La Resistenza dell'open web

La Resistenza dell'open web

08.07.2016 | Facebook e Google divorano internet e ci trasformano in prodotti, ma non tutto è perduto.

Una frase che allude a molte delle nostre attività in rete, mille volte ripetuta in questi ultimi anni tanto da diventare celebre, dice più o meno così:

Se non lo stai pagando, non sei l’utilizzatore: sei il prodotto.

Come sappiamo, spesso la fonte delle citazioni che troviamo su Internet è incerta o del tutto sbagliata: in questo il passaparola e la ricorsività dei contenuti di rete sono in grado di creare danni consistenti. Ma se Internet è piena di aforismi sbagliati, senza fonte o spesso erroneamente attribuiti, questa frase per una volta fa eccezione. È stata pubblicata su Metafilter (una community online) il 26 agosto 2010 da un utente che ha utilizzato il nickname blue_beetle. Nessun mistero nemmeno sullo pseudonimo blue_beetle, dietro al quale si cela l’utente di Metafilter Andrew Lewis, che dalla rapida notorietà della sua frase, ha pensato perfino di ricavarci qualche soldo.

Già questo, se ci pensate, è affascinante: per molti anni abbiamo religiosamente collezionato le migliori citazioni di Platone o Pascal, di Karl Kraus o Flaiano ed oggi, una delle frasi contemporanee più azzeccate e colte (perché no), una citazione che nel giro di pochissimo tempo ha attraversato Internet da parte a parte, proviene da un anonimo commentatore su un gruppo di discussione online. Il potere magico dell’open web.

Open web quindi, un’espressione da maneggiare con cura. Inevitabile accostarla ad altre parole altrettanto pesanti come libertà, democrazia, diritti, uguaglianza. Con grande facilità quell’espressione, esattamente come le altre, sarà preda dei peggiori di noi, sarà strumentalizzata dalla politica e irrisa dai regimi, sarà utilizzata dalle grandi aziende Internet planetarie e citata un po’ a caso da tecnologi ed analisti.

Per evitare questa ed altre adulterazioni la definizione stessa di open web ha necessità di essere rinchiusa dentro un recinto di maggior accuratezza e come accade sovente in rete l’unico set di regole possibili è quello che utilizza il linguaggio della tecnologia.

Se esiste una lezione chiara che i primi 20 anni di Internet ci hanno consegnato è che le nostre nuove libertà – se esistono – sono un pacchetto di norme condivise che – contro ogni aspettativa – attengono a standard di utilizzo tecnologici e non ai principi etici astratti e nobili ai quali siamo da sempre abituati.

Oggi siamo forse più liberi di quanto non lo fossimo 20 anni fa non perché Internet abbia messo d’accordo tutti gli abitanti del pianeta sui temi supremi della libertà e dei diritti (magari) ma perché, non pensandoci, lo ha fatto – ha aumentato diritti e libertà – aderendo a piccole invisibili regole tecniche. Come in certe fiabe, se a mezzanotte scompaiono le piccole regole tecniche della Internet libera anche la carrozza dei nostri diritti si trasforma magicamente in una zucca.

Per questo oggi è importante intendersi su quali siano i principi dell’open web, andarseli a leggere, domandarsi se questi siano garanzia per un nostro futuro migliore e magari accorgersi che sono stati codificati in una scarna pagina web del 2010.

Tantek Çelic informatico americano di origine turca con il dono della stringatezza scrisse allora quello che, fra gli addetti ai lavori, è diventato ed è tuttora il manifesto dell’open web. Lo si potrebbe riassumere in tre punti:

1) pubblicare contenuti ed applicazioni web che aderiscano a standard aperti
2) scrivere e implementare quegli standard dai quali le applicazioni dipendono
3) essere in grado di accedere ed utilizzare liberamente simili programmi, contenuti ed applicazioni

Subito dopo aver letto questi tre punti non ci vorrà molto per rendersi conto che grandi frammenti della Internet che utilizziamo oggi (piattaforme come Facebook per esempio, ma anche tecnologie come Flash o formati video come H264) non sono aperti, non sposano interamente il manifesto tecnologico dell’open web e dei suoi standard e mentre questo accade è come se simili piattaforme e simili tecnologie, in un certo senso, stessero mettendo a rischio la libertà di tutti.

Lo ha ripetuto recentemente anche Evan Williams in una bellissima intervista che gli ha dedicato The Atlantic. Williams è stato il fondatore di Blogger una delle prime piattaforme di personal publishing gratuite su Internet nata e cresciuta (e poi venduta a Google) all’inizio degli anni 2000; in seguito è stato fra i fondatori di Twitter ed oggi è a capo di Medium elegante piattaforma di editoria personale che in questi anni ha dettato la linea a molti anche sui temi dell’interfaccia grafica dei testi sul web. Il suo punto di partenza è del resto sempre il medesimo:

Resta il fatto che ognuno di noi oggi, in qualsiasi momento, può creare il proprio sito web e iniziare a scrivere e ad essere ascoltato, che è poi la stessa idea che mi affascina da oltre 20 anni.

Nonostante tutto questo ottimismo che – per carità – condividiamo, i nodi di rete oggi sono altri, i punti di distribuzione dei contenuti non sono più i singoli siti web personali (come ai tempi dei blog) ma i motori di ricerca, i social network, le app di messaggistica come Whatsapp e il messenger di FB e tutto questo – sostiene Williams – è diventato davvero enorme ed ha monopolizzato la nostra attenzione. E questo potrebbe non essere buono.


“Primarily what we’ve seen is that the social networks have gotten really, really big, and they drive more and more of our attention.” With this size, they also collect more revenue: 85 cents of every new dollar in online advertising went to Google or Facebook in early 2016, according to a Morgan Stanley analyst quoted by The New York Times. “That could be bad,” says Williams, in his low-key way.


Del resto, come sostiene Tim Wu, uno dei padri del concetto di neutralità della rete, tutte le tecnologie delle telecomunicazioni si comportano alla stessa maniera e sono caratterizzate all’inizio da un formidabile momento di apertura a cui segue sempre una chiusura monopolistica e atrofizzante.

Così forse oggi possiamo osservare Intenet attraverso due lenti del tutto differenti: da un lato quella minoritaria e romantica della Internet degli standard, una rete uguale per tutti, che consente a chiunque di organizzare la propria esperienza di rete in totale autonomia, dall’altra quella della grande maggioranza degli utenti che accettano la propria trasformazione in prodotto e ne patiscono prima o dopo, più o meno consciamente, le conseguenze.

Si trattasse di una discussione accademica potremmo archiviarla con leggerezza osservando una tendenza ubiquitaria e potentissima verso l’accentramento monopolistico dei contenuti di rete sotto il controllo di pochi soggetti: tutte le nostre parole, le foto dei nostri figli, le nostre idee politiche, le preferenze di acquisto, la nostra reputazione, passano attraverso il filtro digitale di grandi nodi di rete che le collezionano e le rivendono fuori dal nostro controllo (pur se con il nostro permesso).

E tutto questo in fondo sembrerà accettabile alla grandissima maggioranza di noi: la rete Internet del 2016 come la carrozza di Cenerentola che scivola veloce, subito prima della mezzanotte, trainata da splendidi cavalli. Poi ci sono quelli che non vogliono essere un prodotto, che se possibile rifuggono alla facile critica elitaria di chi vuole semplicemente giudicare la restante parte del mondo. E che invece immagina standard che tutelino tutti. Standard che altri violeranno diventando ricchissimi, standard che altri ignoreranno semplicemente perché non li hanno capiti. Ma in ogni caso standard tecnologici che sono tuttora l’ossatura – l’unica possibile – delle nostre libertà di rete.

Chi li ha scritti e difesi è gente simile a noi ma con una rilevante differenza. Quella di possedere il sogno che a mezzanotte la carrozza non ritorni ad essere una zucca e rimanga invece così – luccicante e meravigliosa – per sempre.

l'autore
Massimo Mantellini

Massimo Mantellini è uno dei più noti commentatori della rete italiana. Blogger, editorialista per Punto Informatico, Il Post e L’Espresso, si occupa da oltre un decennio dei temi legati al diritto all'accesso, alla cultura informatica e alla politica delle reti. Nel 2014 ha scritto per Minimum Fax “La vista da qui, appunti per un’Internet italiana”.