fbpx Le macchine Volanti | La trasformazione della TV
La trasformazione della TV

La trasformazione della TV

21.10.2019 | Da Lost a Stranger Things, dal palinsesto allo streaming: viviamo l’epoca d’oro della TV. Cosa ci attende in futuro?

Conosciamo la società tecnologica dalla quale arriviamo, ma non conosciamo – se non facendone esperienza giorno dopo giorno – la società tecnologica verso la quale siamo diretti. Delle tendenze esistono, naturalmente: la tv digitale sta rimpiazzando tutte le altre, compresa la tv via cavo a pagamento tipica degli Stati Uniti. Il fenomeno ha un nome, cord-cutting (taglio dei fili). Reed Hastings, il CEO e co-fondatore di Netflix, solo l’anno scorso ha dato alla televisione lineare circa altri vent’anni di vita. Prima di arrivare fin qui, però, è il caso di fare un passo indietro.

Quando si parla di televisione lineare si parla della tv del palinsesto, in cui gli appuntamenti di visione sono distribuiti nel corso della giornata e pensati per un pubblico che si deve adeguare alle esigenze dei network, a loro volta costruite su quelle dell’audience. L’esempio classico è quello del cosiddetto prime time, la fascia temporale che va dalle 20.30 alle 21.30 nella quale è divenuta usanza consolidata trasmettere i titoli di punta. Il concetto che ne sta alla base è semplice: i lavoratori reduci da una lunga giornata eleggono la sera a momento fondamentale da trascorrere in relax, da soli o con la famiglia, e fruire quel che il canale ha di meglio da offrire. Ne deriva che proprio quel momento sia di massimo interesse per una rete che debba attirare gli inserzionisti con dati di ascolto sufficientemente alti, generando una sorta di loop: qualcuno programma per me in quell’orario, ma alla fine sono io a dover rispettare quell’orario qualora andasse in onda un programma che desidero guardare e non voglio perdere.   



Quella tra la tv lineare e lo spettatore è una storia d’amore complicata, in cui il compromesso appena descritto ha dato vita a un fenomeno inatteso: la visione collettiva. Le serie tv, per varie ragioni, si prestano perfettamente a illustrare il cambiamento delle abitudini di fruizione. Quando Lost andava in onda, negli Stati Uniti, su ABC ogni mercoledì sera, cascasse anche il mondo ma milioni di telespettatori si sarebbero trovati davanti alla loro televisione in quel preciso momento. Questo movimento di massa ha fatto sì che tutti fossero esattamente sulla stessa lunghezza d’onda degli altri appassionati di Lost, di cui potevano discutere il giovedì mattina avendo goduto dello stesso contenuto, nello stesso orario. L’esempio di Lost non è casuale: durante la sua messa in onda, la sincronicità della fruizione ha incontrato forse per la prima volta (almeno in quelle dimensioni) le nuove possibilità offerte dalla rivoluzione digitale, generando una miriade di luoghi virtuali nei quali radunarsi per dare corpo a un’esplorazione profonda dei misteri della serie tv.

La rivoluzione dello streaming

Quando si nomina la televisione non lineare si fa invece riferimento alla tv on demand, ossia a un cambiamento del modello di domanda e offerta grazie al quale si consolida un’inversione già sperimentata grazie all’affermarsi delle tecnologie di registrazione; sono le scelte del canale a dover venire incontro alle mie, non il contrario. Tornando a Lost: se posso registrarlo o vederlo quando voglio sulle piattaforme di streaming non sono più vincolato all’appuntamento col contenuto che mi interessa. L’utente viene liberato dalle «catene» delle decisioni dei network e diventa protagonista della sua routine di visione. La perdita più ovvia è quella della sincronicità; se posso vedere un episodio di Lost al venerdì mattina anziché al mercoledì sera non riuscirò – in soldoni – a partecipare alla discussione di chi l’ha guardato mentre andava in onda.

Sorge così una nuova forma di viewership nella quale lo spettatore diviene l’uomo vitruviano attorno cui il network, o il broadcaster, comincia a pensare la sua proposta nella cornice di un mercato temporalmente fluido, nel quale fasce come il già menzionato prime time cessano di esistere con tutto quel che ne deriva. Cambiano anche le necessità produttive e la scrittura stessa dei contenuti: la tv, e nello specifico le serie tv, lentamente si adeguano a quanto già facevano le reti via cavo quali HBO, ratificando il formato di stagione breve (otto-dieci episodi) a principe assoluto della narrativa televisiva ai tempi del digitale, passando spesso dall’appuntamento settimanale alla disponibilità immediata di una stagione intera.

I titoli vengono aggregati su piattaforme in streaming alle quali è possibile accedere da qualsiasi luogo e da qualsiasi strumento (incluso lo smartphone), decentrando per sempre la fruizione: il divano non cessa di essere il posto prediletto, ma la visione non è più per forza sequenziale e diviene tanto più penetrante. Posso guardare un episodio di Lost sull’autobus andando al lavoro, e guardarne un altro quando faccio la stessa strada al ritorno. Posso guardare quindici minuti di un altro mentre aspetto dal dentista, e recuperarne gli altri trenta minuti a casa.
 

Il concetto legato più di tutti alla non linearità della televisione è l’elevatissima penetrazione della visione nella quotidianità motivata dalla portabilità dei device; e la versatilità della serie con il suo formato episodico – sbocconcellata oppure consumata in una volta sola (binge watching) – ne fa la rappresentazione perfetta dell’esperienza audiovisiva ai tempi della rivoluzione digitale. Anche il cinema e l’home video cambiano: i film d’autore, oggi, possono approdare direttamente sulle piattaforme di streaming (si pensi al caso Roma di Alfonso Cuaròn, su Netflix), mentre la tecnologia trasforma anche le tv casalinghe in schermi che spesso – si pensi al 4K o al Dolby Atmos – offrono un’esperienza gratificante in termini di qualità dell’immagine.

La tv non è più soltanto in salotto, e il cinema non è più soltanto in sala: è ovunque, in un continuum senza soluzione nel quale viviamo concretamente le storie che apprezziamo, gustandole e assorbendole nella maniera che appare più consona ai nostri ritmi. È possibile che uno show come Game of Thrones sia stato il canto del cigno della visione collettiva nel prime time, ma questo tipo di dichiarazioni apodittiche rischiano di lasciare il tempo che trovano: non è il medium, ma la storia a fare la differenza. Ed è possibile che una serie tv altrettanto potente emerga dalle maglie della tv tradizionale portando nuovamente gli spettatori a fare quel che facevano: incollarsi al divano alle 20.30. La differenza è che, oggi, esistono alternative.

Il trionfo delle buone storie

Alla fine, la sensazione è che nell’immenso agone televisivo a essere premiate siano proprio le buone storie. Difficile parlare soltanto di tecnologia quando si parla di visione, perché il contenuto in parte si adatta al progresso, ma in parte lo genera. Forse l’immenso successo di Netflix è dovuto a House of Cards e Stranger Things (e non viceversa), forse la crescita esponenziale di Amazon Prime Video è indissolubilmente legata al sorgere di autrici-star come Phoebe Waller-Bridge con Fleabag e quella di TIMVision a enormi successi di critica come Handmaid’s Tale o Killing Eve.

Sono le storie a generare la corsa all’oro nel 2019 e lo saranno di più nel 2020. Se è vero che già oggi in Italia viviamo in una società ad alta penetrazione di servizi in streaming, in cui però i canali tradizionali come quelli RAI, Mediaset o quelli a pagamento come quelli Sky continuano a proliferare, è anche vero che il famoso «cord-cutting» esiste nella misura in cui gli utenti sentono il bisogno di ascoltare e guardare storie che altrimenti, forse, non sarebbero proprio disponibili. Disney+, che dovrebbe arrivare anche da noi nei mesi invernali dell’anno prossimo, può contare sul più celebre archivio di storie di tutto il mondo e unito a un prezzo base conveniente potrà facilmente ricavarsi una nicchia sostanziale di mercato.

Il quesito per il futuro, quindi, cambia ancora una volta e diventa: in quale altro modo la tecnologia interagirà con la visione e la routine dello spettatore, al di là dei confini ormai noti della fruizione on demand? Torniamo così da dove eravamo partiti. Conosciamo la società tecnologica dalla quale arriviamo, ma non conosciamo – se non facendone esperienza giorno dopo giorno – la società tecnologica verso la quale siamo diretti. E un giorno, magari, l’avvento di una serie tv di altissima qualità in realtà virtuale farà sì che i visori come Oculus si diffonderanno in tutte le case.
 

l'autore
Marina Pierri