Il futuro della sharing economy

Il futuro della sharing economy

27.11.2017 | Riusciremo a realizzare l'utopia della vera condivisione o avranno la meglio Uber e Airbnb?

Il risveglio è stato di quelli bruschi: chi immaginava una società in cui la sharing economy – ovvero la pratica di mettere in condivisione tra più persone un bene sottoutilizzato – giocasse un ruolo sempre più importante, si è trovato a vivere in una realtà in cui questa etichetta viene utilizzata per definire pratiche che con la condivisione non c’entrano poi molto. Dall’idea di condividere la propria auto quando è inutilmente parcheggiata per lungo tempo, si è passati agli autisti professionisti di Uber; dall’idea di condividere un posto letto che nessuno utilizza, si è arrivati ai professionisti degli appartamenti affittati su Airbnb. In tutto questo, di sharing c’è ben poco.

“In verità, non c’è proprio nulla; al limite dovremmo parlare di rental economy, perché ciò che si sta facendo è affittare la propria macchina o il proprio appartamento”, spiega a Le Macchine Volanti Tiziano Bonini, che assieme a Guido Smorto ha curato Shareable! L’economia della condivisione, volume uscito per Edizioni di Comunità che raccoglie alcuni dei saggi più importanti pubblicati dalla rivista specializzata Shareable. “Molte di queste aziende hanno semplicemente cavalcato l’idea della condivisione a livello retorico, ma se vai veramente ad analizzare che cosa abilitano con le loro piattaforme, si tratta di forme di affitto”.

Ma come si è arrivati fino a qui? In verità, si tratta di un processo al quale abbiamo già assistito: così come l’open web delle origini si sta trasformando nel recinto di proprietà di Facebook; allo stesso modo l’idea della sharing economy è stata rapidamente fagocitata da aziende che di idealistico hanno ben poco. La prossima vittima potrebbe anche essere la blockchain, che da tecnologia che doveva eliminare (nella sua versione più radicale) banche e assicurazioni, sta venendo rapidamente assorbita proprio dai grandi gruppi finanziari. “È un processo che Tim Wu, nel libro The Master Switch, aveva analizzato già nel 2010: ciclicamente si creano delle grandi industrie che si appropriano di innovazioni sociali e ci creano un mercato”, prosegue Bonini, ricercatore in Sociologia all’Università di Siena. “Ed è quello che è successo con la sharing economy: in pochi anni siamo passati da CouchSurfing (che permette di mettere in condivisione gratuitamente il proprio divano a chiunque ne avesse bisogno, con la promessa di restituire il favore, nda) a Airbnb”.

 

Shareable! L'economia della condivisione, a cura di Tiziano Bonini e Guido Smorto. Edizioni di comunità (2017).

Ma siccome a ogni azione corrisponde una reazione, negli ultimi anni sono proliferate le realtà che aderiscono al platform cooperativism, una forma di organizzazione che adotta i principi della cooperazione e li abilita grazie alle piattaforme tecnologiche. Fondamentalmente, l’obiettivo è quello di applicare alle piattaforme della sharing economy le logiche della auto-organizzazione. Pensate a come funzionerebbe Uber se tutti coloro i quali ne fanno parte fossero in cooperativa, condividendone valore, rischi, guadagni e avendo l’opportunità di decidere assieme la policy che regola la piattaforma.

È per esempio il modo in cui funziona la startup di ridesharing La’zooz, l’agenzia fotografica Stocksy o l’e-commerce di FairMondo. I profitti, invece di finire tutti nelle tasche di CEO e venture capitalists, vengono redistribuiti, con una normale logica cooperativa. “Si sono riappropriati di un pezzo di sharing economy”, prosegue Bonini. “È un movimento che c’era già, ma che dopo l’esplosione della forma commerciale del fenomeno ha trovato un’antagonista al quale contrapporsi. In un certo senso, ha permesso a queste realtà di capire chi fossero e quale fosse il loro ruolo”.

Si tratta comunque di realtà molto piccole, impossibilitate a competere davvero con i colossi del settore. Per fare solo un esempio, nell’aprile di quest’anno la startup di ridesharing Juno (che funziona con logiche simil-cooperative) è stata acquistata per 200 milioni di dollari; per comprare Uber ci vorrebbero invece 70 miliardi. Realtà piccole, quindi; che assorbono solo una minima parte dei lavoratori impiegati in quella che viene sempre più spesso (e più correttamente) definita on-demand economy: un’economia in cui i lavoratori vengono assoldati nel momento in cui le loro prestazioni sono richieste sulla piattaforma alla quale sono iscritti.

Non solo Uber e AirBnb: chi vuole fare il traduttore-editor-writer può iscriversi a UpWork; chi è pratico di trapani, martelli e chiavi inglesi può puntare su Mario; chi vuole fare il dogsitter si iscriverà a Wag! e chi sa fare un po’ tutto proverà con TaskRabbit. Ci sono letteralmente migliaia di piattaforme di questo tipo, che danno lavoro, nei soli Stati Uniti, a 5,8 milioni di persone, numero che dovrebbe crescere fino a 9,2 milioni nel 2020.

 

La crescita costante dei lavoratori statuntensi impiegati nel settore della on-demand economy.

Lavoratori su richiesta, quindi; che rinunciano alla sicurezza economica per avere la libertà di gestirsi in completa autonomia gli orari di lavoro. Messa così, sembrerebbe uno scambio equo; ma in verità le cose non sono andate come promesso. Al di là del fatto che il trattamento economico degli autisti di Uber è tale da obbligarli a lavorare quanto e più di un normale taxista (rinunciando quindi sia alla sicurezza, sia alla libertà); ancora più estremo è il caso dei fattorini di Foodora, Deliveroo, ecc., il cui lavoro è spesso organizzato su turni con orari precisi; durante i quali, però, vengono pagati solo ed esclusivamente in base alle consegne eseguite.

“Forse l’unica sfumatura di on-demand che rimane è il fatto che si può decidere se prendere il turno o meno in libertà, su base settimanale”, precisa Bonini. “Ma in molti casi (per esempio Glovo, nda) c’è un sistema di rating che penalizza chi scende sotto una certa soglia. Alla fine, non sei un lavoratore dipendente, ma di sicuro sei molto lontano dall’essere un freelance”.

Questo sistema di organizzazione del lavoro potrebbe aver senso se fosse sfruttato solo da studenti che hanno bisogno di mettere via qualche soldo; in realtà, si sta trasformando per sempre più persone in un lavoro vero e proprio. In tutto ciò, chi ci guadagna davvero sono gli imprenditori che, come si dice, scaricano il rischio d’impresa sui lavoratori. In fondo, se un fattorino viene pagato solo in base all consegne, l’impresa metterà sempre ordine tra le entrate delle vendite e le uscite necessarie a pagare i “non-dipendenti”; chi rischia davvero è solo il rider. “Il rischio d’impresa è stato rovesciato sui lavoratori e le tasse che queste imprese pagano sono ridicole; a fronte di tutto ciò, che cosa restituiscono alla comunità?”, si chiede Bonini. La sensazione è che la retorica dello sharing abbia funzionato talmente bene da bloccare sul nascere (o quantomeno strozzare) i tentativi di regolamentazione del settore; con il timore di venir tacciati di “voler fermare l’innovazione” o simili.

Non è tutto: anche alcune società note per aver introdotto una vera sharing economy, com’è il caso di BlaBlaCar (che vi permette di caricare in macchina delle persone che stanno andando nella vostra stessa direzione, in modo da dividere le spese), potrebbero a breve cambiare pelle: “Tutte queste realtà, che non sono cooperative ma vengono finanziate da investitori privati, dovranno necessariamente cambiare modello di business una volta che avranno raggiunto una massa critica di utenti”, specifica Tiziano Bonini. “Già adesso stanno nascendo alcuni autisti professionisti, che non si limitano a dare un passaggio per ammortizzare i costi, ma lo fanno per lavoro. Questi ultimi dovrebbero però essere distinti dai primi; così come su Airbnb dovrebbero essere distinti i ‘superhost’, quelli che magari affittano contemporaneamente 5 appartamenti, da chi invece mette in affitto un posto a letto”.

 

Era probabilmente inevitabile che un fenomeno come quello della sharing economy, portato inizialmente avanti da un gruppo ristretto di seguaci statunitensi, riuniti anche attorno al già citato portale Shareable, si trasformasse radicalmente una volta entrato in maniera prepotente sul mercato. Quel che è certo è che nel frattempo si sono trasformate anche le nostre abitudini, che hanno dato sempre più importanza all’accesso rispetto alla proprietà.

Oggi, per esempio, ci stiamo abituando a usare macchine e biciclette che non ci appartengono – attraverso il car e bike sharing – o ad accedere a musica e film senza bisogno di comprare materialmente i CD o i DVD, usando Spotify o Netflix (che infatti, pure loro, vengono non di rado inserite nell’ombrello della sharing economy). “È una tendenza che sta diventando una realtà per milioni di persone e che potrebbe avere positive ricadute ambientali molto importanti”, conclude Bonini. “Per il momento, però, notiamo che le auto in condivisione si aggiungono a quelle di proprietà, più che sostituirle, e che la musica in streaming ci rende per sempre dipendenti dalle piattaforme che offrono questo servizio”.

Le cose, insomma, si sono fatte molto più complicate da quando, nel 2009, l’entusiasmo inarrestabile di Neil Gorenflo aveva portato alla nascita di Shareable. Un concetto semplice come quello esemplificato dal modo di dire “non hai bisogno di un trapano, ma di un buco nel muro” è sfumato in una varietà di realtà e pratiche molto diverse tra loro; che spesso hanno ben poco in comune l’una con l’altra. Con l’inevitabile lentezza che la contraddistingue, anche la politica si sta rendendo conto di tutto ciò (come dimostra per esempio il caso Uber a Londra) e sta iniziando più o meno timidamente a prendere qualche contromisura; mentre città come Barcellona o Seoul stanno mettendo in pratica numerose pratiche collaborative e di condivisione.

Quando il quadro complessivo della situazione inizierà a chiarirsi, diventerà forse più evidente come la vera sharing economy non si faccia tanto a livello globale, ma a livello comunale. E come invece di parlare di Uber e Airbnb sarebbe forse il caso di prestare maggiore attenzione a pratiche di condivisione come gli orti urbani, i bilanci partecipativi, le cooperative locali di produzione di energia rinnovabili come LO3 Energy, i FabLab, i coworking e altro ancora. Tutte realtà che hanno una cosa in comune: invece di arricchire i venture capitalist, puntano ad arricchire la comunità.

 

Illustrazione di vectorpocket / Freepik

l'autore
Andrea Daniele Signorelli

Milanese, classe 1982, si occupa del rapporto tra nuove tecnologie, politica e società. Scrive per La Stampa, Wired, Il Tascabile, Pagina99 e altri. Nel 2017 ha pubblicato “Rivoluzione Artificiale: l’uomo nell’epoca delle macchine intelligenti” per Informant Edizioni.