La fine delle startup

La fine delle startup

05.03.2018 | Quando un elemento di rottura diventa lo status quo e perde il suo carattere innovativo, che cosa rimane?

L’età dell’oro delle startup è finita. Mentre nel resto del mondo le città fanno a gara per diventare hub innovativi, nella Silicon Valley – la culla delle startup – la sensazione è di essere alla fine di un’epoca. Ad affermarlo è John Evans, columnist di TechCrunch, il magazine nato proprio nella Silicon Valley nella prima decade del world wide web e diventato negli anni la testata di riferimento per la comunità degli startupper mondiali.

È controintuitivo pensare che le startup siano finite proprio nel momento in cui la loro cultura è diventata mainstream, cambiando per sempre il nostro modo di intendere il lavoro e i rapporti sociali. La cultura delle startup ha introdotto nel vocabolario comune termini come disruptive, smart working, co-working, scalabile, unicorno, oggi legati in modo indissolubile alla narrazione dell’innovazione tecnologica. Il cambiamento iniziato con l’ascesa della new economy è stato tanto dirompente che questo nuovo modo di pensare l’imprenditorialità ha cambiato per sempre il modo di lavorare anche delle aziende tradizionali, imponendo nuove sfide a economisti, legislatori e agli stessi lavoratori.

Ma proprio quando il vocabolario delle startup ha smesso di essere appannaggio della Silicon Valley diventando globale, quelle parole hanno perso il loro carattere di rottura, ricalcando la traiettoria del micro-cosmo che le aveva generate. Per essere disruptive qualsiasi innovazione deve rompere con lo status quo, e quando l’elemento di rottura diventa mainstream viene da chiedersi cosa sia rimasto di dirompente. Definizioni come nuovi media o new economy non rappresentano più nulla di nuovo, per quanto potremo continuare ad usarle?

 

Le principali startup statunitensi per valutazione di mercato. Fonte: Re/code.

Il consolidarsi di un movimento di rottura porta necessariamente a una standardizzazione della novità, che perde il suo carattere innovativo nel momento stesso in cui diventa sistemica. Ma forse non è tanto il mondo delle startup a essere cambiato, è piuttosto il resto del mondo a essersi evoluto in maniera simile alle startup, determinandone una vittoria culturale che va ben oltre la narrazione veicolata dal marketing della Silicon Valley. Le aziende tradizionali hanno adottato i metodi delle startup cercando di aumentare produttività e innovazione per rendere possibile la loro crescita continua, introducendo al loro interno concetti come lean management e perpetual beta.

L’articolo di Evans non introduce certo una novità a livello concettuale, ma l’idea pare finalmente aver trovato posto anche all’interno della stessa cultura startup, che finora aveva pubblicamente cercato di negare. A essere cambiata non è solo la retorica dell’innovazione, ma soprattutto la sua geopolitica. Le cinque più grandi tech company del mondo – Amazon, Alphabet, Apple, Facebook e Microsoft – sono anche quelle a più alta capitalizzazione e questo accentramento di risorse equivale a un primato tecnologico che ha portato a un oligopolio del settore.

Il web delle origini assomigliava a uno spazio aperto con poche confuse regole, mentre ora è uno spazio affollato dove le regole le hanno dettate i primi arrivati. La prima decade dell’internet che conosciamo ha visto nascere e crescere Google, Facebook, Airbnb e Amazon, la seconda ha visto fiorire il mobile-first, portando all’esplosione di app come Uber, WhatsApp e Instagram. Il prossimo decennio vede all’orizzonte tecnologie come intelligenza artificiale, realtà virtuale, blockchain e self-driving car. La democratizzazione dell’innovazione è ormai un miraggio, perché queste tecnologie sono sempre più costose e competere con i colossi del tech ha assunto i tratti dell’utopia. Intelligenza artificiale, internet delle cose, realtà aumentata e autovetture autonome, sono tutte tecnologie difficili da partorire in un garage con uno squattrinato compagno d’università fuori corso.

I loro principali sviluppatori sono compagnie come Google, Uber, Amazon o Facebook che, assieme ai loro omologhi cinesi, sono le aziende tecnologicamente più avanzate al mondo. Queste compagnie sono detentrici di ingenti capitali economici e di enormi quantità di dati, il petrolio dell’era digitale. E se i dati significano conoscenza e la conoscenza crea innovazione, è difficile pensare che questo sbilanciamento di forze tra grandi e piccoli innovatori possa invertirsi a favore dei secondi.

E questo è un altro grande problema legato alle startup: quando nascono e riescono a crescere, nella migliore delle ipotesi finiscono per essere acquisite dai giganti a cui potrebbero pestare i piedi. La crescita di una startup diventa strumentale alla sua acquisizione da parte una compagnia più grande, diventando un puro strumento finanziario, con dinamiche che spesso esulano dallo sviluppo del prodotto che vogliono vendere. Un prodotto costantemente in beta favorisce questo processo, perché funge da catalizzatore di capitali indipendentemente dalla sua versione finale.

Magic Leap, la startup che dovrebbe rivoluzionare il mercato della mixed reality, ha impiegato otto anni e due miliardi di dollari di finanziamenti per presentare un prototipo non ancora in commercio. Tra i finanziatori ci sono Google e Alibaba, e la compagnia ha comunicato ufficialmente che i goggles verranno immessi nel mercato quest’anno. Il futuro ci dirà se saranno i nuovi Google Glass o un successo planetario, ma senza nulla togliere all’innovazione tecnologica che diffonderanno, da anni si parla di un prodotto che non ha riscontro a livello di vendite.

 

Come sottolineato da Steve Blank, startup mentor e professore della Stanford University, le startup non sono disrupting company perché ci lavorano persone più intelligenti, ma perché hanno il capitale per farlo. Una volta che investitori di alto profilo sono entrati in una startup, i sogni dell’unicorno diventano molto simili ai piani di investimento di chi ci ha messo i soldi. Mentre un tempo un imprenditore fondava un’azienda per farla camminare con le proprie gambe e arrivare al break even nel minor tempo possibile, uno startupper punta a vendere la sua azienda al miglior offerente. E per arrivarci ha bisogno di farne crescere il valore in modo esponenziale.

La redditività del business è diventata quasi un fattore secondario, basti pensare che la startup dal più alto valore al mondo, Uber – valutata 69 miliardi di dollari nel 2016 – a 10 anni dalla sua fondazione è ancora in perdita. Nel frattempo però ha monopolizzato il suo mercato di riferimento in un modo che di disruptive ha davvero poco e che ricorda l’aggressività commerciale dei grandi monopoli del passato. Uber compete anche con Google, Apple e Tesla nel mercato delle self-driving car, dimostrando che il grande flusso di capitali e di dati permette continue innovazioni alle startup diventate multinazionali miliardarie.

La contraddizione che le startup di successo portano con sé è infatti che una volta entrate nella fase scale up, ovvero quando sono finalmente diventate scalabili, finiscono per utilizzare i metodi di business tradizionali. Paradossalmente aziende come Uber, Facebook o Airbnb, dopo aver cambiato il nostro modo di utilizzare il trasporto privato, di connetterci con gli altri e di affittare le stanze, hanno reso praticamente impossibile l’emersione di altre realtà simili, mal che vada comprandole. Il successo di Lyft, il grande concorrente di Uber, è forse l’unica eccezione più nota, parzialmente imputabile alla pessima reputazione e ai problemi legali dell’azienda fondata da Travis Kalanick.

Il cambio della geopolitica delle startup ha un’altra grande conseguenza, il decentramento delle risorse e dell’innovazione. Lo scorso gennaio Uber ha perso lo scettro di start-up che vale di più al mondo in favore della sua omologa cinese DidiChuxing. A differenza di Lyft, in questo caso stato la ragione del successo è un’altra, la Cina è un sistema chiuso dove la concorrenza della Silicon Valley non riesce a penetrare. A livello finanziario invece le risorse investite in startup di successo provengono spesso dalle stesse holding, come SoftBank – gigante giapponese degli investimenti in high tech – che detiene il 29.5% di Alibaba, il 15% di Uber, il 20% di DidiChuxing e il 22% di WeWork. La domanda che viene da farsi è se aziende di queste dimensioni si possano ancora chiamare startup.

 
Nel vecchio continente, lo scenario più plausibile sembra quello di startup sempre più legate a una località territoriale

Anche in Europa, come in Cina, è la politica a ribilanciare la relazione di forze a livello economico che ha creato un accentramento dell’innovazione intorno alla Silicon Valley. Gli esempi sono le leggi europee che regoleranno l’utilizzo dei dati personali e la stretta a livello fiscale nei confronti dei colossi del digitale americani. Le regole arriveranno a regolare un mercato che ha visto progressivamente calare le possibilità di sviluppo di una vera e propria concorrenza. Nel vecchio continente, lo scenario più plausibile sembra quello di startup sempre più legate a una località territoriale, una forte contraddizione rispetto all’idea di compagnia scalabile a livello mondiale.

Attualmente l’Italia conta più di 10mila persone tra soci e dipendenti di startup innovative, un numero che cresce se consideriamo anche i lavoratori parasubordinati e con partita IVA impiegati nelle oltre settemila startup esistenti. Il numero sale fino a 46mila persone se aggiungiamo a queste le PMI innovative, che a differenza delle prime non hanno hanno però un alto valore tecnologico. Ed è proprio questo il problema, la tecnologia costa e i finanziamenti dei venture capitalist sono fondamentali alla crescita delle startup. L’ultima relazione annuale del Ministero dello Sviluppo economico parla di una raccolta di capitali pari a 162 milioni di euro nel 2016, contro i 611 della Spagna, i due miliardi della Germania e i 2,7 miliardi della Francia. Il rischio è la fuga verso altri paesi europei, dove la situazione sembra migliore. Nella Silicon Valley, dal 2015, l’anno d’oro dei finanziamenti per le startup americane, il capitale investito è calato del 24%. Il segno più evidente della fine di un’epoca.

 
l'autore
Roberto Pizzato