I nostri dati personali finiscono in vetrina

I nostri dati personali finiscono in vetrina

04.12.2017 | Pensate ancora di avere diritto alla privacy? The Glass Room è un'esposizione artistica che vi farà cambiare idea.

The Glass Room è un negozio che non vende nulla. In vetrina ci sono i nostri dati personali e quelli degli utenti di mezzo mondo, esposti come mai finora. Gli interni sono tutti bianchi, come quelli di un Apple store, ma qui i dispositivi digitali esposti non sono in vendita. Attraverso i vetri si vede tanta gente che guarda schermi accesi, legge le descrizioni dei prodotti esposti e pigia con i polpastrelli sui touch screen. I commessi sono vestiti in tute bianche e stanno in piedi dietro un bancone bianco, il Data Detox Bar; l’ambiente è tanto asettico da ricordare una sala operatoria. In realtà il concetto è semplice: usare il linguaggio e l’estetica di un tech store per mettere in vetrina il prezzo che paghiamo ogni istante che passiamo connessi a internet.

The Glass Room prima dell'apertura.

The Glass Room nasce dalla collaborazione tra Mozilla – la non-profit americana che ha ideato il browser Firefox – e Tactical Technology Collective, uno dei maggiori attori europei nel campo dell’online privacy. La genesi del progetto si può trovare in alcune delle domande che definiscono i contorni della società attuale: cosa dicono di noi le tracce digitali che ci lasciamo dietro ogni istante che passiamo online? Possiamo ancora chiamarli dati personali, in un momento storico in cui le nostre informazioni sono tutto fuorché personali? A rispondere sono i prodotti in esposizione, descritti senza giudicarli, usando la grammatica di chi li ha creati.

Inizialmente pensata come una pop-up exhibition a New York, dopo il successo ottenuto lo scorso anno oltreoceano è diventata una mostra itinerante che nei prossimi mesi toccherà l’Europa e il Sud America. La prima tappa è stata Charing Cross nel cuore di Londra, dove il concept store ha trovato posto tra librerie e teatri del centro. Ecco una breve descrizioni dei prodotti più interessanti tra quelli in esposizione.

Le password dimenticate

Tra i dati personali più sensibili ci sono le nostre password: i codici di accesso alle nostre vite. Sono forse le informazioni digitali che più ci appartengono e non le vorremmo mai condividere con nessuno. Eppure molte sono simili tra loro e facili da indovinare quando si sa qualcosa sul loro proprietario. L’artista Aram Bartholl ha raccolto le 4,6 milioni di password rubate nell’hack a LinkedIn del 2012. Io ho cercato la mia, ma la verità è che ho dimenticato quale fosse cinque anni fa.

Forgot your password?

Where the F**k Was I?

I nostri telefoni ricordano dove siamo stati molto meglio di noi. Anche quando GPS e wireless sono spenti, il solo fatto di essere online ci posiziona come dei puntini su una mappa. Tra il giugno 2010 e l’aprile 2011 i dati posizionali di chiunque possedesse un iPhone sono stati salvati nei database di Apple e sono diventati di proprietà dell’azienda di Cupertino. L’artista James Bridle li ha raccolti in un libro che mostra le 35.801 località che ha visitato in quel periodo.

 

Unfit Bit

Se pensate che le informazioni raccolte dai vostri FitBit siano davvero personali, forse dovreste riflettere sul valore che hanno. Diverse compagnie di assicurazioni offrono sconti a chi sia disposto a condividere con loro le statistiche raccolte dai braccialetti della salute. Tega Brain e Surya Mattu hanno progettato un modo per hackerare i dati, si chiama Unfit Bits. Collegando il braccialetto che registra i nostri movimenti a un pendolo o alla ruota di una bici si possono ottenere prezzi stracciati dalla nostra assicurazione anche senza muovere un dito.

Termini e Condizioni

L’etimo della parola dato deriva proprio dal verbo dare: azione regolata dai termini e dalle condizioni applicate dai servizi digitali. Avete mai provato a leggere i termini e le condizioni di Amazon Kindle? CHOICE, un’associazione dei consumatori australiana, l’ha fatto e ci ha messo 8 ore e 59 minuti. Sono 73.198 parole che probabilmente nessuno ha mai letto prima di accettarne i termini.

Digital Credit Score

Lendgo facilita il processo di apertura di un conto in banca o di un’assicurazione per i cittadini dei paesi in via di sviluppo. Lo fa chiedendo accesso a informazioni custodite nei profili dei social network e alla cronologia di navigazione salvate nel telefono cellulare. Grazie al machine learning, Lenddo trasforma i big data in profili personali determinati da uno score. Scambiereste l’accesso ai dati dei vostri social media per un migliore punteggio creditizio?

Il prezzo del tuo DNA

23AndMe è un test del DNA che si effettua con campioni di saliva. Aiuta a capire le nostre origini e scoprire di quali malattie potremmo soffrire. I dati vengono poi venduti a laboratori e aziende farmaceutiche per scopi di ricerca. Il potenziale a livello di prevenzione è enorme, ma quali sono i rischi?

 

A casa di Zuckerberg

Nel 2010 il fondatore di Facebook dichiarò che l’era della privacy era finita e che non andava più considerata una norma sociale. Poco dopo, però, spese l’equivalente di circa 45 milioni di dollari per comprare le proprietà che circondano la sua villa da oltre 10 milioni di dollari a Palo Alto. Tutte le persone che hanno lavorato alla sua dimora, dai muratori agli interior designer, hanno poi dovuto firmare un non-disclosure agreement prima di iniziare. La privacy sembra esistere solo per chi se la può permettere.

Google lo sa

Dal 1998, anno della sua fondazione, Google ha acquisito più di 180 aziende e investito in altre 400, espandendo il suo business dal desktop al mobile (Android), dal video (YouTube) all’internet delle cose (Nest), dalle self-driving car alle biotecnologie (23andMe). I dati che si possono raccogliere attraverso questi servizi vanno dall’utilizzo del cellulare ai consumi energetici, dai video che guardiamo al nostro DNA, e formano la mappa delle nostre identità. Qualche anno fa Eric Schmidt, oggi executive chairman di Alphabet, dichiarò in una celebre intervista: “Sappiamo dove sei, sappiamo dove sei stato. Sappiamo più o meno a cosa stai pensando”.

Il chip della fertilità

Nel 2012 la Bill & Melinda Gates Foundation ha finanziato Microchips Biotech Inc, una compagnia che sta sviluppando un chip che una volta inserito sotto la pelle di una donna ne controlla la fertilità per i successivi 16 anni. Si tratta di un contraccettivo digitale, in cui le informazioni digitali vengono utilizzate dagli utenti o dai loro medici per attivare e disattivare la fertilità.

Trackography

Ogni volta che ci connettiamo a un sito di news le nostre azioni vengono catalogate e i nostri dati venduti dai broker dell’online tracking. Trackography è un progetto di Tactical Tech che segue il percorso dei dati personali raccolti, che nel 90% dei casi finiscono nell’infrastruttura di rete degli Stati Uniti.

Ogni istante che passiamo online ci lasciamo dietro delle tracce digitali, che prendono forme che non riusciamo a immaginare. Sono il combustibile dell’economia contemporanea, in continuo movimento da un nodo all’altro dei network sociali e determinano quello che vediamo. I dati prodotti dalle nostre esperienze digitali sono intrecciati alle nostre vite analogiche: tracce indelebili a noi invisibili. Queste informazioni finiscono in vere e proprie scatole nere, dove algoritmi che non conosciamo li trasformano in quei piccoli universi di senso che sono i nostri profili digitali. Ognuno di noi ha almeno un profilo digitale, per esempio quello legato all’email con cui ci siamo registrati quando abbiamo attivato il nostro cellulare; ma pur essendo un nostro ritratto spesso è a noi oscuro. La struttura stessa della rete è composta da nodi di un grande network all’interno del quale le nostre informazioni circolano, dando vita al web. Non c’è modo di bloccare i dati che creiamo, perché senza di quelli non esisterebbe internet. Per questo esserne consapevoli e chiedere trasparenza a chi li gestisce è l’unico modo per non trasformare le nostre vite nella merce di scambio regolata da condizioni che non conosciamo.

l'autore
Roberto Pizzato

Da piccolo sognava di guidare una ruspa, poi qualcosa è andato storto. Vive a Londra, dove ricerca, scrive e sviluppa idee su nuovi media e cultura digitale.