Il lato oscuro di Internet

Il lato oscuro di Internet

12.03.2018 | Dalla nascita della Rete fino al Russiagate; passando per Tor: intervista a Yasha Levine.

Internet è uno degli strumenti più efficaci mai creati dal governo americano. Tor, il temuto browser dei fanatici della privacy, è uno strumento finanziato dal Dipartimento della Difesa di Washington. Stessa cosa per Signal, una app di messaggi criptata che sta riscuotendo molto successo negli ultimi mesi. Da questi elementi parte il lavoro del reporter investigativo Yasha Levine, in un libro in cui scandaglia la storia della Rete partendo dalle origini, dall’attenzione che il Pentagono le ha subito riservato, e concludendo che si tratta, quindi, di una tecnologia da sempre intrecciata con quella militare.

In Surveillance Valley: The Secret Military History of the Internet ci si immerge subito in un mondo fatto di spie, hacker e oligarchi libertari che hanno sfruttato il cyberspazio a fini politici e geopolitici. Nel libro, per esempio, incontriamo un personaggio come William Godel, ufficiale dell’intelligence visionario, che capisce che la guerra in Vietnam è stata persa perché non c’era una tecnologia capace di analizzare le motivazioni del nemico e anticiparne le mosse. C’è John Perry Barlow – uno dei più famosi difensori delle libertà digitali e membro fondatore della Electronic Frontier Foundation – che ammette apertamente di aver collaborato con la CIA. C’è tutto l’apparato militare industriale americano, che secondo Levine non è cambiato più di tanto dai tempi della Guerra Fredda. Per lo scrittore di romanzi di spionaggio Tim Shorrock, il libro lascia senza fiato perché fa capire le connessioni tra la macchina governativa della prima potenza mondiale e i suoi alleati economici: i giganti della Silicon Valley.

Levine, che è nato in Russia, nei primi anni Duemila ha lavorato con i famosi giornalisti americani Mark Ames e Matt Taibbi nella redazione moscovita di The eXile, una rivista satirica che si occupava di cronaca e geopolitica. Da circa un decennio, Levine vive invece negli Stati Uniti e qualche giorno fa ha annunciato che avrebbe pubblicato sul suo sito migliaia di pagine di documenti ottenuti tramite il Freedom of Information Act (Foia) riguardanti le collaborazioni tra il governo federale, il progetto Tor e membri chiave del “Movimento per la Privacy e per la Libertà di Internet”. Lo abbiamo intervistato anche alla luce del Russiagate: l'inchiesta volta a gettare luce sulla presunta interferenza della Russia nelle elezioni presidenziali americane del 2016 e sulla potenziale collusione tra la campagna di Trump e Mosca.

 

Surveillance Valley: The Secret Military History of the Internet, la copertina del libro di Yasha Levine (Public Affairs, 384 pagine)

La tesi del tuo libro è che la Silicon Valley non vuole essere troppo trasparente sul modo in cui fa i soldi. Perché?

Il problema, ma anche la forza, della Silicon Valley è che essa dipende dai nostri dati. I giganti di Internet hanno bisogno che la gente creda loro senza farsi troppe domande. Ci mettono a disposizione le loro piattaforme, e noi in cambio gli cediamo informazioni, senza protestare. Ma negli ultimi anni qualcosa è cambiato: l’opinione pubblica è più titubante, questo modello di business basato sulla sorveglianza nascosta preoccupa di più le persone e c’è più riluttanza a far entrare la Silicon Valley in ogni aspetto delle nostre vite. O almeno, questo è quello che mostrano i sondaggi negli Stati Uniti. E questo mutamento del pubblico sta spaventando i colossi, perché il loro modello si basa esclusivamente sull’estrazione delle informazioni. Se i governi approvassero leggi più restrittive in tal senso, gli investitori scapperebbero e le azioni crollerebbero. Per questo aziende come Google, Facebook, Twitter, Amazon, Uber hanno paura della politica.

Immagino che tu debba ricevere molte domande sul Russiagate. Non sarò l’eccezione. Credo che in Europa non abbiamo ancora capito bene chi abbia pagato per quelle pubblicità fasulle su Facebook durante le campagna presidenziale americana. E, soprattutto, se c’è stato un reale impatto sull’elezione di Trump oppure no.

Credo che l’impatto della propaganda pro-Trump pagata dalla Russia sia stato molto limitato. Così anche per i casi simili che si sono verificati in Europa a favore di partiti dell’estrema destra o populisti. Però dobbiamo partire dalle basi: non è che l’Internet commerciale così come lo conosciamo oggi – specialmente piattaforme come Twitter o Facebook – fosse una sorta di democrazia magica improvvisamente attaccata da mascalzoni russi. Quello che vende la Silicon Valley è influenza. Cioè offre ai pubblicitari, a chi lavora nel marketing, agli strateghi politici e chiunque abbia soldi da spendere il modo per raggiungere il proprio obiettivo. Il proprio pubblico di riferimento. Ed è questo che ha trasformato la Silicon Valley nel più ricco e potente agglomerato economico del mondo.

Per quanto riguarda le spese dei russi in pubblicità pro-Trump, bisogna mettere le cose in prospettiva. Qui si parla all’incirca di 500.000 dollari spesi sulle principali piattaforme di social media, in una campagna – quella del 2016 – in cui i principali partiti hanno speso oltre un miliardo e 400 milioni di dollari solo in digital advertising. Cioè soldi finiti ai “big three”: Google, Facebook e Twitter. Che differenza può aver fatto un investimento del 0,03% sul totale? E non me lo chiedo solo io, ma anche la Columbia Journalism Review. E poi ci vuole anche un po’ di contesto storico: tutte le grandi potenze possono usare Internet per proiettare il loro potere al di fuori dei confini. Ma gli Stati Uniti sono ancora il soggetto dominante. E dal momento in cui Internet è diventato globale, gli USA hanno usato la loro tecnologia per spiare al tempo stesso nemici e alleati, per sviluppare programmi di influenza geopolitica basati tutti sulla Rete, per influenzare il dibattito politico in Cina, in Iran, a Cuba. E ovviamente anche in Russia.

 

Tu hai scritto che durante le udienze in Senato per il Russiagate si sono presentati gli avvocati delle più grandi aziende hi-tech, promettendo di proteggere gli Stati Uniti e fare tutto ciò che possono per impedire future intrusioni straniere nel paese. Perché, nella tua ottica, questo non va bene?

Beh, non va bene perché è il contrario di ciò che hanno detto di essere, per molti anni. Dal momento in cui sono nati, Google, Facebook e Twitter ci hanno spiegato di essere piattaforme neutrali e completamente indipendenti. E lo hanno detto per ragioni comprensibili: i governi stranieri temevano che questi colossi fossero meramente le estensioni del Dipartimento di Stato americano. E invece, ora che fanno? Ammettono apertamente di condividere gli stessi obiettivi della security statunitense. Ma non possono avere la botte piena e la moglie ubriaca.

Perché?

Perché questo cambio improvviso di retorica rischia di ritorcersi contro, dando a potenze come Cina, Russia o Iran le argomentazioni per restringere ancora di più la libertà su queste piattaforme, e diventare più sospettose per le aziende americane che vogliono investire lì.

Il tuo lavoro è stato sponsorizzato inizialmente da una campagna di crowdfunding su Kickstarter. Come mai?

Il progetto inizialmente doveva essere molto più piccolo di quanto pensassi. Poi mi sono reso conto che si trattava di ricostruire una sorta di capitolo perduto della storia di Internet. Ho realizzato che avrei dovuto fare molte più interviste, molti più viaggi, combattere molto più a lungo per ottenere quei documenti grazie al FOIA. Al tempo stesso volevo mantenere quanta più indipendenza possibile.

 
Chi controlla le informazioni, oggi, non sono più i governi, ma le multinazionali: aziende che campano di quello

Hai sentito cosa si dice a proposito delle presunte connessioni con la propaganda putiniana dei movimenti populisti europei, anche italiani?

Sì, ne ho sentito parlare. Ma non ti saprei dire molto. Quello su cui quasi tutti gli opinionisti più rispettabili in America sembrano concordare è che, prima dell’arrivo di Putin, i movimenti xenofobi in Europa erano inesistenti, o comunque ininfluenti. Questo mi fa paura, sinceramente.

Tu scrivi anche che Edward Snowden (l’ex contractor della National Security Agency che nel 2013 ha sottratto circa 1,5 milioni di documenti classificati per poi consegnarli ai giornalisti Glenn Greenwald e Laura Poitras) è un tentacolo di questo sistema di sorveglianza, seppur inconsapevole.

È una vittima della sua stessa ideologia. È un libertariano, quindi non crede alle soluzioni politiche per le questioni che riguardano la privacy e la sorveglianza statale. Siccome lui pensa di risolvere tutto con la crittografia (o encryption, ovvero una metodologia per codificare i messaggi in un formato che sia impossibile da leggere per chi non è autorizzato a farlo, ndr) non mi sorprende che consigli a tutti di usare il Tor Project, che per l’appunto è diventato uno strumento di culto tra i fanatici della privacy.

Ma è una soluzione fasulla, mi sembra di capire.

Sì, perché chi controlla le informazioni, oggi, non sono più i governi ma le multinazionali, aziende che campano di quello. Tor non offre alcuna garanzia sul fatto che proteggerà le tue informazioni dalla Silicon Valley; mentre Google continuerà a sapere dove stai andando, cosa stai cercando e cosa ti piace. Bisogna tenere a mente che Tor è finanziato quasi al 100% dal Pentagono, dal Dipartimento di Stato, e da sezioni distaccate della Cia. La domanda è: il Pentagono finanzierebbe mai attività che limitano il proprio potere?

 
l'autore
Paolo Mossetti

Scrittore, vive a Napoli. Ha vissuto anche a Milano, Londra e New York, dove ha lavorato come cuoco. Ha collaborato o collabora con riviste come Through Europe, Vice, Rolling Stone Italia, Domus, Il Manifesto.