Gli inquinatori di internet

Gli inquinatori di internet

30.04.2018 | I dati, nel bene e nel male, sono il nuovo petrolio: serve un'agenzia per evitare che il web diventi una discarica?

L’estremità più a nord di Brooklyn è divisa dal Queens solo da un canale, il Newtown Creek, che sarebbe rimasto anonimo se non fosse diventato uno dei centri industriali più importanti di New York. Il fondale è ricoperto da uno strato di sostanze cancerogene e idrocarburi che si sono depositati nel corso di decenni di disastri ambientali e assenza di regole: fino agli anni ’70, infatti, lungo i sei chilometri del Newtown Creek (che è  direttamente collegato con l’East River e dunque all’Atlantico) c’erano oltre 100 raffinerie. Oggi il canale è un superfund: ha ricevuto denaro federale per finanziare programmi di recupero e di rinascita, partendo dalla comunità e investendo in aree verdi.

La storia del Newtown Creek è un esempio perfetto per raccontare cosa sta succedendo oggi in alcune aree di internet. Non esistono regole e soprattutto non esiste l’Environmental Protection Agency, l'agenzia americana per la protezione dell'ambiente. Che senso ha questo parallelismo tra ambiente e web? In un articolo pubblicato nei primi giorni dello scandalo di Cambridge Analytica, Bloomberg Businessweek ha dato spazio a una tesi molto interessante: il governo americano dovrebbe trattare i colossi tecnologici come potenziali inquinatori, usando le stesse regole imposte ai gruppi petroliferi e chimici.

L’analisi è di Paul Ford, scrittore e imprenditore nel settore editoriale, che propone di creare la Digital Protection Agency, un’agenzia indipendente con il compito di controllare che Facebook, Google e le altre aziende della Silicon Valley non inquinino la rete, che nonostante non sia fisico è uno spazio pubblico e per questo motivo deve essere preservato.

“Il suo compito dovrebbe essere quello di ripulire internet dai dati tossici, educare il pubblico, stabilire e riscuotere le multe”, sostiene Ford che aggiunge: “I giganti di internet stanno avvelenando i beni comuni. Li hanno automatizzati. [...] L’attivista e imprenditrice di internet Maciej Ceglowski una volta ha definito i big data come ‘un po’ di liquame tossico e radioattivo che non sappiamo come gestire’. Forse dovremmo pensare a Google e Facebook come i nuovi inquinatori. Il loro imperativo è crescere! Creano posti di lavoro! Pagano le tasse, all’incirca! Nel frattempo, stanno scaricando migliaia di miliardi di unità di veleno tossico per il cervello nel nostro serbatoio di pensiero pubblico. Quindi lo ripuliscono con Wikipedia o pubblicando un messaggio che dice ‘Prendiamo sul serio la tua privacy’”.

Con i colossi internet è quasi impossibile sperare che il mercato si regoli da solo: in meno di 20 anni sono diventati enormi monopoli e si sono spartiti i settori

In questo momento, negli Stati Uniti non ci sono leggi che obbligano la Silicon Valley a rispettare la privacy e a usare in modo rispettoso i dati degli utenti. Anzi, storicamente il Congresso ha preferito lasciare al mercato la libertà di regolarsi da solo attraverso la competizione: una buona soluzione, in teoria. Ma oggi – come mi ha fatto notare Ethan Zuckerman, direttore del Media Lab del MIT di Boston – con i colossi internet è quasi impossibile sperare in questo processo. In meno di 20 anni sono diventati enormi monopoli e si sono spartiti i settori. Così adesso non possono essere fermati da un avversario, proprio perché il sistema che gli hanno permesso di creare non prevede avversari.

In Europa va meglio. Il 25 maggio entrerà in vigore The General Data Protection Regulation (GDPR). Sostituirà una legge del 1995 e garantirà maggiore protezione per i cittadini dell’Unione nei confronti dell’invasione della privacy da parte della Silicon Valley. E negli Stati Uniti? Sembra che qualcosa stia cambiando, soprattutto dopo la due giorni di Mark Zuckerberg al Congresso. L’amministratore delegato di Facebook ha chinato il capo e ha detto che forse servono leggi per regolare il settore; inevitabile, dopo che un’inchiesta del New York Times e dell’Observer ha mostrato come Cambridge Analytica avesse usato i dati di 87 milioni di utenti per fare pubblicità politiche mirate e così aiutare Donald Trump a vincere le elezioni del 2016.

Allo stesso tempo, i politici si sono convinti che questa volta si trovano davanti a un fenomeno diverso e sono obbligati almeno a valutare la possibilità di porre limiti alla Silicon Valley. Magari seguendo il modello europeo.

Ma c’è chi non incolpa solamente i colossi californiani. La ricercatrice Joanna Radin spiega che i politici dovrebbero guardarsi allo specchio, visto che il problema non è Facebook ma è una cultura diffusa che permette – con l’approvazione del governo – di utilizzare i dati senza chiedere il permesso. “In breve, la nostra crisi dei dati non è legata alla privacy, è una questione di pirateria in cui i governi e le aziende non sono gli uni contro gli altri. Sono d’accordo”, scrive Radin in un fondo sul Washington Post.

C’è da dire che lo scandalo Cambridge Analytica, la diffusione di fake news e gli interventi della Russia nelle elezioni presidenziali americane del 2016 hanno fatto iniziare un processo di cambiamento, che neppure la Silicon Valley può o vuole fermare. E diversi teorici dei media iniziano a immaginare un futuro in cui i servizi potrebbero essere a pagamento, rispetteranno di più i nostri dati, non li venderanno per fare profitti.

Sono passati 12 anni da quando il matematico inglese Clive Humby parlò per la prima volta di dati come il nuovo petrolio. Nel 2017 i dati hanno per la prima volta superato il valore del petrolio, diventando l’asset con più valore al mondo.

In questi anni, l’idea di Humby è stata usata centinaia di volte, ma in più di un decennio non è cambiato quasi nulla nella loro gestione. Anzi, con questo nuovo tipo di petrolio digitale abbiamo inquinato e reso inabitabili molte parti di internet. E siamo stati a guardare. Noi, i governi, tutti, a parte pochi critici che per anni sono stati paragonati a complottisti e liquidati dal mainstream con una risata.

Prendiamo YouTube. Craig Silverman su BuzzFeed News spiega come l’algoritmo che gestisce la piattaforma spinga gli utenti più deboli verso posizioni estremiste. Ad esempio nella comunità di persone che seguono la politica i video di Alex Jones, paladino dell’Alt Right e del cospirazionismo, sono i più consigliati.

Forse, se esistesse la Digital Protection Agency, YouTube cercherebbe di spendere più risorse per risolvere questo problema e molto probabilmente si rassegnerebbe a guadagnare meno o forse a far pagare gli utenti per il servizio.

E se le aziende che guadagnano miliardi di dollari con i nostri dati ci pagassero, come se fossimo dei freelance dei dati?

Ma se provassimo ad analizzare il problema da una nuova prospettiva, stabilendo ad esempio che le aziende che guadagnano miliardi di dollari con i nostri dati dovrebbero pagarci, come se fossimo dei freelance dei dati? Troppo sconvolgente? Negli ultimi mesi questa teoria è stata accreditata da diversi ricercatori ed è apparsa su molti quotidiani in tutto il mondo. Già lo scorso agosto, John Thornhill, l’innovation editor del Financial Times, sosteneva che Facebook dovrebbe pagare un reddito di base a tutti i suoi utenti, citando Utopia di Thomas More come primo esempio di questa idea.

Zuckerberg – racconta Thornhill – aveva appena visitato l’Alaska, dove nel 1976 è stato creato un fondo attraverso il quale reinvestire il denaro guadagnato con il petrolio. Ogni anno i cittadini dello stato ricevono tra gli 800 e i 2.000 dollari, a seconda dell’andamento del fondo. “Dovrebbe mantenere le sue promesse e creare il Facebook Permanent Fund per dare il via a un ampio esperimento di reddito minimo universale. Dovrebbe incoraggiare altri business basati sui dati, come Google, a contribuire”, scrive Thornhill.

Ma è un esperimento possibile? Su Forbes, Tim Worstall critica questo modello sostenendo che ogni persona, ogni anno, potrebbe guadagnare tra i 10 e i 20 dollari. “È il trattamento e l’unione di dati di milioni e miliardi di utenti che produce valore”, scrive Worstall.

Ancora più interessante è la posizione della sociologa Zeynep Tufekci, che già nel 2015 chiedeva a Mark Zuckerberg di fare un patto: avrebbe pagato ogni mese il denaro che Facebook guadagna vendendo i suoi dati. In cambio, il social network non avrebbe usato le sue informazioni. Quanto? Attorno ai 20 centesimi di dollaro, il valore che Zuckerberg sostiene di guadagnare ogni mese su un singolo utente.

Considerando i big data come una forma di petrolio digitale, Il Guardian fa un interessante parallelo tra la collettivizzazione del greggio fatta in diversi stati con quella delle nostre informazioni personali. “I dati non sono una forma di proprietà comune meno del petrolio, del suolo o del rame”, scrive Ben Tarnoff sul Guardian, sostenendo che in questo momento gli utenti internet rappresentano i paesi colonizzati: offrono la loro ricchezza per fare arricchire un piccolo gruppo di persone. “Un fondo basato sui dati che distribuisce un dividendo aiuterebbe a democratizzare i big data. Ci consentirebbe di beneficiare collettivamente di una risorsa che creiamo collettivamente. Trasformerebbe i dati da una risorsa privata accumulata dalle società per rendere un piccolo numero di persone ricche, in una forma di proprietà sociale tenuta in comune da tutti coloro che la aiutano a crearla”, scrive Tarnoff. È forse troppo?

Durante l’audizione al Senato di Zuckerberg per lo scandalo Cambridge Analytica, il senatore democratico Jon Tester ha voluto chiarire ancora meglio la questione: “Nel corso di questo dibattito hai detto più volte che io possiedo i miei dati… Mi sembra una cosa positiva, ma in pratica tu guadagni 40 miliardi di dollari l’anno. Io non ci faccio soldi. Mi sembra che tu sia il proprietario dei dati”.


@angelopaura

 
l'autore
Angelo Paura

Vive a New York dove lavora per la redazione de Il Sole 24 Ore. Si occupa soprattutto di culture digitali e di nuovi media.