La religione della Silicon Valley

La religione della Silicon Valley

16.10.2017 | Dagli algoritmi onniscienti alla promessa dell’immortalità: il culto “datista” sta conquistando il mondo.

Secondo l'interpretazione tradizionale, l’editto firmato a Milano nell’anno 313 dall’imperatore romano Costantino era un genuino atto di fede cristiana, nel quale si concedeva finalmente la libertà di culto ai seguaci di Gesù. Costantino ha per questo conquistato un’aura di benevolenza presso gli abramitici, che lo hanno elevato quasi al ruolo di martire. Gli storici però danno un’altra spiegazione: l’editto andrebbe letto come il primo passo per creare un’alleanza tra istituzioni romane e il Dio cristiano, che Costantino reputava il più forte in quel momento. Era un periodo di crisi epocale, per Roma, e ciò che stava a cuore all’imperatore era la stabilità sociale e la protezione dell’impero dalla furia vendicatrice di Dio. L’editto di Milano, quindi, indicherebbe più l'ossessione - tutta romana - per gli interventi divini, che la sincera compassione umana dei governanti.

Ricalcando le prime vicissitudini dei paleocristiani, anche i primi occhialuti nerd della Silicon Valley hanno attraversato la lotta per la sopravvivenza e le persecuzioni (sarebbe a dire, provocatoriamente il crash della dot.com bubble di inizio anni Duemila). In questi anni, però, la filosofia, le ambizioni, le grandi idee propagate dai templi di Mountain View o Menlo Park hanno ritrovato una capacità di incidere nella cronaca senza precedenti; il loro impatto culturale è praticamente incontrastato, e il loro potere di influenzare la politica ha un che di evangelico. Quello a cui stiamo assistendo, oggi, è l’inizio di una nuova era, in cui il credo religioso dei giganti hi-tech si sta istituzionalizzando.

Come recentemente riportato da Wired, Anthony Lewandoski, un programmatore che ha lavorato per Waymo, una controllata Google che si occupa di sviluppare macchine che si guidano da sole, nel 2015 ha fondato un’organizzazione esplicitamente religiosa dal nome Way of the future. Il suo scopo? “Sviluppare e promuovere la realizzazione di una Santa Trinità basata sull’intelligenza artificiale”. Come spiegò nel 2002 il giornalista Kevin Kelly in un articolo dal titolo Dio è il motore di tutto i nuovi profeti dell’era digitale credono letteralmente nel potere trascendentale dei computer. Ecco perché la loro fiducia negli algoritmi è intimamente legata alla speranza di ampliare le potenzialità degli individui, mentre nel frattempo le religioni tradizionali sono in crisi, i movimenti evangelici sono in crescita e Internet continua a diffondersi sempre di più. Per questa religione, noi siamo terreno fertile.

 

Altro che homo sapiens: il futuro dell'evoluzione della nostra specie potrebbe interamente risiedere nella fusione con la tecnologia, iniziata con l'avvento dello smartphone.

"Vivere per sempre” è infatti la missione dichiarata di Zotlan Istvan, futurologo e transumanista statunitense. A testimonianza della sua fiducia cieca nel domani, Istvan si è fatto impiantare nella mano un microchip: "È grande come un chicco di riso – ha spiegato in televisione - e ha un sacco di funzioni: avviare la macchina, accendere e spegnere il computer; gli ultimi modelli possono essere usati anche per pagare, come una carta di credito. Oggi siamo in 20.000 ad averlo, ma l'anno prossimo potremmo essere un milione". Per Istvan, nel futuro le macchine si fonderanno con le persone: "Conosco almeno sei compagnie al mondo che stanno costruendo un occhio bionico, da mettere sul retro della testa”, spiega. “Penserete che sia follia, ma perché non dovrei averne uno anche qui dietro?", afferma indicando la nuca. È convinto che nella Silicon Valley tutti la pensino come lui: “Qui nessuno vuole fare la fine di Steve Jobs, che era potentissimo, ha fatto grandi cose per l'umanità, ma è morto. Ed è morto di cancro".

Alla base della religione della Silicon Valley c’è una convinzione: l’insanabile limitatezza del nostro essere umani. Scrive Wolfram Klinger su VICE: “Proprio come la cristianità ci promette la redenzione definitiva dal peccato originale, così il digitalismo promette la redenzione dall’inevitabile peccato dei nostri cervelli limitati e disordinati, dalle nostre emozioni irrazionali, dai nostri corpi che invecchiano”. Nel frattempo c’è Ray Kurzweil, 69 anni, definito “genio infaticabile” dal Wall Street Journal, direttore del settore ingegneristico di Google, che ha una profezia: entro il 2045 si realizzerà la “singolarità tecnologica”, ovvero il punto in cui il progresso tecnologico accelererà oltre la capacità di comprendere e prevedere degli esseri umani. Entro trent’anni, dunque, ci sarà l’avvento di un’intelligenza superiore a quella umana e di una catena progressi esistenziali sbalorditivi. Ma già molti anni prima, il nostro corpo sarà percorso da migliaia di nanorobot che navigheranno le nostre arterie, per mantenerci in perfetta salute segnalando al nostro medico curante o ai nostri datori di lavoro alcuni possibili “difetti”.

Dare un nome preciso a questa nuova religione è complicato, ma lo scrittore e storico Yohan Harari ci ha provato e l’ha chiamata “datismo”, il cui dogma si può riassumere così: tutto ciò di cui abbiamo bisogno sono le informazioni che provengono dai dati. Ma questi dati non possono essere interpretati dall’intelligenza umana, perché la loro quantità è troppo grande. Ecco che allora intervengono gli algoritmi, prodotti e gestiti dai colossi tecnologici, che ne estraggono i tratti salienti e costruiscono su di essi una nuova conoscenza, una nuova politica, una nuova esistenza. È questa la tesi principale dell’ultimo best-seller di Harari, Homo Deus. A brief history of tomorrow (uscito in Italia per Bompiani con il titolo: Homo Deus, breve storia del futuro)

 

Homo Deus, breve storia del futuro (Bompiani): uno dei saggi che più a fondo ha indagato le prospettive future di un'umanità sempre più immersa nella tecnologia.

Alcuni scenari suggeriti in Homo Deus sono a dir poco inquietanti. Per Harari in fondo gli esseri umani non sono altro che una massa di algoritmi biochimici, con poca anima e libero arbitrio. “Abbiamo capito che anche il sé è una storia inventata”, scrive Harari, “proprio come le nazioni, dio e il denaro”. In un futuro prossimo gli algoritmi potranno immagazzinare le nostre emozioni mentre sfogliamo un ebook o guardiamo un film, prendere nota dei ristoranti in cui andiamo e degli amici con i quali “connettiamo”, e in base a queste informazioni suggerirci in totale autonomia, per esempio, con chi uscire per una serata galante.

La versione religiosa di Google “non dovrà essere perfetta, non dovrà azzeccarci tutte le volte”, scrive Harari. “Basterà che sia, in media, più accorta di me. E non ci vorrà molto, poiché la maggioranza delle persone non conoscono bene se stesse, e la maggioranza delle persone fanno errori terribili nelle decisioni cruciali della propria vita”. Da qui a ritrovarci con una app che ci possa consigliare chi votare, inutile dirlo, non passerà troppo tempo. Ed è per questo che l’orizzonte spirituale datista affascina non solo la gente comune, ma il mondo della finanza, della politica, delle scienze sociali. “Sarebbe una nuova versione dell’umanesimo evoluzionista, non basata sul concetto di razza, ma sulla definizione di uno standard di superumano in grado di sostituire l’essere umano normale”, chiosa Teresa Numerico su Il Manifesto.

Un algoritmo avanzato e settato sulle problematiche amorose potrebbe risparmiarci scelte superficiali, e suggerirci chi è la persona che ci renderà felici. Potremmo fare a meno degli appuntamenti sgradevoli, e sposare direttamente la persona che ci suggerisce il Tinder del futuro. “Perché affidarci alla nostra memoria difettosa e ai nostri preconcetti quando possiamo votare in base a cosa abbiamo provato nei momenti importanti dell’ultimo decennio? Nessun marxista potrebbe più parlare di falsa coscienza”, scrive Josh Glancy su The Sunday Times. Se gli algoritmi saranno così bravi a prendere le decisioni al posto nostro, perché dovremmo essere così folli da non seguire il loro consiglio?

 
Tra l’attaccamento alla privacy e al libero arbitrio e una finestra aperta sulla scelta più saggia, probabilmente sceglieremo di affidarci a quest’ultima.

Così come al tempo di Costantino l’autorità divina era legittimata dalla mitologia religiosa, e nel Novecento l’autorità umana era legittimata dalle ideologie umaniste, così oggi i guru della Silicon Valley stanno creando una nuova narrativa universale che legittima l’autorità degli algoritmi e del Big Data. Noi, come i pagani dell’impero legati ancora a un’iconografia ormai superata, ci troviamo a fluttuare inconsapevoli in un immenso turbinio di informazioni che vengono estrapolate e condensate altrove, lontano dalla nostra possibilità di intervento. Nel frattempo gli “studi datisti” stanno spopolando anche in Italia: entro l’anno prossimo dovrebbe uscire una raccolta di saggi sul tema a cura di Daniele Gambetta, per la D Edizioni di Torino.

Dalla Quinta Sinfonia di Beethoven alle bolle speculative dei mercati azionari, per arrivare alla nostra predisposizione alle malattie: il datismo è un’unica teoria che allaccia tutto, e unifica tutte le discipline scientifiche. Il potere, dunque, si sposterà sempre di più dai governi alle aziende, che saranno incaricate di trovare soluzioni, mediante algoritmo, alle impasse della politica. E tra l’attaccamento alla nostra privacy, al nostro libero arbitrio, all’indeterminatezza dei nostri destini e una finestra aperta sulla possibilità di compiere la scelta più saggia, probabilmente sceglieremo di affidarci a quest’ultima.

 

Immagine di copertina: Il Cerchio di Dave Eggers, edito in Italia da Mondadori

l'autore
Paolo Mossetti

Scrittore, vive a Napoli. Ha vissuto anche a Milano, Londra e New York, dove ha lavorato come cuoco. Ha collaborato o collabora con riviste come Through Europe, Vice, Rolling Stone Italia, Domus, Il Manifesto.