In chat con il defunto

In chat con il defunto

08.02.2018 | Le nuove tecnologie ci costringono a porci una domanda assurda: è giusto riportare in vita i morti?

Immaginate di aver appena perso un caro amico col quale eravate soliti comunicare su WhatsApp, Facebook e tutti gli altri mezzi. Un giorno, all’improvviso, il vostro amico scompare. Non appena avete superato lo choc e il lutto, prendete in mano lo smartphone e gli mandate un messaggio: “Mi manchi”.

“Anche tu mi manchi”. La risposta arriva pochi secondi dopo. A quel punto, iniziate a scambiarvi messaggi come se non fosse mai cambiato nulla. Questo breve esempio, estratto da Quartz, mostra quale sia una delle questioni eticamente più complesse da affrontare quando si parla delle potenzialità del machine learning e dell’intelligenza artificiale: la creazione del simulacro virtuale di chiunque di noi, che ha nella possibilità di “riportare in vita” una persona scomparsa la sua applicazione più importante.

Tutto ciò, ovviamente, fa pensare subito a una puntata di Black Mirror, Be Right Back; non siamo più però nell’ambito della fantascienza, ma in quello della realtà. La tecnologia necessaria a ricreare i morti, sempre per modo di dire, esiste già e sta rapidamente evolvendo; anche se ovviamente ha bisogno di essere ancora molto, molto perfezionata.

Tra pochi anni questi chatbot basati sui defunti potranno davvero imitare il comportamento di una persona specifica

La startupper russa Eugenia Kuyda, attraverso il machine learning e sfruttando tutti gli SMS, messaggi, email e altro ancora di un suo caro amico scomparso, Roman Maruzenko, ha creato un chatbot in grado di replicare le risposte che Roman avrebbe dato agli amici. Nel mondo reale, l’esperimento non sembra essere riuscito bene come in Black Mirror, ma il punto è un altro: con il continuo miglioramento del machine learning è possibile che tra pochi anni questi chatbot basati sui defunti possano davvero imitare il comportamento di una persona specifica. Ma siamo sicuri di volerlo?

La risposta dello scienziato del MIT Media Lab Hossein Rahnama – che sta creando un altro chatbot, simile a quello di Kuyda – sembra essere positiva: “Tra 50 o 60 anni, i millennials avranno raggiunto il punto in cui durante le loro vite raccoglieranno migliaia di miliardi di dati, che è tutto quello che ci serve per creare una versione digitale di noi stessi”; spiega lo scienziato sempre a Quartz. In questo modo, si verrà a creare una sorta di “eternità aumentata”.

Il punto, infatti, è che l’intelligenza artificiale che replica le persone – sfruttando tutti i dati raccolti attraverso mail, SMS, messaggi su WhatsApp, profili su Facebook, ricerche su Google e tutto quello che potete immaginare – sarà in grado di continuare ad apprendere, per merito dei network neurali che ne sono la base e che consentono di migliorare costantemente le proprie prestazioni processando nuovi dati.

Forse possiamo imparare dai chatbot ad avere un rapporto più sereno con la morte

“Gli esseri digitali continueranno a evolversi anche dopo che quelli fisici saranno morti. In questo modo, il bot continuerebbe a essere aggiornato sugli eventi del giorno e a sviluppare nuove opinioni, diventando un’entità che è basata su una persona, ma non è più solo il suo fac-simile”. Ma quali sono le sfide etiche davanti alle quali ci pone una frontiera del genere?

Secondo la psicologa canadese Andrea Warnick, il classico consiglio che il mondo occidentale dà a chi sta affrontando un lutto (“bisogna voltare pagina” o qualcosa di simile) non è necessariamente il più corretto: “Nella società moderna, molte persone hanno difficoltà a parlare dei defunti per paura di turbare chi sta attraversando un lutto; quindi, forse, possiamo imparare dai chatbot ad avere un rapporto più sereno con la morte”.

Questo, ovviamente, è solo un possibile sviluppo positivo di una tecnologia che solleva interrogativi inquietanti: saremo in grado di prendere le necessarie distanze da un simulacro? Riusciremo a non sminuire l’importanza della vera connessione umana e le difficoltà attraversate da chi subisce una perdita, o penseremo che due chiacchiere con un chatbot possano far superare rapidamente un momento delicato e importante della vita di ognuno di noi? E che dire della privacy? Interrogativi che vale la pena di iniziare a porsi ora; perché questo futuro è più vicino di quanto si possa immaginare.

 
l'autore
Le Macchine Volanti

Amico Robot

Gli umanoidi dotati di intelligenza artificiale si stanno evolvendo rapidamente. E vogliono solo tenerci compagnia.