fbpx Le macchine Volanti | Diremo addio alle centrali nucleari?
Diremo addio alle centrali nucleari?

Diremo addio alle centrali nucleari?

11.06.2021 | L'energia eolica, solare, da biomasse, geotermica, da biogas e idroelettrica sono pronte a cambiare la nostra vita.

Il 5 giugno scorso è stata la Giornata Mondiale dell’Ambiente, e mai come quest’anno è stata netta l’impressione che sia iniziato un percorso più consapevole e spedito verso un nuovo modo di intendere l’attivismo ecologico. Il segnale più forte, e atteso, è arrivato dagli Stati Uniti, direttamente dal neopresidente Joe Biden, che ha delineato l’impegno del suo paese per un futuro green. Un impegno ambizioso: entro il 2030 gli Stati Uniti vogliono dimezzare le emissioni di gas serra rispetto ai livelli raggiunti nel 2005. Una presa di posizione energica, che raddoppia la stima voluta da Obama e cancella il quinquennio Trump, caratterizzato dall’allontanamento dalla politica ecologica globale. Le parole di Biden sono affiancate da un progetto anche economico, che mette sul piatto 3 miliardi di dollari per un nuovo, gigantesco, impianto eolico, e 128 milioni di dollari per lo sviluppo di nuove tecnologie basate su energie solari. Ed è proprio la tecnologia, e relativi investimenti, la chiave per raggiungere gli obiettivi green più ambiziosi. Una tecnologia, però, da declinare anche a progetti su piccola scala, che vadano a toccare la quotidianità della maggior parte della popolazione planetaria.

Il punto di partenza è il delicato equilibrio tra produzione e consumo di energia. Per raggiungere la piena ecosostenibilità, infatti, occorre lavorare su entrambi i parametri: fonti di energia rinnovabile efficienti e scalabili da una parte, tecnologie per consumare meno energia e preservarla dall’altra. Partendo dal presupposto, e questa è la prima, vera, sfida da affrontare, che di energia, nel mondo, se ne consuma tantissima. Basti pensare che una singola lavatrice, di classe A, consuma in media 250 Kwh all’anno. Uno scaldabagno supera agevolmente i 1500 Kwh. Da dati come questi si ricava che il consumo annuale di energia elettrica, per una famiglia di 4 persone, oscilla tra i 2700 e i 3000 Kwh. Un’enormità, a pensarla su scala globale. Non a caso, a vedere il grafico che descrive come sono cambiati i consumi di energia, si passa dai 28,5 Terawatt orari del 1950 ai 173,34 Terawatt del 2019: un’impennata talmente ripida che nemmeno lo scalatore più allenato riuscirebbe a superare. I dati mostrano come meglio non si può che da una parte c’è la necessità di limitare i consumi, attraverso una sensibilizzazione più puntuale e costante, mentre dall’altra occorre investire sulla diffusione di tecnologie che preservino l’energia prodotta ed evitino gli sprechi. Molto, in questo senso, si sta facendo nel campo dei sistemi di isolamento e in quello delle scienze dei materiali. Due campi che, rispetto al passato, vanno a braccetto, poiché non è detto che un ottimo materiale isolante debba per forza essere inquinante. Tutt’altro: è in forte espansione, per esempio, il settore delle case prefabbricate in legno. Vero e proprio culto nei paesi scandinavi, proprio da questi si trae spunto per realizzare strutture pre-costruite, il cui isolamento termico è già collaudato e calibrato, oltre a offrire installazione rapida, costi accessibili e totale rispetto dell’ambiente. In alcuni casi si arriva, addirittura, a situazioni “estreme”: ci sono aziende specializzate nel realizzare case prefabbricate di meno di venti metri quadrati, complete di camera da letto, cucina e bagno, disponibili kit di montaggio fai-da-te anche negli store online.

Per chi non volesse abbracciare questa soluzione, o dovesse giocoforza puntare su una innovativa ma più tradizionale, è sempre il legno a offrire sistemi d’isolamento efficaci ed ecosostenibili. I pannelli in fibra di legno sono sempre più utilizzati nell’isolamento termo-acustico domestico, e ovviamente sono ecologici, mentre per chi vuole spingere sul riciclo la ricerca porta in dote la fibra di cellulosa. Si tratta di materiale di recupero dagli scarti di carta e cartone, che coi più recenti processi industriali ha un rapporto di conversione vicino al 100%. Dagli scarti di lana, invece, si ottengono pannelli di lana di pecora, utili per isolare intercapedini e soffitti.

L’isolamento come forma di ecosostenibilità è un concetto che non coinvolge solo gli edifici, ovviamente. Anche isolare il corpo dal calore o, al contrario, basse temperature, è un passaggio essenziale nella corretta gestione dell’energia: basti pensare che l’OMS raccomanda temperature tra i 18 e i 22 gradi, ma queste, nella realtà di ogni giorno, sono ben superiori. E i consumi volano. Ecco perché è proprio nel campo dei tessuti eco-friendly che la ricerca sta facendo passi da gigante. Tessuti che non hanno nulla da invidiare a quelli sintetici (una maglietta in fibra sintetica richiede circa 2700 litri di acqua per essere prodotta) e che mostrano una matrice totalmente green. L’esempio perfetto arriva dal bambù, dal quale si ricavano fibre sempre più sofisticate, dotate di ottime proprietà meccaniche e di isolamento, e con un feeling del tutto simile al lino. Molto simile alla seta è invece la fibra di soia, tessuto di nuova generazione che richiede maggior lavorazione ma, oltre all’isolamento, consente di avere tessuti di pregio nel pieno rispetto dell’ambiente. Arriva invece dall’italiana Orange Fiber, una startup tutta al femminile lanciata dal programma di accelerazione TIMWCAP, una delle novità più promettenti nel campo dei tessuti: come il nome lascia intuire, si tratta di tessuti ottenuti dagli scarti di agrumi. Ottime prestazioni ed estetica sopraffina, al punto da convincere Salvatore Ferragamo alla creazione di una linea ad hoc.

Nel primo caso, l’esempio emblematico è quello del così detto “eolico condominiale”, vale a dire un sistema basato su energia eolica “addomesticato” al punto da poter essere installato in edifici di altezza elevata.

Si tratta di mini-turbine installabili su normali tetti, capaci di erogare un massimo di circa 20 Kw, più che sufficienti per coprire i fabbisogni di un intero nucleo familiare. Fuergy è invece una startup slovacca, attiva dal 2018, che punta su una tecnologia di più ampio respiro: un sistema di intelligenza artificiale capace di calcolare in modo molto preciso le reali necessità energetica di un certo edificio, e dei suoi utilizzi, in modo da veicolare a edifici vicini l’energia eccedente. Dal 2018 è attiva anche Bettery, realtà tutta italiana che mira, invece, alla creazione di batterie eco-friendly, di grandi capacità, pronte a stoccare grande riserve di energia tramite un apposito liquido (ecologico). Oltre alla possibilità di diventare magazzini di energie ottenute da fonti rinnovabili, sostituendo il liquido è possibile ricaricare velocemente queste batterie, un po’ come si fa al distributore con la benzina. Airlite, sempre italiana, è una startup che sviluppa pitture di nuova generazione, capaci di filtrare la CO2 e, al tempo stesso, migliorare l’isolamento e ridurre il consumo di energia. Planeta Renewables, con sede a Milano, lavora dal 2017 per diffondere la coltivazione della graminacea Miscanto, vista come la biomassa ideale per produrre energia a impatto zero con rese compatibili con le esigenze attuali.

Sebbene siano molti i progetti basati su tecnologie innovative, salta agli occhi il fatto che in tutti i casi si abbia a che fare con soluzioni già disponibili, spesso addirittura collaudate, ma quello che ancora manca è un loro utilizzo regolare, distribuito e diffuso. Un processo delicato, che richiede una piena comprensione anche da parte delle persone. È per questo che, tecnologia a parte, c’è molto lavoro da fare anche sul versante della così detta environmental awareness, vale a dire l’educazione all’ecosostenibilità. Progetti di formazione a un utilizzo consapevole delle fonti energetiche e di ottimizzazione del loro utilizzo nella vita di ogni giorno. Perché anche la migliore idea è destinata all’oblio, se nessuno sa che esiste.

Immagine di Luca Tagliafico

l'autore
Riccardo Meggiato