Dove sta andando Uber?

Dove sta andando Uber?

26.02.2018 | Il servizio di ride-sharing si concentra sul futuro: nuovi mercati, nuove vetture e la quotazione in borsa.

Dopo un anno a dir poco turbolento, il 2018 di Uber si è aperto con una notizia finalmente positiva: è stato chiuso l’accordo con la cordata guidata dalla giapponese SoftBank che ha rilevato il 17,5% della società di ride-sharing. Un’intesa finalizzata dopo sette mesi di colloqui iniziati a giugno ed entrati nel vivo soltanto a settembre con la nomina di Dara Khosrowshahi come nuovo CEO dell’azienda al posto di Travis Kalanick.

Il colosso nipponico è così diventato l’azionista di maggioranza relativa con il 15%, dopo aver comprato le azioni a 33 dollari l’una. A conti fatti Uber è stata valutata 48 miliardi di dollari contro i quasi 70 risalenti all’ultimo round di fundraising di quasi due anni fa. Il fondo giapponese ha poi garantito 1,25 miliardi di nuovi investimenti: nel complesso si è arrivati a un affare da 9 miliardi di dollari.

Cambiamenti nell’assetto societario che però si ripercuotono anche sulla composizione del CdA di Uber: il board è passato da 11 a 17 componenti limitando quindi il potere degli storici azionisti e soprattutto quello dell’ex CEO Travis Kalanick, dimessosi nel giugno 2017 dopo mesi di scandali all’interno della società, come ha raccontato in modo approfondito Bloomberg. Kalanick ha venduto il 29% delle sue azioni alla cordata guidata da SoftBank in cambio di una cifra intorno ai 1,4 miliardi di dollari, ma vedendo ridimensionata la sua presenza in termini di peso all’interno della società (nonostante avesse nominato due nuove persone a lui vicine nel board a inizio ottobre scorso).

Ma la novità principale è rappresentata dai sei nuovi membri che siederanno nel CdA, due dei quali legati a SoftBank. Uno di questi è Marcelo Claure, CEO di Sprint Corp e membro del consiglio dell’azienda giapponese. L’altro è Rajeev Misra, a capo di Vision Fund, il veicolo di investimenti tecnologici del colosso nipponico. Dietro la metà dei 100 miliardi di Vision Fund ci sono però i sauditi guidati dal principe Mohammed Bin Salman, lanciato in investimenti per rendere il proprio paese all’avanguardia nel settore tecnologico. L’Arabia Saudita aveva già tra l’altro investito 3,5 miliardi in Uber nel 2016.

 
Uber deve tornare a macinare profitti, dopo un 2017 che ha fatto segnare importanti perdite

Il Financial Times è stato il primo a riportare le parole di Misra sulle prospettive di Uber per tornare a macinare profitti, dopo un 2017 che ha fatto segnare importanti perdite. Rilancio del servizio di consegna di cibo a domicilio Uber Eats, rinnovamento del capitale umano dell’azienda, dopo le uscite di scena durante il 2017, e soprattutto, questo il messaggio principale, la concentrazione delle attività sul mercato statunitense, europeo, nell’America latina e in Australia.

Non è un caso che non venga citato il mercato asiatico, dal quale in realtà Uber si stava già ritirando durante l’era Kalanick con la vendita delle attività sul territorio cinese alla diretta rivale Didi nel 2016. Una circostanza analoga era anche accaduta per il mercato russo. Ma il motivo per cui Misra sta cercando di spingere Uber a ritirarsi dall’Asia è un altro: il vero colosso del trasporto auto con conducente del continente è la stessa SoftBank, come ha ricordato anche Quartz in un articolo recente.

Il gruppo giapponese ha infatti investito negli ultimi due anni e mezzo diversi miliardi nella cinese Didi, nell’indiana Ola, oltre che in Grab, servizio attivo a Singapore e nel Sud est asiatico. E in aggiunta a Didi, SoftBank punta a sbarcare anche nello stesso Giappone, dove le regole per i servizi di noleggio auto con conducente sono molto severe. Alla luce di questi dati, il messaggio per Uber sembra chiaro: questi mercati non sono soltanto poco profittevoli, ma anche più inclini a essere coperti dalle aziende in cui ha investito SoftBank di recente. Non è un caso che le ultime indiscrezioni della Cnbc parlino anche di un’imminente cessione delle attività di Uber nel Sud est asiatico a Grab, segno evidente di un ritiro da queste aree.

L’obiettivo principale di Uber è tornare in attivo dopo i conti piuttosto negativi del 2017. Gli ultimi dati relativi al quarto trimestre hanno fatto segnare nel complesso un rosso da 4,5 miliardi di dollari nell’anno da poco terminato. Ma ci sono stati anche segnali positivi come le vendite che hanno raggiunto i 7,5 miliardi e i ricavi del servizio di trasporto saliti a 2,2 miliardi rispetto allo stesso trimestre del 2016. In ogni caso l’orizzonte di Khosrowshahi è chiaro: il Ceo in un’intervista a margine del World Economic Forum di Davos ha promesso che Uber tornerà ad avere conti in positivo entro il 2022.

 

I progetti per il futuro non mancano. La società ha deciso di puntare molto sulle auto a guida autonoma, con l’obiettivo di portarle a circolare nelle città entro un anno e mezzo. In questo momento la competizione nel settore è piuttosto agguerrita con Waymo – la divisione di Google, che sta collaborando sempre più intensamente con FCA – e Lyft, diretto concorrente di Uber nel servizio auto con conducente, che ha stretto diversi accordi per l’auto senza pilota con la stessa Waymo e con altri colossi americani come Ford e GM.

Uber ha siglato invece un’intesa con Volvo per la fornitura di 24mila veicoli da utilizzare per la sua flotta di auto senza conducente. Una mossa per recuperare un po’ del terreno perso nei confronti delle rivali, a cui si è aggiunto alla fine del 2017 il traguardo delle due milioni di miglia percorse nei test da parte delle vettura a guida autonoma. Ma come ha fatto notare Forbes, il vero risultato è che il secondo milione di miglia è stato realizzato in appena 100 giorni, segno di un’accelerazione nei test su strada.

Un progetto molto interessante a cui sta lavorando Uber è quello del servizio di taxi volante. Presentato all’ultimo Web Summit di Barcellona, l’obiettivo è arrivare a testarlo entro il 2020 a Los Angeles. UberAir offrirebbe corse su piccoli velivoli a decollo e atterraggio verticale a un prezzo del tutto paragonabile a quello dei tragitti compiuti da UberX. E legato alla progettazione di questi velivoli, che dovrebbero poi diventare anch’essi senza conducente, Uber ha anche firmato un accordo con la NASA per sviluppare sistemi di gestione del traffico aereo.

Ma al di là dei servizi che riuscirà a offrire di qui ai prossimi anni, uno dei momenti cruciali per Uber sarà la sua futura quotazione in Borsa. Un passaggio che l’ex CEO Kalanick ha rimandato il più possibile, ma che ora Khosrowshahi ha confermato essere previsto per il 2019. Ma come ha sottolineato di nuovo Bloomberg, per la quotazione Uber deve innanzitutto assumere un Chief financial officer e provare a risolvere definitivamente alcuni casi oscuri, se non veri e propri scandali in cui è coinvolta, in modo da rassicurare gli investitori su un futuro meno problematico del 2017 che si è da poco chiuso.

 
Uber deve chiudere tutte le parentesi negative del passato per poter aprire una nuova fase

La vicissitudine legale più importate in realtà si è già conclusa. Uber ha deciso di patteggiare nel processo con Waymo per il furto di documenti sulla tecnologia Lidar, un sistema utilizzato per individuare persone e ostacoli intorno alle auto senza conducente. L’accusa della divisione di Google era chiara: l’azienda guidata da Kalanick aveva acquistato la società Otto dell’ex ingegnere di Mountain View Anthony Levandowski per mascherare in realtà il passaggio di questi documenti trafugati. Un modo per avvantaggiarsi sulla diretta concorrente, sfruttando la sua tecnologia.

Per chiudere il caso, Uber ha accettato di pagare 245 milioni di dollari alla rivale, con la clausola di non poter utilizzare la sua tecnologia. L’accordo è stato fortemente voluto dall’attuale CEO di Uber, che ha commentato la notizia sostenendo che la società non ha commesso nessun furto né ha utilizzato la tecnologia della concorrente. Ma il patteggiamento dà un’indicazione molto chiara della strategia di Khosrowshahi: chiudere tutte le parentesi negative del passato per poter aprire una nuova fase in cui si parli soltanto dei progetti dell’azienda. Ma di questioni in sospeso intorno a Uber ce n’è più di una.

Un altro caso è scoppiato quando si è scoperto un maxi-furto di dati risalente al 2016 che ha coinvolto in tutto il mondo 57 milioni di persone tra clienti e autisti del servizio. La situazione si è poi aggravata quando è venuto fuori che Uber aveva insabbiato tutta la vicenda, comprando il silenzio degli stessi hacker per 100mila dollari. Un notizia che è emersa soltanto quest’autunno, pur appartenendo ancora all’era Kalanick.

Altri scandali hanno riguardato l’utilizzo di software per ingannare le autorità. L’ultimo reso noto in ordine di tempo è stato Ripley, un programma usato per ostacolare le indagini sulla società in quanto permetteva di bloccare l’accesso a pc e telefoni, rendendo impossibile il reperimento di informazioni utili. Ma già a inizio 2017 Uber era stata accusata di utilizzare un altro software ingannevole chiamato Greyball: come svelato dal New York Times in questo caso veniva fornita alla polizia una mappa fasulla dei veicoli Uber per strada in modo da rendere irrintracciabili le auto.

 

Ma non è finita qui: Uber è stata messa sotto indagine anche per aver utilizzato il programma Hell per creare falsi account sulla diretta concorrente Lyft e spiare così la posizione e i movimenti dei suoi autisti. In questo modo poteva in tempo reale spostare le proprie vetture con conducente basandosi sulle informazioni della rivale.

L’ultima cattiva notizia del 2017 era arrivata a ridosso delle feste natalizie con la sentenza della Corte di Giustizia dell’Ue che ha riconosciuto Uber come un servizio nell’ambito del settore dei trasporti, regolabile quindi da parte degli Stati dell’Unione europea. Giusto un paio di mesi prima era stata la volta della decisione dell’Agenzia dei trasporti di Londra di ritirare la licenza a Uber per far circolare le auto sulle proprie strada (ne avevamo parlato qui): scelta legata anche al modo in cui il servizio trattava i propri autisti e alle omesse denunce di molestie sessuali.

Proprio questo tema è stato una delle macchie più indelebili della reputazione già molto compressa di Uber. Il caso è scoppiato dopo la denuncia di una ex ingegnere della società e da quel momento è esploso letteralmente con indagini interne che hanno portato a decine di licenziamenti, anche di figure ai piani alti di Uber. La somma degli scandali e l’accusa di un approccio troppo personalistico ha poi reso insostenibile la posizione di Kalanick al vertice: il fondatore si è così dovuto dimettere a fine giugno dell’anno scorso, ma gli strascichi delle vicende burrascose della sua gestione sono ancora oggi presenti e non saranno facili da far dimenticare.

 
l'autore
Enrico Forzinetti