Ellen Ullman: il coding è un atto politico

Ellen Ullman: il coding è un atto politico

30.09.2016 | Un'umanista nella Silicon Valley: ritratto di una protagonista della rivoluzione digitale.

Questo articolo è il primo di una serie di profili dedicati a donne che hanno trasformato il modo in cui pensiamo la tecnologia, il digitale e il futuro: programmatrici, scrittrici di fantascienza, scienziate che hanno contribuito in maniera fondamentale a quella che alcuni ancora vorrebbero considerare una sfera esclusivamente per maschietti.

C’è una cosa che hanno in comune la matematica, la musica classica, la tecnologia e l’arte contemporanea: sono campi del sapere che dividono il mondo in un piccolo gruppo di “esperti” e un grande pubblico di “utenti” sostanzialmente passivi. Magari maneggiano le percentuali, riconoscono un Picasso o la nona di Beethoven, sanno come resettare l’iPhone; ma le loro competenze si fermano lì, e qualunque nozione più complessa viene percepita come arcana e impenetrabile, qualcosa di fronte a cui è legittimo rinunciare a indagare. Se, ad esempio, non conosco la storia della Cina, è perché non ho voglia o tempo di studiarla – dice questo tipo di ragionamento; ma se non so spiegare la grandezza di Cy Twombly o il principio della crittografia asimmetrica è perché non le capisco: perché la mia mente non è fatta così.

Questa specie di ostile blocco mentale è una circostanza sfortunata, ma tutto sommato priva di conseguenze nel caso di musica e arte; è probabilmente più dannosa quando si tratta della matematica, in un paese in cui l’assenza di una cultura scientifica diffusa ha un impatto misurabile sulla mancanza di competitività. Ma la sua portata rischia di essere persino più ampia nel caso degli oggetti tecnologici che portiamo con noi ovunque, che sfioriamo coi polpastrelli più spesso della pelle dei nostri amanti: li usiamo per parlare alla famiglia, gestire i risparmi, informarci per decidere chi votare; eppure li consideriamo scatole nere. Rinunciare a comprenderli – ritenerli inaccessibili, opachi – significa abdicare al controllo su parti molto ampie della nostra vita.

Esiste tutto un apparato di idee che ci incoraggia a questa rinuncia: l’insensata opposizione fra sapere umanistico e scientifico, il mito del coder come genio solitario smarrito in un mondo logico chiuso ai più, la presunta oscurità dei circuiti e dei linguaggi di programmazione. Sono idee rinforzate da film come The social network, da serie come Silicon Valley, da un certo giornalismo allarmista e superficiale che parla di “algoritmi” come si parlerebbe di sortilegi o sottomarini sovietici.
Un buon modo per presentare i libri di Ellen Ullman è come un antidoto a questo apparato di idee – una sorta di ponte culturale. Ullman è una donna americana di più di sessant’anni, scrittrice di successo e programmatrice della prima ora che non cessa di stupirsi di chi trova qualcosa di strano nella combinazione di professioni: in fondo, si tratta in entrambi i casi di stare seduti a un computer, a produrre linguaggio che produrrà un mondo.

Ellen Ullman è finita nella Silicon Valley, all’inizio degli anni Ottanta, per caso: dopo un dottorato in materie umanistiche, un periodo di crisi del sistema accademico statunitense l’ha spinta a cercare un lavoro temporaneo dove c’era, e cioè in quel settore tecnologico che all’epoca cominciava a far nascere nella California del nord la rivoluzione digitale che, da trent’anni, non smette di essere nuova.
In quei trent’anni Ullman nella Silicon Valley ci è rimasta, seguendo il percorso ormai canonico della mitologia startuppara. Qualche impiego come coder; giorni e notti a debuggare per raggiungere la deadline, fra pile di cartoni della pizza e ciccioni barbuti con magliette di D&D; stock option che si accumulano; un’OPA andata bene che frutta un loft e un’auto da corsa; il passaggio alla carriera più remunerativa e spigliata della consulenza.
Ci sono due aspetti per cui la figura di Ullman diverge da quella mitologia. I protagonisti di quelle storie sono di norma maschietti bianchi appena usciti dall’università, magari senza neppure finirla, attratti dal profumo del denaro o dalla forza irresistibile dello spirito del tempo. Ullman è una donna, e – essendo arrivata già trentenne agli albori della rivoluzione digitale – ne ha seguito il grosso degli sviluppi essendo già abbondantemente nella mezza età: una doppia outsider.
Come nota Jaron Lanier nell’introduzione a Close to the machine, il memoir del ’95 che ha fatto di Ullman un’autrice di culto, è stato probabilmente il fatto di non ritrovarsi nell’immagine dominante che la Silicon Valley dava di sé a permettere a Ullman di vedere le altre cose che quell’immagine tralasciava o camuffava deliberatamente: le pozze d’ombra e le porticine sul retro della macchina digitale. Di quello parlano i suoi libri.

Close to the machine è un memoir che racconta – in pochi capitoli di prosa tersa e misurata – uno snodo cruciale della vita sentimentale, professionale e politica di Ullman: quando, già consulente di un certo successo, decide di abbandonare la sua posizione “vicina alla macchina” (esperta di sistemi astratti, molto generali: programmi che girano a beneficio di altri programmi, tutto l’apparato che fa funzionare l’hardware, con cui gli utenti non hanno mai a che fare direttamente) per seguire un progetto socialmente utile legato all’assistenza ai malati di HIV.
A Ullman – che negli anni ’70 era una militante comunista – questo sembra un avanzamento professionale, il segno che si è guadagnata il margine di successo per accettare lavori meno remunerati ma più significativi. Ma nella sua comunità viene visto come un passo falso: il nuovo lavoro unisce il contatto diretto con gli utenti alla necessità di rispondere a una committenza pubblica, quindi alla burocrazia: due nemesi del programmatore duro e puro, libertario e più vicino alla macchina che a chi la usa.

Da project manager si trova a mediare fra attivisti e medici, da una parte, e programmatori dall’altra: e la cosa non fa che generare frizioni. I “tecnici” esigono un sistema di login univoco e affidabile, i “politici” obiettano che gli utenti, malati di AIDS, non si fiderebbero di un sistema che esiga troppa trasparenza. I primi vedono come soluzione logica un’interfaccia unificata per fare ricerche incrociate su tutti i database degli enti pubblici; i secondi la condannano come punto di partenza per una possibile discriminazione. Ullman vede le ragioni dei “tecnici” – è una di loro, da più di un decennio – ma per la prima volta comincia a vederne anche i limiti: i difetti di sovrapponibilità fra i problemi che la tecnologia è chiamata a risolvere e i metodi con cui, di norma, lo fa.
Questi difetti, in modo diverso, vengono evidenziati dalla relazione con Brian, un brillante hacker di quindici anni più giovane di lei. Si seducono discutendo di tecnologia come in un film di Woody Allen si discuterebbe di jazz e psicoanalisi (nel libro, uscito nel 1997, Brian teorizza i Bitcoin, inventati nel 2008); ma più la loro relazione si approfondisce, più Ullman si sente lontana dalla cultura machista e giovanilista di cui fa parte. A un certo punto, Brian la prende in giro perché conserva ancora il suo primo manuale di UNIX, un libretto vecchio di un decennio che all’epoca conteneva tutto ciò che era necessario sapere della piattaforma. La reazione di Ullman, in fondo, dichiara il senso stesso di leggere nel 2016 un libro sulla Silicon Valley di vent’anni fa:

Non credevo che la mia esperienza fosse inutile. Mi sembrava che ci fosse un valore nel fatto che qualcuno ricordasse la meravigliosa compattezza della Release 3. […] Tutta quella storia doveva servire a qualcosa. Dovevano esserci concetti, fili conduttori, temi che trascendevano i dettagli, doveva esserci una ragione nell’informatica per cui valesse la pena vivere più di trentacinque anni.

“Perché si può”

La vicenda di Ullman non fornisce solo una vasta aneddotica sulla Silicon Valley, che complica un po’ la narrazione che ne fanno di norma i suoi protagonisti. Il suoi racconti aiutano a capire come nasce un programma, come si sviluppa una tecnologia. A un certo punto viene convocata per un follow-up da un cliente per cui ha scritto un software che gestiva tutti i database e la comunicazione interna di un’azienda. Come aggiornamento, l’uomo le chiede un applet che tenga traccia di quanti tasti premono, ogni giorno, gli impiegati, per misurarne la produttività. Quando – reticente per via delle implicazioni politiche di quella funzione – gli chiede perché ne senta il bisogno, visto che la loro produttività col nuovo software è già aumentata, il cliente risponde semplicemente: “Be’, perché si può.”
Le università associano la programmazione all’ingegneria, ed è probabile che la nostra mente faccia qualcosa di simile: ci diciamo che anche chi progetta un ponte, un aereo, un traforo autostradale passa mesi o anni a scrivere formule incomprensibili. Anche in quel caso, usiamo il ponte, l’aereo o il traforo confidando nella loro perizia, senza chiederci – non ne abbiamo le competenze! – cosa poteva essere fatto diversamente, e come.
Ma un software o un cellulare sono più simili a una casa che a un ponte: progettarli coinvolge sì competenze tecniche ben precise, ma anche qualcosa di più – un sistema di valori, un’idea di vita – che il progettista lascia in ciò che crea, come un’impronta.

Mi piace pensare che i computer siano neutrali, uno strumento come gli altri, un martello che può costruire una casa o spaccare un cranio. Ma c’è qualcosa nel sistema, nella logica formale dei programmi e dei database, che ricrea il mondo a propria immagine. Forma un panorama orizzontale irresistibile che finisce per obliterare le culture locali e tradizionali, più lente, più vecchie: la legge, la consuetudine sociale. Pensiamo di creare un sistema per i nostri scopi. Pensiamo di crearlo a nostra immagine. Chiamiamo il processore “cervello”, diciamo che i computer hanno “memoria”. Ma non sono come noi. Sono una proiezione di una parte molto sottile di noi: quella in cui regnano la logica, l’ordine, la chiarezza. È come se prendessimo il gioco degli scacchi e decidessimo di modellarvi ogni aspetto dell’esistenza umana.
Ci circondiamo di queste piccole proiezioni di noi stessi, finiamo per farci affidamento: per conservare le informazioni, per fare benzina, per scrivere – non possiamo più farne a meno. Ma il problema è che più tempo passiamo a osservare un’idea ristretta dell’esistenza, e più la nostra idea di esistenza si restringe. Ci adeguiamo al margine di movimento che il sistema ci concede. Diventiamo più ordinati, più logici. Rispondi alla domanda, sì o no, ok o cancel.
L’adattamento inizia con piccoli accorgimenti, solo per evitare i bug. Poi pian piano incorporiamo l’intera visione del sistema: i dati della registrazione vengono usati per la sorveglianza, poi per l’obbedienza. Pensiamo di creare il sistema, ma al contempo il sistema ci crea. Lo abbiamo costruito, ci viviamo dentro, ne siamo trasformati.

Vent’anni dopo, gli studi su come Tinder sta cambiando il modo in cui ci si fidanza, e Facebook il modo in cui ci si informa, potrebbero usare questo paragrafo come epigrafe.

Il pessimismo blandamente complottista di questi ultimi paragrafi potrebbe ricordare due romanzi usciti di recente negli Stati Uniti: Il Cerchio, di Dave Eggers (2013), e Purity, di Jonathan Franzen (2015).
Il libro di Eggers racconta la storia di una ragazza assunta da una mega-corporation (modellata su un’ipotetica fusione di Google e Facebook) che si trovava costretta a diventare cavia e ambasciatrice mondiale di uno stile di vita improntato alla condivisione totale: ma sotto la facciata di trasparenza e gioiosa iper-connettività (sharing is caring!) si celano aspirazioni totalitarie e una cupa pulsione al pensiero unico. Il libro di Franzen – più ampio e variegato, nei toni e nei temi – è incentrato su una ragazza (di nuovo) che finisce nell’orbita di un’organizzazione analoga a WikiLeaks: ma il suo sogno idealista di una società in cui ogni segreto viene svelato si infrange contro le meschinità e i doppi fini del suo fondatore e contro la verità – banale e profonda al contempo – che alcuni segreti dovrebbero restare tali.
I due romanzi hanno vari tratti in comune. In entrambi i casi, sono scritti da romanzieri “tradizionali”, già di un certo successo, che decidono di affrontare quella grande zona d’ombra della narrativa contemporanea che è la tecnologia (con rare eccezioni, nel mondo della letteratura di oggi esistono molti più editor e scrittori che programmatori Javascript). In entrambi i casi, “parlare di tecnologia” significa usare la tecnologia come metafora, o specchio, di un cambiamento più vasto che interessa la società, nella convinzione che questo – i cambiamenti vasti della società – sia ciò di cui si occupano i romanzieri.
Il gusto per le metafore e il grande schema delle cose porta Eggers e Franzen a disinteressarsi dei dettagli. Franzen spende due pagine di mirabolante letteratura a tracciare un parallelismo fra Facebook e la Stasi, la polizia segreta della DDR: ma non reputa necessario dilungarsi su come funziona l’improbabile meccanismo di phishing alla base dell’ultima svolta della trama. In modo analogo, leggendo il libro di Eggers si ha la sensazione che abbia poca dimestichezza col funzionamento effettivo dei social network che accusa, e soprattutto coi meccanismi psicologici che tendono a generare negli utenti.
Questa generalità ha l’effetto di indebolire la tesi su cui i romanzi sono costruiti (che la “libertà” della rete è un’illusione; che le corporation e i governi possono manipolarla, e magari già lo fanno, per invadere la vita privata degli utenti senza che lo sappiano o, peggio, con la loro ignara, felice complicità). Benché non sia priva di fondamento, questa tesi finisce per sembrare, nel migliore dei casi, una forzatura ideologica degli autori, nel peggiore un abbaglio, nato dalla loro scarsa dimestichezza con il tema. Un “buco” del genere ha inoltre qualcosa di paradossale in due scrittori di tale calibro, noti per la forza realistica della loro prosa. Viene spontaneo chiedersi: perché chi scrive una storia di finanza deve sapere cos’è un bond, chi scrive una storia di bucanieri deve sapere cos’è un pappafico, e chi scrive una storia di hacker non fa lo sforzo di scoprire cos’è un algoritmo di sorting?
Matematica, musica classica, arte contemporanea.

Anche Ellen Ullman ha scritto un romanzo sulla tecnologia. Si intitola The Bug, ed è la storia, be’, di un bug: un errore introvabile, micidiale, all’interno di un programma di database, che si inserisce nelle vite di due persone (il programmatore che lo crea, la tester che lo scova), complicandole per anni sino a portarle a un punto di crisi.
È un romanzo tradizionale: ci sono personaggi con passati complicati e problemi di cuore, ci sono descrizioni di paesaggi, ci sono dialoghi e colpi di scena. Come un romanzo ottocentesco sui minatori dedicava pagine e pagine a spiegare il meccanismo di estrazione del carbone (perché altrimenti non si poteva capire il pericolo che correvano i personaggi, l’interesse del proprietario della miniera a non aggiornare le tecnologie, le difficoltà dei ragazzini al primo turno, eccetera), Ullman dedica lunghe pagine a spiegare, nel dettaglio, il funzionamento di quel bug: riportando e commentando passi di codice, inserendo diagrammi, illustrando come è nato l’errore del programma, cosa fa di male, perché è così difficile da rintracciare.
Questa spiegazione è sempre chiara e punteggiata di esempi e umorismo, e leggendola si ha la sensazione di scoprire qualcosa sul mondo – che in fondo è quello che la letteratura, al suo meglio, dovrebbe saper fare. La caccia al bug appare, nella precisione tecnica della sua ricostruzione, coinvolgente come quei capitoli dei legal thriller in cui vengono ricostruiti i giochi di cavilli e precedenti e reinterpretazioni con cui il CEO del fondo d’investimenti truffaldino prova a farla franca.
Questo non significa che Ullman non tracci metafore o non faccia commenti su che cosa significa essere una persona – che è un’altra delle prerogative della letteratura al suo meglio. Ma la precisione nei dettagli, la competenza tecnica, garantiscono alle metafore e ai commenti di Ullman un mordente e un’incisività che in Franzen e Eggers non si ritrovano. Ad esempio:

La grande difficoltà del debugging è che devi distaccarti da ogni preconcetto, svuotare la mente, eliminare ogni collegamento, ogni canale già tracciato. E quando, e se, riesci a raggiungere questa apertura mentale, resta il problema di attraversare il baratro che separa il “pensiero” umano da quello della macchina: una differenza fondamentale nel modo in cui operano un cervello e un computer. Io capisco il mondo attraverso le storie: la mente umana crea delle narrazioni – prima accade questo, poi quello – per dare forma agli eventi e in tal modo isolarli, vederne i collegamenti, la coerenza, i rapporti. Siamo progettati per raccontarci queste storie, e per capirle. Ma un computer è progettato per far girare, per calcolare. La comprensibilità non ha alcun ruolo. Un computer è un insieme di stati-macchina – contenuti della memoria, impostazioni dell’hardware – e un programma, e cioè un insieme di condizioni che determinano come passare da uno stato-macchina all’altro. Ma non c’è niente che scaturisce, nasce, viene causato da qualcos’altro. Non ci sono implicazioni. Non c’è alcun collegamento necessario. Date certe condizioni, gli eventi si svolgono in un certo modo; altrimenti, in un altro. Sei qui, oppure sei qui, in una lunga lista di “qui” ben distinti. C’è chi pensa che anche la vita sia così: disconnessa, incoerente, un balzare da un posto all’altro privo di implicazioni interne; che l’idea di una narrazione unificante sia una chimera. Io non la penso così. Il corpo e il mondo hanno una realtà fisica che limita ciò che può accadere, e guida gli eventi lungo un percorso preciso. Siamo dei bipedi, dobbiamo mangiare, dormire: questi fatti hanno delle conseguenze, così come tutti gli altri fatti del mondo biologico. Ma una macchina non ha dei fatti prefissati. I suoi limiti sono progettati, artificiali, possono cambiare. All’interno di questi limiti arbitrari, il prossimo stato-macchina può essere uno qualsiasi. Leggere il codice vuol dire eliminare la storia umana dalla propria mente.


Decenni di esperienza come programmatrice permettono a Ullman di fare qualcosa di molto raro: parlare della programmazione al di là dei cliché dei nerd fuori dal mondo, dei matematici che si scordano che anno è, degli anarcolibertari che vedono la legge come un codice in cui scovare i bug: ma come un’attività creativa pienamente, splendidamente umana. In un articolo del New York Times, la definisce come lo sforzo di “sondare lo spazio misterioso fra il linguaggio di una persona e ciò che la macchina può comprendere: fra il desiderio umano e i modi in cui i computer possono soddisfarli”.
Chiunque abbia programmato sa che esiste una bellezza specifica del codice: una prospettiva per considerarlo un’arte, un canone per apprezzarne grazia ed eleganza e genio. Ma è un’idea che ai più sembra una bislaccheria da secchioni, una specie di perversione dell’estetica – applicare a uno script le stesse categorie che si applicano a Goethe e Caravaggio! In pochi hanno avuto la capacità, o la pazienza, di provare a spiegarlo. Ullman lo fa così:

La pulizia della programmazione era come un balsamo, per me. Avevo passato quei mesi a disimparare il desiderio di essere unica. Cercavo di scrivere un codice tanto standard nella forma, tanto comune nell’espressione, che idealmente sarebbe risultato indistinguibile da quello scritto da altri programmatori. Miravo a un tipo specifico di chiarezza e semplicità, una forma di bellezza impersonale. Volevo ottenere una trasparenza che permettesse al lettore umano di vedere attraverso le rappresentazioni verbali del codice per cogliere direttamente il bit scritto su disco, il blocco letto dal nastro, il valore memorizzato – l’effimero momento elettronico in cui il programma agisce.

Con certe piccole modifiche, questo paragrafo potrebbe descrivere perfettamente il lavoro linguistico di un grande scrittore.

“Tutti vogliono cambiare il mondo”

Come parlare di minatori nell’ottocento, per Ullman parlare di programmazione ha uno scopo politico: gettare luce sulle infrastrutture che reggono una parte sempre maggiore della vita occidentale. Ullman non spiega, nello specifico, il protocollo crittografico a due chiavi o l’algoritmo del feed di Facebook: ma rende evidente che si possono capire più o meno facilmente, perlomeno a grandi linee: li mostra come fatti umani.
Soprattutto, raffigurando – dall’interno, con tutti gli strumenti della letteratura tradizionale – le persone che quei programmi li scrivono, Ullman ne demistifica tanto l’idea di neutralità ingegneristica quando la mitologia di cui oggi sono circondati (il nerd geniale e autistico, e così via). Rende evidente quali aspetti del lavoro che è loro richiesto producono quei tratti di carattere (l’irascibilità un po’ infantile, la passione per le stramberie); mostra come la vita che l’ambiente li incoraggia a seguire determina le loro scelte. Quelle scelte, spesso, determinano le nostre.
“I programmi”, dichiara in un’intervista su The New Republic, “sono scritti da persone con dei valori specifici. Quei valori possono essere cambiati.”
Un effetto che i libri di Ellen Ullman producono in chi li legge è che fanno venire voglia di imparare a programmare. Questo è tutt’altro che casuale. Nelle interviste, nelle talk, in un editoriale sul New York Times Ullman si spende da anni perché tutti imparino i rudimenti della programmazione: non, come spesso si dice, per guadagnare talenti spendibili sul mercato del lavoro: ma per guadagnare consapevolezza e controllo sulla propria vita.
Uno dei cliché startuppari su cui la sua scrittura è più crudele è la tanto sbandierata aspirazione a “cambiare il mondo”, o a “fare del mondo un posto migliore” – ormai così presente nei mission statement di questa o quella app da averci anestetizzati a quello che dovrebbe essere il suo significato reale. Ullman, da ex rivoluzionaria, quel significato lo ha ancora ben chiaro.

“Dicono tutti che vogliono cambiare il mondo. Bene: ma cambiare cosa, del mondo? Cambiarlo così che tutti possano ricevere comodamente a casa gli indumenti mandati in lavanderia? Chi costruità il futuro in cui vivremo? Che aspetto avrà? Per ora, abbiamo ancora una scelta. È per questo che dico sempre che tutti dovrebbero imparare un po’ di programmazione. Perché portino i loro valori, la loro cultura, la loro idea dei bisogni di una società, in questo chiostro isolato.”

l'autore
Vincenzo Latronico

Vincenzo Latronico ha pubblicato tre romanzi con Bompiani e un libro di viaggi con Quodlibet Humboldt. Lavora come traduttore e scrive regolarmente per IL - Il Sole 24 Ore, Studio e frieze. Vive a Milano.