La guerra del futuro

La guerra del futuro

08.01.2018 | Droni, cyberwarfare e killer robot: gli scenari dell’industria bellica digitale.

La storia del digitale è da sempre intrecciata con l’innovazione in campo militare. La nascita stessa di internet è riconducibile a una tecnologia sviluppata per scopi bellici: l’Advanced Research Projects Agency Network (ARPANET) – l’embrione della rete – era infatti un progetto del Ministero della Difesa Americano. Era il 1969 quando la DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency), l’agenzia per i progetti di ricerca avanzata del ministero della difesa statunitense, sviluppò il protocollo TCP/IP, che permetteva lo scambio di pacchetti di dati tra computer interconnessi.

Qualche decennio prima, Alan Turing, il ricercatore che formalizzò il concetto di algoritmo e pose le basi teoriche per creare computer e intelligenza artificiale, aveva lavorato a ULTRA, il sistema britannico di intelligence sviluppato dal Government Code and Cypher School (GC&CS) per decrittare le comunicazioni dell’esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale.

Sin dall’inizio della sua storia l’uomo ha cercato gli strumenti tecnologici migliori per prevalere sui suoi simili, imponendo con la tecnologia militare una supremazia economica e culturale. L’innovazione in campi come la metallurgia, l’artiglieria o la polvere da sparo hanno determinato la vittoria nelle guerre che hanno costellato la nostra evoluzione sociale. Le armi sono sempre servite ad annientare il nemico da una certa distanza (da quella minima delle spade fino al raggio d’azione dei cannoni) sul campo di battaglia; un concetto estremizzato grazie al digitale, che oggi permette all’uomo di non presentarsi nemmeno sul campo di battaglia. Questa storia è arrivata a un bivio che potrebbe cambiarla per sempre e aprire la strada alle armi automatiche e a dispositivi intelligenti in grado di prendere decisioni autonome.

Droni

I droni intesi come Unmanned Aircraft Systems (UAS) sono la declinazione più datata e allo stesso tempo più attuale di questo processo. L’esercito americano ha per esempio pubblicato un piano di utilizzo dei droni, U.S. Army Roadmap for UAS 2010-2035, entrato nella sua fase intermedia nel 2016. Dopo un’iniziale ricerca di nuove applicazioni delle tecnologie esistenti – l’esercito americano disponeva di 4000 droni già nel 2001 –  ora è iniziata la completa integrazione dei UAS nelle forze armate. Come afferma il colonnello Christopher B. Carlile, “the difference between science fiction and science is timing” (la differenza tra la fantascienza e la scienza è il tempismo).

Alice K. Ross del Bureau of Investigative Journalism racconta che i droni sono utilizzati per tre attività principali: il monitoraggio aereo di determinate aree geografiche, il bombardamento dei nemici (utilizzato dagli americani in Iraq, Libia, Afghanistan) e i cosiddetti covert drones, utilizzati per colpire target in scenari diversi dal tradizionale campo di battaglia. Non si tratta di armi autonome nel prendere decisioni, ma di velivoli guidati in remoto, invisibili per l’altezza delle loro traiettorie aeree e anche per il silenzio dei media sul loro operato. Ne parla il documentario Unseen War (vedi video sopra), che mette l’accento su come in alcuni casi il computo ufficiale delle vittime causate dagli attacchi dei droni rimanga una zona grigia. Come se l’assenza di ogni essere umano sui velivoli durante le offensive aeree portasse a una maggiore distanza dalle conseguenze che questi provocano. Come se la guerra diventasse simile a un videogioco.

Cyberwarfare

Un altra declinazione digitale della guerra estremamente attuale è la cyberwarfare. Nel 2010 il generale dell’United States Cyber Command Keith B. Alexander affermava che la computer network warfare si stava evolvendo tanto rapidamente che c’era un disparità eccessiva tra le capacità tecniche e le leggi che le regolavano. Il Cyber Command nasce nel 2009 all'interno della National Security Agency, che nel 2013 sarà al centro di uno dei più importanti leak della storia recente. Come emerse dalle rivelazioni di Edward Snowden, l’agenzia per la sicurezza americana ha attuato una serie di programmi di sorveglianza innestandosi nei social network più utilizzati e sfruttando l’infrastruttura stessa della rete. Il fenomeno non riguarda ovviamente solo gli Stati Uniti: basta dare un’occhiata alla lista di clienti di Hacking Team, l’azienda di spionaggio digitale al centro di un altro leak nel 2015. Nel corso dello scorso anno, il dipartimento della difesa italiano ha creato il CIOC (Comando Interforze Operazioni Cibernetiche) che sta cercando e assumendo hacker provenienti dalle università italiane.

Quando parliamo di cyber warfare non intendiamo solo sorveglianza e spionaggio digitale, ma anche azioni di sabotaggio e di propaganda. Ne troviamo esempi negli attacchi cibernetici agli Stati Uniti attribuiti alla Cina e alla presunta cyber propaganda russa, volta a influenzare lo scenario politico in diversi paesi occidentali attraverso i social network. In un mondo dove ormai qualunque servizio è connesso e gestito attraverso internet, ogni attacco o influenza alla struttura e ai contenuti della rete può avere conseguenze catastrofiche.

Killer robots

Sin dalle origini, il processo di evoluzione dell’industria bellica attraverso l’utilizzo del digitale ha come elemento portante l’utilizzo di network per lo scambio di informazioni in tempo reale. In Italia troviamo l’esempio di Forza NEC (network-enabled capabilities), un programma volto integrare in un unico network infrastrutture, mezzi e soldati. È l’obiettivo principale del programma Soldato Futuro lanciato nel 2002 dall’esercito italiano e da un consorzio di imprese, per il quale l’unico ostacolo da superare rimane quello dei tagli di bilancio, come lamentato dal generale Danilo Errico.

 

Il cecchino di ogni plotone sarà equipaggiato con il fucile da 7,62 millimetri ARX-200 (foto), dotato di ICS (Intelligent Combat Sight) sviluppato da Steiner, società controllata da Beretta. I comandanti di plotone, infine, saranno dotati di una sorta di tablet che collegherà in rete l’intera formazione. Il carico medio del soldato sarà di 30/40 chili: peso ritenuto accettabile per movimenti rapidi. (Fonte: Difesa Online)

Tuttavia la novità più grande nel campo dell’industria bellica digitale sono le lethal autonomous weapon systems (LAWS) – o killer robots – veri e propri robot militari progettati per attaccare senza l’intervento dell’uomo. Si tratta di mezzi di terra, d’acqua e d’aria che, a differenza dei tradizionali droni, non hanno bisogno dell’uomo per fare fuoco. Tramite l’utilizzo dell’innovazione nei campi della robotica e dell’intelligenza artificiale, una volta azionati i killer robot agiscono in modo totalmente autonomo. La Russian Foundation for Advanced Research Projects – l’equivalente sovietico dell’americana DARPA – ha svelato proprio nel 2017 i suoi progetti di robotica militare che comprendono robot da combattimento, robot biomorfi per la perlustrazione, e robot capaci di recuperare i feriti nel campo di battaglia. Il governo israeliano ha invece sviluppato un programma di killer robot destinato a identificare ed eliminare i gruppi terroristi attivi nella zona.

Vaso di Pandora

L’idea della guerra come propulsore dello sviluppo tecnologico non è di certo nuova, ma pare non conoscere crisi. Il modello americano ne è l’esempio più evidente: qui, dal connubio tra ricercatori di università di elite, compagnie private ed esercito sono nate molte delle tecnologie che sono diventate poi beni di consumo. Spesso le figure chiave di questi processi sono passate da una parte all’altra, come Regina Dugan ex direttore di DARPA, passata prima al Advanced Technology and Projects di Motorola (al tempo di proprietà di Google) e poi alla guida di Building 8, l’edificio di Facebook dedicato allo sviluppo delle nuove tecnologie da inserire sul mercato. L’elemento di novità è invece rappresentato da quel gruppo sempre più numeroso di persone provenienti da questo mondo che sta facendo sentire la propria voce contro la deriva più minacciosa di questo processo, quella delle armi autonome.

 

L’impressione è che non dobbiamo avere paura di un futuro in cui robot autonomi girino indisturbati per il pianeta, ma piuttosto che si tratti di qualcosa che sta già accadendo. Quali sono le garanzie che queste macchine sappiano riconoscere tra obiettivi militari e civili? Chi ne controlla la produzione e l’utilizzo? Chi garantisce che siano immuni da azioni di sabotaggio da parte di hacker?

Nel luglio del 2015 oltre 1000 esperti nel campo dell’intelligenza artificiale hanno firmato una lettera che metteva in guardia sui pericoli dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per scopi bellici e chiedeva la messa al bando delle LAWs. La lettera è stata presentata all’International Joint Conference on Artificial Intelligence di Buenos Aires e vedeva tra i firmatari gente del calibro di Elon Musk, Stephen Hawking, il co-fondatore di Apple Steve Wozniak, Noam Chomsky e il co-fondatore di Google DeepMind Demis Hassabis. Lo stesso Musk, assieme ad altri 115 esperti di AI provenienti da 26 paesi diversi, ha recentemente chiesto l’intervento delle Nazioni Unite per la messa al bando dei killer robot. Dopo la Convention on Conventional Weapons dello scorso agosto a Ginevra, le Nazioni Unite hanno messo insieme una roadmap con l’obiettivo di trovare una soluzione al problema. Ma potrebbe non bastare ad arginare il problema. Secondo il professor David Stupples della City University of London sarebbe ingenuo pensare che i killer robots non diventino una prassi dello scenario bellico dei prossimi anni.

 
l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive a Londra, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.