La sfida del giornalismo online

La sfida del giornalismo online

17.09.2018 | Una conversazione con Luca Sofri, direttore de Il Post

Quanto tempo ti prendono oggi i dispositivi tecnologici?

Mi prendono tutto il tempo; tutto quello che non trascorro a interagire direttamente con altre persone. Ma è un rapporto ottimo, sereno e abbondante. D’altra parte – come tutti quelli che sono alle prese con una dipendenza – sono convinto di poter smettere quando voglio. Essendo abbastanza convinto di questo, vedo nel mio rapporto con la tecnologia una scelta personale che mi rende capace di gestire qualunque aspetto deteriore. Non solo: c’è questa strana idea, per me totalmente inspiegabile, di non distinguere la piattaforma dal contenuto. Quando parliamo di libri parliamo sempre del contenuto; quando parliamo di smartphone invece facciamo sempre riferimento alla piattaforma. Ma noi non stiamo sugli smartphone, li stiamo usando per fare delle cose. Magari sto leggendo Dostoevskij, magari sto leggendo il libro di un calciatore o di uno youtuber. Poi, certo, se vedo che mia figlia sta quattro ore a chiacchierare su WhatsApp con gli amici le chiedo di fare altro; ma magari questo altro si svolge comunque attraverso lo smartphone.

Un tempo si facevano telefonate chilometriche, oggi le conversazioni sono spezzate in mille forme; compresi i messaggi vocali su WhatsApp. Come cambia la comunicazione?

Dipende molto anche dalle attitudini e dai gusti personali. Io trovo che tutta la comunicazione scritta contemporanea sia rispettosa degli altri, perché non ci obbliga a partecipare immediatamente alla conversazione; siamo liberi di rispondere quando vogliamo. La cosa più irrispettosa, invece, penso che siano i messaggi vocali; che costringono a essere ascoltati subito perché non puoi mai escludere che non sia, magari, un congiunto che ti avvisa che sta andando a fuoco la casa. Non puoi saperlo prima, devi per forza ascoltare. Mentre invece con lo scritto puoi dare un’occhiata veloce.

Qual è la telefonata più lunga che hai fatto di recente?

Non faccio quasi più telefonate, ma anche gli altri mi chiamano pochissimo. Mi rendo conto anche scorrendo l’iPhone che ormai faccio due o tre telefonate al giorno; un tempo erano cinque volte tanto.

Che ricordi hai dell’utilizzo della tecnologia, del primo computer o della prima chiamata al cellulare?

Io non avevo una passione per questi dispositivi, mi definirei un pioniere accidentale. Capitò che chiudesse un giornale in cui lavorava mio padre ed ereditassi alcuni degli apparecchi di quella redazione: un Olivetti M20 e un M10, un portatile con relativo modem per appoggiare la cornetta del telefono. È questo che ha fatto sì che iniziassi a frequentare il mondo dei computer. L’altro aspetto fortunoso è che, grazie alle amicizie e relazioni di famiglia, ho frequentato la sede del Partito Radicale di Roma; loro sono stati veri precursori del digitale e di internet. Ricordo che verso la fine degli anni ‘80 qualcuno mi aveva addirittura fornito di un indirizzo di posta elettronica, di quelli con l’indirizzo @agora.stm.it.

Quali app o siti controlli per primi la mattina?

Quando prendo in mano lo smartphone vado su Slack, per vedere se ci sono messaggi o conversazioni rilevanti, poi guardo la mail e Twitter. A dire la verità, al momento sono in moratoria Twitter, perché c’è la solita quota di sciocchi che mi fanno cadere le braccia, mi deprimono e rendono necessario che stacchi per qualche tempo. Invece non frequento Facebook.

Cosa vorresti nello smartphone che ancora non c’è?

Posso vantarmi di questo aneddoto: quando uscì l’iPod, nel 2001, una qualche rivista specializzata mi intervistò e io raccontai come reputassi l’iPod un oggetto meraviglioso; da appassionato di musica lo usavo tantissimo. L’unica cosa scomoda era doversi portare in giro due apparecchi, il cellulare e l’iPod. Ho pensato subito che sarebbe stata una bella idea riuscire a mettere tutto in un dispositivo solo. Ovviamente, non credo di essere stato l’unico a pensarlo. Per quanto invece riguarda il futuro non saprei; visto che mi dimentico sempre i nomi delle cose e delle persone, sono sicuramente favorevole a dei software di realtà aumentata che diano tutte le informazioni sulle persone che incontri.

Non è un po’ inquietante?

Io sono molto indulgente nei confronti dei Grande Fratello. Morozov (uno degli osservatori più critici del mondo digitale, NdR) è simpatico ma ha preso una piega un po’ eccessiva. Diciamo che ha trovato un suo spazio, ma io non riesco a essere così preoccupato. Certo, alcune evoluzioni mi preoccupano, ma, per esempio, non riesco a essere scandalizzato dal fatto che le aziende sappiano quale caffè mi piace.

La tecnologia digitale, quindi, secondo te, ha migliorato la nostra vita?

Nel complesso forse l’ha migliorata, ma è una domanda a cui non si può dare una risposta univoca. In generale, penso che internet e i social network abbiano migliorato la vita delle persone privilegiate che hanno gli strumenti per sfruttarli al meglio e individuare le opportunità che offrono. Invece, l’ha peggiorata per le persone meno privilegiate e meno curiose, per cui è diventata un’occasione per sfogare la propria frustrazione. Questo discorso vale in generale anche per l’informazione, che è migliorata per tutti quelli che sono capaci di costruirsi un orientamento e scegliere nella ricchezza. Se invece non sai scegliere e ti limiti a muoverti passivamente, allora penso che il grosso dell’informazione online sia molto peggiorato.

Quanto è cambiato il mestiere del giornalista con l’avvento del web?

Io ho cominciato a fare il giornalista alla fine degli anni ‘90 proprio perché sapevo lavorare sul web e usare internet come fonte, pur essendo piuttosto inesperto per quanto riguarda il giornalismo tradizionale e non avendo mai consumato le suole delle scarpe. Da un certo punto di vista, temo che l’unico modo in cui è davvero cambiato sia che, oggi, si sono ridotti gli spazi per il giornalismo che richiede risorse importanti, come quello investigativo.

Pensi che quello online sia troppo spesso un giornalismo di seconda mano, che “rimastica” ciò che è già uscito altrove?

Da una parte, questa è addirittura una buona cosa: è bello contribuire alla diffusione di notizie importanti; traducendole, aggregandole, spiegandole. Ci permette di fare un buon lavoro pur con risorse limitate. Dall’altra, è vero che la qualità degli approfondimenti e del giornalismo investigativo italiano non è quasi mai all’altezza di quello di alcuni altri paesi e democrazie occidentali, dove il giornalismo è effettivamente un pilastro delle comunità.

Quali sono gli strumenti digitali di cui non potresti fare a meno?

Come fonte, sicuramente Twitter. Ha rimpiazzato e soppiantato il 90% del servizio fornito dalle agenzie di stampa, aggiungendo ulteriore ricchezza e nuovi servizi. Ormai le informazioni arrivano su Twitter con una varietà di fonti molto più ricca e con un’autorevolezza molto maggiore. Naturalmente, restano scoperte alcune cose locali che richiedono ancora il lavoro delle agenzie.

Credi che la corsa alla digitalizzazione abbia favorito il proliferare delle fake news?

Questo è un tema di cui mi sono occupato in maniera approfondita, ormai da parecchi anni. L’idea che il problema scaturisca da internet, secondo me, nasce dai giornalisti tradizionali che così si autoassolvono e scaricano la colpa sulla rete. Il problema non è internet, soprattutto in un paese come l’Italia che ha una lunghissima tradizione di giornalismo poco accurato. In Italia manca un modello dei “buoni” da contrapporre a quello dei “cattivi”. Da noi non c’è il New York Times, nemmeno il Guardian o Le Monde. Più in generale, il problema è che internet ha amplificato tutto quanto, di conseguenza ha amplificato anche la diffusione delle false notizie.

Come immagini l’evoluzione del giornalismo online?

Non saprei, non sono capace di prevedere cosa succederà tra tre anni o più; è difficilissimo. Meglio capire cosa succederà nei prossimi due mesi e poi rimanere sempre molto duttili per affrontare tutte le novità. Sicuramente siamo in una fase in cui il modello pubblicitario basato sulle pubblicità che precedono i video si sta già ridimensionando (anche se ovviamente offre ricavi superiori ai banner). Vedo invece una piccola inversione di tendenza, per cui c’è maggiore disponibilità a pagare per avere contenuti giornalistici di qualità. Una nicchia di lettori si è resa conto che questa cosa dell’informazione gratuita non era proprio ottimale. A questa inversione, probabilmente, ha contribuito anche la vittoria della Brexit e di Trump, che ha fatto crescere la voglia di pagare per avere in cambio contenuti affidabili, accurati e di qualità; comunicati con efficacia a lettori con cui si crea un rapporto di complicità. Penso che questo possa essere un elemento importante nel futuro: creare un rapporto molto solido con i propri lettori. Ma non è una sfida facile da vincere.

 
l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Illustrazione: Andrea Settimo