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È tutta una questione di reputazione

È tutta una questione di reputazione

19.03.2020 | Nell'epoca digitale, ciascuno di noi può orientare scelte e opinioni: una responsabilità da maneggiare con cautela.

Social network, web, dispositivi digitali: ogni giorno entriamo in contatto con una moltitudine di messaggi, informazioni, post, video, foto. La rete è diventata uno spazio narrativo in grado di ricalibrare non solo la nostra attenzione o memoria, ma addirittura – come sostiene Stanislas Dehaene, neuroscienziato e docente di psicologia cognitiva sperimentale al Collège de France –  la nostra nozione del tempo: “In passato la vita umana era organizzata in base all’immutabile ciclo del giorno e della notte. Questa routine è stata interrotta”.

Ma non è solo una questione di percezione temporale. Le notizie e i fatti di cronaca diffusi sul web o sui social, e con cui quotidianamente ci confrontiamo, non vengono analizzati da tutti nello stesso modo. Secondo un'analisi dell'Eurobarometro, più della metà degli italiani sono convinti che la rete sia una fonte di informazione attendibile, ancor più della carta stampata. Per la precisione, il 58,2% considera il web come una credibile fonte di informazione, il 17,6% di italiani invece si fida della rete ma non della carta stampata. Secondo i dati che emergono dal rapporto Infosfera, l'82% degli italiani non sempre è in grado di riconoscere una fake news sul web. Questi dati ci suggeriscono come l'enorme serbatoio di notizie, informazioni e contenuti della rete diventa sempre più complesso da seguire e da gestire, soprattutto quando bisogna verificarne continuamente l’autorevolezza e la veridicità. 

E questo avviene anche perché, per ogni informazione, c’è qualcuno pronto ad affermare il contrario: “L’enorme ragnatela del web mette in rilievo sia i dati sia gli antidati”, afferma Kevin Kelly, fondatore di Wired. “È difficile decidere a quale esperto credere, perché per ogni esperto c’è un antiesperto altrettanto bravo. Tutto quello che imparo subisce l’erosione di questi antifattori. La capacità di accettare l’incertezza è uno dei cambiamenti che ho subìto”. Ciò che accomuna tutti coloro che vivono buona parte della propria giornata immersi nella tortuosa rete virtuale è l'ingestibile ricchezza delle informazioni messe a disposizione dai motori di ricerca.

Oggi l’uomo possiede due io: uno che è effettivamente l'identità composta dalle esperienze che ci appartengono e un io che è invece reputazionale, la traccia sociale che le nostre azioni lasciano nelle opinioni degli altri

Ed è per questo che diventa sempre più importante la reputazione che costruiamo sui social. La reputazione non solo di chi si occupa dell’informazione ma anche di chi la diffonde. Gloria Origgi, filosofa e docente all'Institut Nicod dell'Ecole Normale Supérieure, ha ampiamente discusso e analizzato quanto la centralità della reputazione sia diventata determinante nell'era dei social network all'interno del suo saggio La reputazione. Chi dice che cosa di chi

Gloria Origgi sostiene che oggi l’uomo possegga due io: uno che è effettivamente l'identità composta dalle esperienze che ci appartengono e un io che è invece reputazionale, la traccia sociale che le nostre azioni lasciano nelle opinioni degli altri. Storicamente, la nostra reputazione è sempre stata affidata ad aspetti molto più tradizionali: il nome della famiglia o la professione, per esempio. Adesso la nostra reputazione è legata anche al nostro avatar digitale: da quando esistono gli specchi sociali come il web e i social network – sostiene sempre la filosofa – ciascuno di noi ha conquistato un nuovo potere, quello di orientare i giudizi, le opinioni, le scelte e le azioni. Ed è proprio da qui che ha origine un termine cruciale della nostra epoca digitale, com’è “influencer”. 


Origgi parte da una domanda: perché è così facile adottare, a volte a occhi chiusi, punti di vista altrui anche su questioni importanti? La causa starebbe nelle cascate informative, che avvengono quando un gruppo di persone accetta un’opinione – o si comporta come se l’accettasse – senza avere prove della sua veridicità. “Quando altri individui, che non hanno riflettuto su una questione, riprendono l’opinione del piccolo gruppo che l’ha adottata (...) diventano a loro volta portatori di quest’opinione”. Questo accade quando le persone scelgono di adottare l’opinione veicolata da un infuencer, da un sito o dalla pagina di un social network senza nemmeno verificare ciò a cui stanno aderendo.

I rischi connessi all'influenza della cascata informativa è che queste voci e le opinioni si diffondono senza controllo, dando l'illusione all'utente di acquisire informazioni nel modo più veloce e intuitivo possibile. Ma questo non può essere sufficiente: ciò di cui un cittadino deve essere consapevole nell'era digitale è che il suo ruolo civico non è quello di individuare o confermare la veridicità di una notizia ma di essere competente, di non credere a tutto ciò che legge e di saper ricostruire il percorso reputazionale dell'informazione che ha tra le mani. È per questo che le istituzioni scolastiche dovrebbero cominciare a realizzare dei corsi, magari già alle elementari, di computer ethics: insegnare a leggere una notizia, analizzarla come si analizzano i testi scolastici, cercare fonti per determinare se la notizia sia autentica o meno, individuare le fake news e la loro divulgazione epidemica. I cittadini hanno bisogno di nuove competenze per potersi difendere da queste minacce, dovrebbero coltivare un pensiero critico che sappia mettere in discussione e valutare la reputazione di una fonte di informazioni.

 

l'autore
Lucia Tedesco