Diario di un parlamentare digitale

Diario di un parlamentare digitale

31.08.2015 | Tra wi-fi, voti digitali e palline per gatti: la politica alle prese con la trasformazione tecnologica.

Il voto elettronico avviene pigiando dei pulsanti nascosti in una fossetta sul seggio di ogni parlamentare. Una luce differente si accende a seconda del pulsante premuto. Verde se voti a favore, rosso se voti contro, bianco se ti astieni. Bianco, rosso e verde. In caso di voto segreto, la luce indica solo se si è votato o meno e il colore è blu.

La pulsantiera si abilita introducendo la propria smartcard in un lettore e appoggiando un polpastrello su un altro lettore di impronte che verifica la corrispondenza con quanto memorizzato nella smartcard. Alcuni colleghi più esperti o smaliziati di me hanno rifiutato di depositare la propria impronta digitale, ma sono una sparuta minoranza.

Ciascuna votazione dura da alcune decine di secondi a qualche minuto: la mano andrebbe tenuta dentro la fossetta dei pulsanti fino a quando il presidente non dichiara chiusa la votazione. Dato che la quasi totalità dei voti è contraria, risulta molto più comodo tenere premuto il pulsante rosso con una pallina di carta. Oppure con una di quelle palline di gomma per far giocare i gatti.

risulta molto più comodo tenere premuto il pulsante rosso con una pallina di carta. Oppure con una di quelle palline di gomma per far giocare i gatti.

La mia – se volete saperlo – ha i colori dell’Inter. Così una volta dotati di pallina d’ordinanza basterà abilitare la tastiera con l’impronta digitale per avere poi entrambe le mani libere. E con le mani libere mentre si vota NO si potrà continuare a leggere la mail o a sfogliare carte. Oppure a seguire lo svolgimento delle votazioni.

Quando da voto contrario devi passare a voto a favore la pallina ovviamente va spostata. Magari in quel momento uno è al telefono e così può capitare che si sbagli.

Una volta per esempio è successo che il presidente aprisse e chiudesse la votazione così velocemente che molti colleghi non hanno avuto il tempo materiale per vedere le indicazioni del capogruppo e spostare la pallina. Così, nonostante il parere contrario del governo e del relatore di maggioranza, molti voti sono rimasti sul verde approvando un emendamento dell’opposizione che a questo punto dovrà essere “corretto” al Senato.

 

Tempi morti e wi-fi

Le commissioni molto spesso si riuniscono a partire dalle 8.30 del mattino. Oppure durante la pausa pranzo o al termine dell’aula. L’aula inizia generalmente subito dopo la commissione e generalmente finisce attorno alle 21, anche se non di rado si prosegue in seduta notturna fino alle 23-24 e in qualche raro caso fino alle 4 -5 di mattina.

C’è un programma generale dei lavori del mese: quello operativo viene concordato settimanalmente dai capigruppo, quello di dettaglio viene negoziato anche più volte in un giorno. In larga misura le variazioni dipendono dal livello di ostruzionismo delle opposizioni che, come parte della propria strategia (migliaia di subemendamenti o centinaia di ordini del giorno che vanno discussi e votati) tiene tutti quanti in aula per lunghe ore. Migliaia e migliaia di voti contrari uno in fila all’altro.

Il Presidente di turno, dal canto suo, cerca di velocizzare al massimo le operazioni di voto e quando c’è una sequenza di voti contrari, perché non c’è nessun emendamento concordato dalla maggioranza, in effetti il ritmo è alto. In quei casi non c’è alcun bisogno di spostare la pallina.

Poi ci sono dei tempi morti: per esempio i 20 minuti previsti prima dell’inizio di una seduta di voto, oppure quelli durante la riunione dei capigruppo nella quale si concordano gli aggiornamenti dei programmi dei lavori, oppure in occasione del voto finale sulla norma complessiva (dopo avere concluso i voti sugli emendamenti), quando ogni gruppo esprime le proprie dichiarazioni di voto finale. Ci vuole in genere circa un’oretta e molti approfittano per andare a mangiare o a incontrare persone. Oppure si legge la posta o si dà un’occhiata alle notizie sul web (altro non so), perché ovviamente alla Camera c’è il wi-fi e la connessione tutto sommato funziona in modo sufficiente.

Certo le pareti sono spesse, il palazzo storico (quindi con ulteriori complessità relative all’installazione) ma in tutte le sale in cui ci sono riunioni la copertura Internet è buona. L’accesso si fa con un token di autenticazione forte e, dopo una proposta dell’I

 

 

ntergruppo innovazione (idea del collega Coppola), si usa lo standard 802.1X che consente di non ridigitare la password ogni volta. Tra pc, smartphone e tablet il numero di dispositivi connessi è importante (siamo anche 600 deputati in aula) e quando arrivano i colleghi del M5S, che ne fanno grande uso con PC (con molti video), le performance della rete crollano.

In ogni caso non è possibile allontanarsi troppo: se le opposizioni intuiscono che molti parlamentari della maggioranza mancano, potrebbero semplicemente scegliere di non intervenire e depositare agli atti la trascrizione degli interventi, abbreviando enormemente i tempi e costringendo i parlamentari della maggioranza a precipitarsi in aula per evitare il rischio di un voto contrario o della mancanza del numero legale.

Il lunedì e il giovedì sera/venerdì, quando generalmente non ci sono commissioni o aula, sono i momenti in cui ci si dedica ad attività diverse: si fanno riunioni di gruppo, si organizzano convegni, si incontrano persone o si rientra nella propria zona di origine per attività politica. Nel mio caso tra queste attività ci sono l’Intergruppo Innovazione, la Commissione per i diritti di Internet, il Comitato comunicazione della Camera (che non sono commissioni permanenti che votano provvedimenti), o il Comitato di indirizzo dell’Agenzia per l’Italia digitale con tutto il lavoro relativo. Oltre ad un’infinità di attività minori, varie ed eventuali. Gli incontri si tengono per lo più nei bar adiacenti la Camera (dalle 8.30 di mattina potete trovare schiere di deputati) o nella Galleria dei Presidenti che è un grande corridoio dove si trovano i ritratti di tutti i passati Presidenti della Camera, attrezzato con PC per accedere ad Internet. poltrone e divani per ricevere gli ospiti. È sorvegliato da commessi (il nome giusto è assistenti parlamentari) che si assicurano che gli ospiti non vadano in zone dell’edificio per le quali non hanno il permesso. Si trova sul retro dell’Aula, parallelo al celeberrimo Transatlantico che si trova sul lato anteriore e che in realtà si chiamerebbe “Corridoio dei passi perduti”, forse a causa della grande quantità di passi che accompagnano discussioni e trattative destinate a portare pochi risultati. Il nome Transatlantico si deve al fatto che l’arredamento fu realizzato da un appaltatore che faceva arredamenti per navi; per questo i lampadari sono del tipo fisso, come quelli che si trovano nelle navi per non oscillare, e le porte presentano delle finestrelle a forma di oblò.

La Buvette ricorda un bar di Budapest pre-caduta di Berlino

Ai due estremi del Transatlantico si trovano la sala lettura e la Buvette, un bar (solo in piedi) che a me ricorda un bar di Budapest pre-caduta del muro di Berlino, con una sfilza di tristissime bottiglie di liquori e bevande che credevo estinte da decenni.

La sala lettura ricorda invece una sala da bar di un bell’albergo londinese, con luci basse e tavoloni su cui sono appoggiati giornali cartacei provenienti da tutta Italia. Lungo due pareti ci sono dei divani che, complici le luci soffuse, ospitano i pisolini di qualche parlamentare durante le pause dei lavori o un riposino durante le sedute notturne. Lungo le altre pareti vi sono dei PC con tutti i browser possibili, per collegarsi a internet, vedere la mail e stampare sulle stampantine lì accanto. Ogni volta che mi capita di usarne qualcuno penso a come sarebbe banale carpire le credenziali di numerosi colleghi che quando scrivono l’indirizzo delle loro webmail non controllano con attenzione che il completamento automatico non li abbia fatti andare su webmai1.it (con l’uno), con una bella form di phishing, anziché webmail.it (con la elle). Ogni tanto lo spiego a qualche collega, così, per fare un po’ di divulgazione. Sarà per questo che poi mi trovo spesso in aula a soddisfare richieste di sistemazioni di reti wifi piuttosto che di configurazione di client di mail, ad insaputa dell’efficientissimo helpdesk a disposizione dei parlamentari…

 

La Repubblica degli SMS

L’Italia è una repubblica basata… sugli SMS. Ogni parlamentare ne ricevi decine ogni giorno. L’ho scoperto appena arrivato in parlamento e non mi riferisco ai messaggi privati che ognuno di noi usualmente riceve; si tratta di SMS istituzionali con senderID “CameraMes” corrispondente ad un unico numero di invio.

Ogni messaggio veniva preceduto da uno di identificazione dell’argomento:

“Assemblea, Gruppo XY, Comm X”.

“La Camera dei deputati è convocata per il giorno tale alle ore tali per interpellanze ed interrogazioni”. Oppure “per comunicazioni del Presidente”.

Poi ci sono quelle inviate dal Gruppo di appartenenza:

“Aula Martedì ore 16 interrogazioni, Mercoledì h 10 Disc.Generali Pdl Rendicontazioni + 5 ratifiche; h 15 QT; h 16.15 (+20) VOTAZIONI”

dove PDL sta per Proposta di Legge, QT per Question Time (Non Quicktime) e il “+20″ indica che 20 minuti dopo l’ora indicata iniziano le VOTAZIONI, in maiuscolo per essere notata bene, giacché sarà obbligatorio essere presenti.

Come anche per gli avvisi di voto imminente, si sa mai uno sia in bagno o a prendersi un caffè o a sgranchirsi le gambe in transatlantico o a incontrare ospiti nella galleria dei Presidenti.

“È in corso il penultimo intervento. Si prega di recarsi in Aula per VOTAZIONI A BREVE su Mozioni xyz”

Un messaggio di questo tipo arriva un’oretta dopo il messaggio

“Iniziate dichiarazioni di voto su Mozioni xyz. Per il gruppo interverrà l’On Tizio (V). Seguiranno votazioni”

Questo vuol dire che c’è un’ora in cui ci si potrà allontanare dall’aula. L’On Tizio deve essere presente quando gli tocca (sarà il quinto “V” a parlare). Se qualche collega è in aula, si siederà intorno a lui per mostrare una presenza nutrita nelle riprese della webcam o della TV, rigorosamente con inquadratura stretta.

È quello il momento in cui, in genere, vengono mostrati i cartelli o i branzini esibiti a favore di telecamera

È quello il momento in cui, in genere, vengono mostrati i cartelli o i branzini esibiti a favore di telecamera. Poiché simili sceneggiate sono vietate, il presidente chiederà l’intervento degli assistenti per rimuovere i cartelli o sequestrare il branzino, ma intanto i fotografi presenti nella tribunetta sopra l’aula avranno già scattato più foto che ad una finale dei mondiali, a beneficio della democratica partecipazione e del diritto all’informazione.

“È in corso il penultimo intervento. Si prega di recarsi in Aula per il VOTO FINALE A BREVE su PDL xyw”

E tutti dentro a votare secondo gli accordi presi.

Beninteso, non è una cosa inutile. Come chiunque abbia partecipato ad un CdA di una media azienda sa che le decisioni vengono concordate prima; la seduta è il momento formale della ratifica della decisione, e anche il momento in cui una decisione apparentemente concordata può essere rovesciata sfiduciando il top management, che a quel punto verrà sostituito. Sono rarissime le volte in cui qualcosa di nuovo accade dopo gli accordi presi che effettivamente fa cambiare il parere in corso di Seduta. In questo senso il voto in aula non è una prassi inutile come potrebbe apparire, ma un contrappeso fondamentale, perché solo l’assemblea ha il potere di forzare un cambiamento. Come sa bene Enrico Letta.

“La seduta è sospesa. Riprenderà alle ore 14.30″.

Questo messaggio arriva tipicamente alle 13.30, quando è stata concordata tra i gruppi la pausa pranzo. Sempre che non arrivi dalla Commissione un altro SMS che dice

“La commissione n. X è immediatamente convocata”.

In quel caso, se va bene, la commissione se la cava in una mezz’oretta e c’è tempo per un piatto al ristorante interno (chiude alle 15) o alla mensa (chiude alle 14, ma l’orario è abbastanza elastico, e si potrà mangiare l’insalata in fretta dentro una decina di minuti di ritardo “accademico”. Altrimenti resta il panino o la frutta alla Buvette.

La Commissione ha anche messaggi logistici

“Si avverte che la seduta delle commissioni riunite III e IV avrà luogo presso l’aula della IV commissione”.
Uno giovane e inesperto pensa che le cose potrebbero essere pubblicate in un file di calendario, aggiornato, che si sincronizzi sul proprio smartphone/tablet. Invece non è possibile: esiste una tale variabilità di orari, legati all’andamento dell’ultimo minuto di ogni tipo di seduta, che è impossibile predisporlo.

Ora, immaginatevi tutti questi SMS e molti altri simili, raggruppati in un unico Mittente.

Il sistema di invio è gestito dal servizio informatica della Camera e tiene traccia della delivery al terminale del parlamentare. (anche se forse i parlamentari non lo sanno). Non può succedere che un parlamentare non sia stato raggiunto da un avviso di convocazione che lo priverebbe del suo diritto al voto. Anche per questo non si possono usare le notifiche di iOS e Android.

Però un piccolo intervento per migliorare la vita del parlamentare, anche qui l’Intergruppo Innovazione l’ha fatto, suggerendo al servizio informatica di usare SenderID diversi per ogni tipo di invio, così almeno i messaggi relativi all’aula sono tutti raggruppati omogeneamente, come quelli della commissione, come quelli del gruppo.

Questo consentirebbe di ridurre anche il numero di caratteri inviati, giacché non è più necessario specificare all’interno del testo del messaggio se è riferito ad Assemblea, Gruppo XY, Comm X. Chissà, magari qualche migliaio di euro lo abbiamo fatto risparmiare, con una semplice modifica software.

Il futuro inarrestabile

Con alcuni colleghi dell’Intergruppo Innovazione stiamo lavorando ad un progetto di legge per la cosiddetta “sharing economy”.

La cosa è complicata già dalla definizione.

Dopo un confronto in una cena dell’Intergruppo fu deciso di affrontare il tema per preparare una proposta di legge ragionata, senza fretta, sapendo bene che il tema della sharing economy, prima o poi, sarebbe diventato preminente.

Ci siamo riuniti per la prima volta dopo le ferie estive dell’anno scorso; da allora abbiamo incontrato numerosi operatori ed utenti, come raccontato nel sito dell’Intergruppo Innovazione.

Qualche settimana fa un collega riceve una mail con una richiesta di incontro da parte della country manager di Uber e mi chiede se sono interessato partecipare. Le dico che la prima volta che la incontrai fu a Venezia, in occasione di un convegno sull’Italia digitale, in quelle occasioni le dissi che secondo me UberPop era illecito, non essendo inquadrabile come car pooling, mentre su UberBlack avevo qualche riserva in quanto il quadro normativo è ambiguo.

Naturalmente diversi amici uberentusiasti ritenevano che “il futuro sia inarrestabile”, che Uber sia “figo” e che conseguentemente bisognasse modificare le regole per legalizzare l’azienda.

La mia posizione molto critica su Uber è in ogni caso nota e pubblica, avendo dato conto sul mio blog di tutte le condanne e sanzioni ricevute dall’azienda californiana e avendovi pubblicato tutte le mie censure al riguardo.

Penso anch’io che il futuro sia inarrestabile ma penso anche che, nel regolamentare tutte queste forme di intermediazione, occorra tenere presente tutti gli aspetti, in modo di andare verso un obiettivo socialmente desiderabile: desiderabile per tutti, non desiderabile solo per singole aziende.

Tè verde alla romana

Per discutere anche di questo ci troviamo periodicamente in un luogo pubblico, un ristorante del centro di Roma dove c’è sempre grande presenza di parlamentari di tutti i gruppi, persone di governo, ecc. Non esattamente un luogo nascosto. Inutile dire che si paga sempre alla romana.

Alla cena con la manager di Uber eravamo in 15, di diversi gruppi politici, circa la metà donne. Io ho preso solo un tè verde. C’erano deputati e senatori. C’era chi ha presentato un emendamento alla legge sulla concorrenza che vieti agli NCC (le auto con autista del Noleggio con conducente, intermediate da UberBlack) di usare le corsie preferenziali, in quanto queste sono riservate al trasporto pubblico. Un punto di vista a mio avviso giusto nel principio, a prescindere da qualunque valutazione sul danno che potrebbe avere Uber se i suoi autisti fossero costretti a stare nel traffico come tutti.

Ad un certo punto della cena chiedo alla responsabile di Uber cosa pensi del fatto che spesso una piattaforma di intermediazione tende (per effetto rete e lock-in) a diventare monopolista – per esempio eBay – e mentre lei mi sta per rispondere entrano nel locale un paio di persone che urlano al nostro indirizzo “state ammazzando 80.000 famiglie”, “venduti” ed altri epiteti – diciamo così – folcloristici; non urlano solo, scattano fotografie e fanno riprese mentre ci lanciano facsimile di biglietti da un dollaro.

Quest’ultimo dettaglio mi fa pensare che il raid fosse organizzato, non casuale per aver visto la country manager di Uber entrare in un ristorante frequentato da parlamentari come qualche agenzia ha riportato. Certo, c’è sempre la possibilità che qualcuno che casualmente ha riconosciuto la manager di Uber, casualmente giri con facsimile di denaro in valuta estera in tasca per ogni evenienza.

Il ristoratore si scusa per non averli bloccati, ci dice che pensava che i disturbatori fossero per il ministro Orlando che era seduto ad altro tavolo ma no, erano lì proprio per noi.

Alcune colleghe erano intimorite, io che ero seduto nell’angolo più vicino all’ingresso della sala ho chiesto più volte ai signori che protestavano di sedersi con noi e stare ad ascoltare. Ma loro se ne sono usciti e sono andati di fronte alla finestra della sala ad urlare ancora e a scattare foto.

A quel punto sono uscito per spiegare cosa stavamo facendo, raggiunto poco dopo da una collega preoccupata per me. Appena arrivato in mezzo al parapiglia ho subito fatto presente di avere quattro vertebre rotte e che se fossi caduto avrei potuto correre seri rischi. Un paio di loro, i più accaldati, sono stati sollevati di peso ed allontanati dai colleghi.

Mi hanno fotografato, ripreso e registrato tutto il tempo

Continuavano a urlare, qualcuno con toni decisamente esagitati; con alcuni ho cercato di parlare, ho detto loro chi ero e come la pensavo, ho chiesto di leggere le cose che avevo scritto su Uber, cercando di spiegare che stavano sbagliando bersaglio. Ho invitato ancora qualcuno di loro a entrare e sedersi con noi.

Uno di loro mi ha detto “ma lei lo sa che il 20% di quello che paga l’utente se lo prendono loro, lo portano all’estero e non pagano le tasse?” – “e che, non lo so? Ci ho scritto articoli da un anno sul tema” e sul suo telefonino ho fatto per scaricargli un file con un mio saggio. Prima di poter completare l’operazione si è allontanato.

Mi hanno fotografato, ripreso e registrato tutto il tempo.

E devo essere stato abbastanza bravo, se non è stato diffuso il video nemmeno di una breve battuta potenzialmente equivoca. Solo un po’ di foto, finite in una fotogallery di un sito di un quotidiano e un lancio di agenzia (si vede che giornalisti e fotografo passavano lì per caso attorno alle 23).

A un certo punto sono arrivati due carabinieri (il ristorante è dietro una sede di carabinieri) chiedendo cosa stesse succedendo. A quel punto sono rientrato per cercare di concludere l’incontro ma non è stato possibile riprendere la discussione. L’argomento principale è diventato come fare ad uscire incolumi da questa storia. Per tutti noi era la prima volta, non ci eravamo mai trovati in una situazione del genere.

Siamo usciti un po’ a gruppetti, mentre alcuni di noi si sono fermati a parlare con alcuni dei protestanti altri tiravano dritto. Un collega li ha fotografati. A me, quando ero uscito a parlare, sembravano una cinquantina, ma non sono bravo a valutare.

E dopo il primo articolo pubblicato sul web è iniziato il bombardamento di ingiurie su twitter. Ho risposto (credo) a tutti, fornendo i link alle cose che ho scritto su Uber e la sharing economy. Con scarso successo.

Qualche giorno dopo l’Intergruppo ha ricevuto questa mail:

Buongiorno,
sono xx yy general manager di zz, società del gruppo ww. ZZ è la più grande applicazione per tassisti con licenza ecc. ecc. Siamo operativi … stiano riscontrando grande successo. Alla luce della cena con la GM di Uber ci chiediamo come mai non siamo stati convocati anche noi a parlare con voi visto che noi innoviamo, creiamo occupazione ma rispettiamo la legge.
Chiediamo quindi di essere ascoltati urgentemente per poter anche noi contribuire al dibattito in corso. Il mio cellulare
in attesa di riscontro
cordialmente

La risposta semplice, è che non hanno mai chiesto di incontrarci e quanto al tono, beh, giudicate voi.

Dal mondo delle rappresentanze dei taxi, per adesso, nulla.

Mentre quella sera cercavo un confronto con i taxisti, mi ero accorto che le mie parole non entravano, scivolavano come l’acqua su un’anguria. Forse alcuni di loro erano in buona fede, forse sono stati stimolati raccontandogli mezze verità utili allo scopo. Di certo non erano interessati al merito di quello che gli stavo dicendo.
Qualcosa si è rotto?
Dopo quella sera ho la brutta sensazione che qualcosa si sia rotto. Da allora mi chiedo chi me lo faccia fare.

Il punto è che ero giovane e inesperto, come tanti miei colleghi dell’Intergruppo Innovazione, in gran parte neoparlamentari. E adesso abbiamo imparato la lezione. La vicenda dei tassisti non era una questione di merito, ma solo una scusa per finire sui giornali con delle dichiarazioni, senza alcuna considerazione delle persone coinvolte, danni collaterali di una operazione di comunicazione di qualche collega che sapeva dell’incontro (non era segreto!). Ma noi non l’avevamo capito per la nostra inesperienza.

Credo sia stata questa inesperienza politica l’ingrediente che – almeno fino a qualche tempo fa – teneva assieme l’I

 

 

ntergruppo e gli consentiva di occuparsi trasversalmente del merito degli argomenti. La fiducia, costruita con tanto lavoro, di chi credeva si potesse agire concretamente senza cadere nelle schermaglie da eterna campagna elettorale tra opposti schieramenti.

Adesso più di uno dei componenti dell’Intergruppo mi ha detto “non mi fido più a scrivere nella mailing list, perché qualcuno non ha esitato per fini propagandistici a sputtanare i colleghi”. Altri si chiedono se parteciperanno ancora agli incontri dell’Intergruppo, se il prezzo da pagare è il rischio di essere messi ingiustificatamente alla berlina.

Ci abbiamo messo tanto tempo e impegno a superare diffidenze e preconcetti, per creare una bella cosa che ha portato tanti risultati positivi. Nei prossimi due mesi, dopo la pausa estiva, vedremo se il meccanismo si sarà rotto in modo irreparabile.

l'autore
Stefano Quintarelli

Nato nel 1965, sposato con Alessandra, papà di Chiara e Irene. Informatico (ho iniziato a interessarmi di informatica nel 1979) ho sempre lavorato nelle telecomunicazioni/internet (dal 1985), temporaneamente dedito ad attività parlamentare.