Ius Soli, dalla rete la richiesta di una nuova cittadinanza

Ius Soli, dalla rete la richiesta di una nuova cittadinanza

15.01.2018 | I big data mostrano la diffusione di decine di migliaia di contenuti in favore di una nuova legge sulla cittadinanza.

Dalla piazza al Palazzo, gli italiani hanno provato a chiedere una nuova legge sulla cittadinanza, partendo dal basso. Davanti a un Parlamento che ha deciso di bypassare la discussione almeno fino alla prossima legislatura, associazioni, comitati e gruppi di interesse hanno lanciato il loro appello in Rete. Un movimento che ha sfruttato le potenzialità dei social e dove l’hashtag #iussoli è diventato così il filo conduttore delle discussioni su una procedura differente per raggiungere lo status di cittadini. Dal 23 ottobre al 21 novembre 2017, migliaia di messaggi che lo contenevano sono circolati su internet.

Un flusso di informazioni che è possibile analizzare grazie ai risultati di uno scraping; in cui l’estrazione di dati dal web è avvenuta con una ricerca sintattica e semantica. Un lavoro reso possibile dalla collaborazione di Futura News (testata del Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino) con la data room di TIM.

Nel concreto, una ricerca tramite hashtag - in questo caso #iussoli - ha portato al risultato di 19.622 contenuti pubblicati. Una media di circa 654 testi al giorno, con un picco di 1.631 raggiunto il 29 ottobre e pochi meno il giorno successivo, a ridosso delle dichiarazioni del ministro dell’Interno Marco Minniti sullo Ius soli come priorità del Partito Democratico.

 

La maggior parte dei contenuti raccolti arriva da Twitter, oltre il doppio rispetto ai messaggi provenienti da Facebook nonostante, secondo l’Osservatorio Social Media di Vincenzo Cosenza, la piattaforma di Mark Zuckerberg conti 30 milioni di utenti nel nostro Paese. Più di quattro volte il popolo che cinguetta, che in Italia conta solo 7 milioni di utenti. La ricerca per hashtag, però, su Twitter è molto più efficace e questo spiega i risultati. Inoltre, cambiano le condizioni di privacy sulle due piattaforme: se tutti i tweet sono di dominio pubblico, i post di Facebook possono essere rintracciati solo se il profilo è aperto.

Dominano dunque i social network, con 17.152 messaggi raccolti dalle loro piattaforme: un dato che non stupisce visto che sono stati i primi ad adottare un linguaggio fatto di hashtag e parole chiave. Una ‘nuova lingua’ a cui si stanno adattando anche i quotidiani online (1.298 testi contenenti l’hashtag) e i blog (990 testi). Meno di un quarto sono contenuti originali, mentre nella maggior parte dei casi si tratta di rimandi ad articoli altrui, notizie che rimbalzano e vengono raccolte da aggregatori.

Le modifiche proposte riguardano una legge del nostro Paese e se ne parla principalmente in Italia: arrivano da Roma 3688 messaggi, seguita a notevole distanza da Milano, Firenze e Torino, rispettivamente con 851, 389 e 229 testi, post o tweet pubblicati. Tuttavia, la lingua italiana non è l’unica rintracciata dall’analisi dei contenuti. Al secondo posto fra gli idiomi c’è infatti lo spagnolo: un fenomeno da far risalire a un articolo pubblicato dall’emittente sudamericana Telesur. La quale, in lingua spagnola, ha raccontato la storia di una ragazza che sebbene viva da 27 anni in Italia si è vista ritirare la cittadinanza. Una notizia ‘retwittata’ più volte. Altri contenuti ancora sull’argomento sono stati scritti in portoghese, inglese e lituano.

È del 1999 il primo tentativo di cambiare la normativa attuale, a cui è seguito un secondo nel 2006 e un terzo tre anni più tardi

Ma perché ricorrere alla rete? Perché la politica se ne occupa da molti anni (troppi per chi vuole cambiare questa situazione) senza, tuttavia, arrivare a un procedimento definitivo. È del 1999 il primo tentativo di cambiare la normativa attuale, a cui è seguito un secondo nel 2006 da parte dell’allora ministro dell’Interno Giuliano Amato e di nuovo un terzo tre anni più tardi.

Nel 2011 alcune realtà territoriali e associazioni hanno deciso di fondare la rete “l’Italia sono anch’io”, per fare pressione sul governo affinché la legge venisse modificata: inizialmente si pensava al principio dello ius soli, ma nel corso del tempo la proposta si è modificata fino a diventare uno ius soli cosiddetto “temperato”.

Una proposta che il PD nel 2013 ha raccolto e inserito nel suo programma elettorale come legge di riforma della cittadinanza (impropriamente chiamata ‘ius soli’). Da lì un iter lungo e complesso, segnato da vari stop. Il testo della nuova proposta d’iniziativa, che prevede uno ius soli temperato e lo ius culturae, è stato depositato alla Camera il 5 febbraio del 2012 dove viene approvato il 13 ottobre del 2015. Dopodiché resta bloccato al Senato per due anni.

A oggi resta così in vigore la legge approvata nel 1992, un testo che serviva a rafforzare lo ius sanguinis allo scopo di favorire gli italiani all’estero, con l’effetto, però, di rendere più lunghi i tempi e le procedure per la naturalizzazione di chi ha una nazionalità straniera e viene a vivere in Italia. Un percorso che in molti chiedono di cambiare, ma con le elezioni alle porte e l’avvio di una nuova legislatura, la strada da percorrere è ancora molto lunga.

l'autore
Corinna Mori e Camilla Cupelli

Master in Giornalismo “Giorgio Bocca” di Torino (Futura News)