportunità a chi possiede maggiori strumenti e lasciando gli altri invece vittima dello scrolling vuoto e compulsivo.

È la tematica classica del knowledge gap, che non nasce certo con internet ma che con il digitale ha avuto una seconda giovinezza. Ci sono diversi fattori da prendere in considerazione: le prime ricerche avevano cercato di mettere in luce come tutto dipendesse dal livello socioculturale e come le persone più istruite fossero quelle in grado di utilizzare meglio gli strumenti di conoscenza. Con il tempo, invece, si è capito che l’aspetto più importante è l’interesse che si ha nei confronti di un tema. Gli stessi temi locali vengono approfonditi ugualmente da persone con istruzione diversa. Forse è proprio la dimensione iperlocale in cui il divario digitale si riduce di più, perché ci tocca da vicino e porta quindi naturalmente ad approfondire in maniera accurata.

Allo stesso modo, non è affatto detto che essere esposti incidentalmente a contenuti elevati trasmessi in televisione aiuti a ridurre il divario culturale o mi spinga a interessarmi a un tema. Inoltre, bisogna tenere conto del fatto che le diete informative sono molto articolate. Le persone posseggono uno smartphone ma non per questo smettono di parlare con gli amici, di guardare la tv o di dare un’occhiata al giornale quando sono al bar. Noi ragioniamo sempre separando i vari media, ma la nostra dieta è molto composita.

Può essere che ci sia ancora bisogno di tempo per imparare bene a padroneggiare degli strumenti che, comunque, sono entrati nelle nostre vite da pochi anni?

Da una parte è vero. È un po’ ciò che è avvenuto con la primissima fascinazione per la TV, quando arrivò in Italia e si assisteva ai riti celebrativi: i giovedì sera con i quiz di Bongiorno o i raduni a casa dei primi che avevano comprato il televisore. Nel caso dello smartphone, però, non stiamo parlando di un medium fatto per una cosa sola: c’è intrattenimento, informazione, comunicazione e altro ancora. È uno strumento che rende dipendenti perché noi siamo tutti dipendenti dalla vita, dal rimanere in contatto tra di noi, essere informati e a conoscenza di ciò che sta succedendo.

Lo smartphone nella forma odierna si è diffuso veramente da poco tempo. Anche la storia recente dei social network sembra essere consolidata, ma in verità continua a variare: molti adolescenti usano solo alcuni social e non altri, mentre gli adulti iniziano a stancarsi di uno strumento che dopo un po’ diventa ripetitivo e che ha parecchie controindicazioni. Con il tempo cambia tutto e anche la nostra cultura si sta trasformando: ci sono ristoranti, per fare solo un esempio, che chiedono di lasciare lo smartphone in un cassetto. In futuro probabilmente arriveremo a una normalizzazione delle modalità d’uso di questi strumenti. Non dobbiamo preoccuparci tanto di disintossicarci, ma di imparare a gestire il nostro tempo con lo smartphone ed essere consapevoli dei momenti in cui è meglio farne a meno.

Dobbiamo imparare a gestire meglio la dimensione emotiva e i rapporti personali via social

L’urgenza con cui si affronta il tema del detox digitale deriva anche dalle accuse, sostenute per esempio da autori come Geert Lovink, che l’abuso dei social network generi tristezza, perché ci costringe a una vita molto più passiva. Cosa ne pensi?

È vero che oggi le vite degli altri sono diventate una forma comunicativa. Noi osserviamo queste vite e reagiamo attraverso commenti e faccine. Questa visione sembra però presupporre che l’unico accesso che abbiamo alla vita sia sui social network e che non ci sia continuità tra online e offline. Ciò che avviene sui social è invece solo un pezzo di un rapporto che si può avere anche offline. Se escludiamo il racconto sui social di persone che non conosciamo – in gran parte delle celebrità, il cui racconto delle vite esisteva anche prima – la maggioranza delle persone che frequentiamo sui social network le frequentiamo anche nella vita reale, in maniera più o meno costante.

Le narrazioni che creiamo sui social non sono costrutti astratti, sono relazioni concrete che continuiamo ad avere anche in altri modi. Quel che è vero è che dobbiamo imparare a gestire meglio la dimensione emotiva e i rapporti personali via social; senza generare fraintendimenti o avere altri tipi di problemi. Ma anche in questo caso stiamo facendo progressi: pensavamo che le comunicazioni tra i più giovani sarebbero state tutte una chat con emoticon e parole contratte; poi abbiamo scoperto il memo vocale, che reintroduce il calore della voce e abbassa la soglia di ambiguità. Le tecnologie cambiano sempre e in molti casi possono anche risolvere dei problemi che loro stesse avevano creato.

Il continuo cambiamento è un tema fondamentale, anche perché molte delle considerazioni che vengono fatte come se fossero inevitabili, rischiano invece di essere scritte sulle sabbia.

Una delle cose più importanti da capire è che le tecnologie producono trasformazioni. La nostra capacità di memoria è iniziata a cambiare fin da quando abbiamo iniziato a scrivere libri e abbiamo di conseguenza iniziato a ricordare di meno. Gli antichi memorizzavano molto di più, ma ciò non toglie che la loro mole di conoscenza fosse di molto inferiore alla nostra. L’altro aspetto problematico di cui si parla sempre è la crescente polarizzazione politica causata dai social. Le persone tendono sempre a un pregiudizio di conferma, a credere a ciò che avvalora le loro opinioni, e i social media tendono a facilitare questa dinamica. Ma nessuno di noi vive solo online: siamo comunque esposti a vari gradi di comunicazione, guardiamo i telegiornali, ascoltiamo un talk show o incrociamo opinioni differenti dalla nostra. La polarizzazione è una tendenza a cui portano alcune logiche di piattaforma, ma non è certo una condizione di vita in cui veniamo costretti con la forza.

 
l'autore
Andrea Daniele Signorelli