Insegnare oggi il giornalismo di domani

Insegnare oggi il giornalismo di domani

20.11.2017 | Sempre connessi, dotati di forte senso critico e con una visione globale: consigli preziosi su un mestiere che cambia.

Dobbiamo essere sempre connessi. Da giornalista digitale e social per me è la norma, ma da un anno a questa parte - da quando dirigo Futura, la testata del Master in Giornalismo all’Università di Torino - sto cercando di farla diventare una buona pratica anche dei miei studenti praticanti giornalisti. E per sempre connessi (“always on”) intendo sempre in contatto con il pubblico, quello che – come ha detto bene Jay Rosen, che insegna giornalismo alla New York University - un tempo si chiamava “audience”, o quello che nei giornali chiamiamo lettori, ma che non sono più “solo” quello: sono utenti attivi, non passivi, che reagiscono e commentano e partecipano a tutto quello che facciamo, grazie agli strumenti digitali e alle piattaforme dei social media.

Per fortuna i venti ragazzi che animano il Master, cinque stanze nel retro della vecchia sede del “Palazzo Nuovo” all'università di Torino, capiscono il concetto di “always on” più di quanto lo capiscano i colleghi nei giornali. Sono nativi digitali, non è necessario spiegarglielo. Però al Master esaminiamo che cosa cambia nel giornalismo da quando è su piattaforma digitale: le barriere all’ingresso abbassate, i social media, la facilità di produzione attraverso gli strumenti digitali, come si declinano le notizie che un tempo utilizzavano piattaforme tradizionali, la perdita del monopolio, il nuovo modo di dare voce al giornalismo in un ambiente più interattivo per le notizie.

Non siamo nel business delle news, siamo nel business di chi cerca di capire, come dice Mathew Ingram, giornalista canadese esperto di media che attualmente scrive sulla Columbia Journalism Review. L’anno scorso, dopo il festival di giornalismo di Perugia, è passato a trovare la redazione di Futura a Torino e, seduti al sole al Bar Elena, in Piazza Vittorio, ha offerto ottimi consigli agli studenti. Non solo li condivido: sono un po’ le linee guida che cerco di seguire anch’io nell’impostazione delle lezioni. Aiutarli a sviluppare più competenze tecniche possibili, che sia programmazione informatica o conoscenza degli strumenti per curare i contenuti online o fare video, perché servono sul curriculum quando cercheranno lavoro. Ma soprattutto aiutarli a trovare qualcosa che li appassioni e che dia loro una voce unica, originale, su quell’argomento specifico: un settore anche minuscolo, ma in cui mancano esperti in grado di divulgarlo bene.

Ci sarà sempre bisogno di persone che sappiano capire e spiegare bene che cosa succede, nel caos informativo che ci circonda.

La competenza più utile è il pensiero critico. Ma anche la capacità di trovare informazioni rapidamente e renderle sensate e comprensibili agli altri. Ci sarà sempre bisogno di persone che sappiano capire e spiegare bene che cosa succede, nel caos informativo che ci circonda.

Poi è utile essere ben presenti sui social media. E il consiglio che do è che dialogare con i lettori fa parte del nostro mestiere di giornalisti, è importante e fa parte del lavoro tanto quanto raccogliere e pubblicare notizie. Come ha detto Jeff Jarvis, dobbiamo pensare al nostro lavoro come un servizio al pubblico, non solo un prodotto, e dedicare tempo alla parte di servizio tanto quanto a quella di prodotto. Io aggiungo che dovremmo passare più tempo a pensare come stiamo servendo i nostri utenti, anziché preoccuparci che clicchino i nostri articoli. I clic arrivano di conseguenza, se offriamo un buon servizio. Ma il clickbaiting è un falso obiettivo e avrà sicuramente un doppio effetto boomerang: toglie l’anima al nostro lavoro, ci fa sentire venduti, e disaffeziona il pubblico, che non è scemo, se ne accorge e addio credibilità.

I ragazzi sanno che la tecnologia ha liberato il giornalismo, ma che le nuove piattaforme digitali adesso sono in controllo. Tra gli approfondimenti che ho suggerito per la loro formazione c’è il discorso al Reuters Institute di Emily Bell, che dirige il Tow Center per il giornalismo digitale alla Columbia University di New York, sul bivio davanti al quale si trova il giornalismo oggi. La possibilità di esprimersi e di lanciare nuovi media e nuove forme di giornalismo non è mai stata maggiore, ma il paradosso è che l’espressione è sempre più controllata da piattaforme private di società americane come Facebook, Twitter, Amazon, Google, Apple attraverso i loro algoritmi proprietari, che dominano e distorcono le notizie nel mondo guadagnando in termini di profilazione degli utenti e di raccolta pubblicitaria. Un problema che ha ripercussioni sul modello di business dei giornali, ma anche sociali sulla democrazia.

Non c’è una ricetta magica per modelli nuovi che sostituiscano quelli in crisi

Agli studenti di giornalismo ho spiegato che non c’è una ricetta magica per modelli nuovi che sostituiscano quelli in crisi: Emily Bell ha proposto che gli editori si costruiscano le proprie piattaforme, Mathew Ingram e Jeff Jarvis sono scettici a riguardo perché le piattaforme dei giornali online finora si sono rivelate infinitamente peggiori dei social media esistenti. Questi ultimi sono immediati, comodi, facili da usare, ricchi di aggiornamenti e di cura continua. Le piattaforme dei giornali sono malandate, vecchie, c’è carenza di sviluppatori e spesso manca completamente quell’interazione indispensabile tra programmatori e creatori di contenuti da condividere, i giornalisti e i tecnici risiedono lontani e ben separati nell’organizzazione del lavoro. Se tutto questo non cambia rapidamente, è la fine. Già nel 2012, alla Columbia University Journalism School, Emily Bell ha redatto, con C.W. Anderson e Clay Shirky, un rapporto sul giornalismo “post-industriale” che evidenzia cinque punti chiave: 1) il giornalismo è rilevante, 2) il buon giornalismo è sempre stato sovvenzionato, 3) Internet ha rotto la parte pubblicitaria di sovvenzione, di finanziamento del giornalismo, 4) la ristrutturazione è dunque inevitabile, 5) ci sono molte opportunità per fare un buon lavoro giornalistico in modi nuovi.

Al Master – che è anche l'unica scuola di giornalismo italiana in rete con il Google NewsLab University Network, che mette in contatto scuole di tutto il mondo – guardiamo con interesse alle sperimentazioni in corso, ne spuntano di nuove di continuo. Per esempio la nuova creatura Neva Labs di Mark Little, ex fondatore di Storyful. Come si evince, il Master di Torino è italiano ma per forza di cose guarda fuori dall’Italia per conoscere i modelli più avanzati: punta a una visione internazionale, perché il giornalismo deve essere senza confini, anche se poi è ovviamente sia globale che locale. E iperlocale. Il nostro pubblico di riferimento è il mondo dell’università e della meglio gioventù di Torino e dintorni. Ma i nostri interessi spaziano a 360 gradi.

Tra le innovazioni che sono nel mirino del Master che dirigo c’è lo studio dei cambiamenti che hanno stravolto la professione e l’introduzione di buone pratiche che non sono ancora previste nel quadro di indirizzi dell’Ordine dei giornalisti, a cui il Master deve rispondere perché alla fine tutti gli studenti dovranno affrontare l’esame di abilitazione alla professione. Ma per fortuna anche l’Ordine si sta aggiornando e si sta riformando per non perdere completamente il contatto con la realtà. Tra questi cambiamenti, oltre all’abitudine a condividere sui social media i contenuti come sistema di distribuzione, c’è lo spostamento sul mobile e sulle app, la personalizzazione con le newsletter, la sperimentazione dell’uso di sensori e droni nel lavoro giornalistico, l’automazione e i bot, il giornalismo esplicativo e il fact-checking.

Ma sto cercando di riservare uno spazio sempre più cruciale all’introduzione dei dati analitici nella produzione di news e al data journalism in tutti i sensi: raccogliere set di dati, collegarsi ai dati attraverso le API, la visualizzazione dei dati, trovare storie nei dati, creare banche dati pulite e ricercabili per gli utenti. Per questo, sono felice di poter annunciare la collaborazione con Le Macchine Volanti, perché metteremo le mani su dati che ci permetteranno di sperimentare appieno il “data journalism”: una frontiera del giornalismo, quella dell’analisi dei dati, che in Italia ha bisogno di maggiori investimenti in tempo e risorse.

l'autore
Anna Masera

Public Editor de La Stampa, dal 2016 è direttrice del Master in Giornalismo all'Università di Torino. È stata per due anni capo ufficio stampa alla Camera dei deputati. È laureata a Yale in storia, con un Master in giornalismo alla Columbia University.