Dentro l’Italia digitale

Dentro l’Italia digitale

07.12.2017 | Dall’internet delle cose ai big data, tra entusiasmi e timori: a che punto è la digital transformation nel nostro paese?

Sono stato in giro per l’Italia negli ultimi mesi, a moderare gli incontri di TIM per l’Italia digitale. Il tour è partito da Padova, poi il roadshow è passato per Milano, Bologna, Roma, per concludersi a Napoli qualche giorno fa.  Benché per ogni data fosse stato immaginato un tema specifico (la sicurezza informatica, l’internet delle cose, i big data, la sanità digitale) alla fine il filo conduttore di tutti gli eventi è stato quello di una grande discussione pubblica sulla trasformazione digitale. Le grandi possibilità che lascia immaginare, le incertezze che crea: gli entusiasmi e i timori, tutti assieme, uniti in un unico inestricabile sentimento di attesa e curiosità.

Si trattava, a tutti gli effetti, di eventi business, dedicati a un pubblico di addetti ai lavori: da una parte TIM e la sua offerta commerciale, dall’altra i suoi partner pubblici e privati e i nuovi potenziali clienti. Eppure, fin da subito, la mia personale impressione è stata che il fulcro di ogni incontro fosse strettamente legato alle persone, ben al di là del loro ruolo in quel momento.

Penso sia evidente a tutti che stiamo attraversando una sorta di periodo di mezzo: la società si sta trasformando con grande rapidità e il digitale detta la linea per tutti, in tutto il mondo, con il piglio un po’ brutale di chi ti sta chiedendo insistentemente da che parte vuoi stare.

Così, la prima cosa che ho capito durante questi incontri è che aziende e persone reagiscono alla trasformazione digitale in maniere molto simili. Si è discusso di sicurezza informatica, anche alla luce del prossimo Regolamento Europeo in vigore dal 2018, e abbiamo ascoltato dal pubblico i timori delle piccole aziende alle quali l’Europa chiede adempimenti e responsabilità molto forti; abbiamo discusso della “internet delle cose” che abilita futuri scenari in mobilità molto eccitanti, anche legati al prossimo 5G, e contemporaneamente consente al frigorifero di casa nostra (o a un qualsiasi altro oggetto connesso, come ci ha spiegato Matteo Flora a Milano) di partecipare a un attacco DDOS  a nostra insaputa. Abbiamo spesso citato la centralità dei data center (come quello che TIM ha recentemente aperto ad Acilia) per una gestione univoca dei dati (delle aziende e delle persone) e dei big data, mentre il paese fatica da anni a dotarsi di una Anagrafe digitale nazionale. Insomma abbiamo esplorato, in giro per l’Italia, opportunità e contraddizioni, possibilità e rischi. E ciò che ne è uscito è il polso del paese.

La seconda cosa che ho imparato durante gli incontri di TIM per l’Italia digitale è che alle aziende tecnologiche è oggi riservato un ruolo che esse stesse spesso non immaginano di avere. In un mondo in cui la tecnologia aumenta la complessità dei rapporti fra i vari soggetti della società (i cittadini, le aziende, l’amministrazione, il governo) ad aziende come TIM è riservata un’opportunità che mai si era presentata in passato: quella di immaginarsi come interfaccia fiduciaria per tutti i propri clienti. Un numero non amplissimo di aziende del software, della TLC e dell’hardware possono oggi immaginare loro stesse accanto ai propri clienti come mai è avvenuto prima. Non più soltanto fornitori di servizi ma garanti della vita stessa delle persone e delle aziende. Accanto perché, semplicemente, nel lungo periodo, gli interessi (anche economici, perché no) dei clienti e dei fornitori di piattaforma tenderanno a coincidere. Un simile punto di vista rivoluziona totalmente l’idea di relazione azienda-cliente.

 

Dentro la trasformazione digitale il valore più rappresentativo oggi è l’essere connessi. Ed essere connessi, nel momento in cui parti rilevanti della nostra vita diventano digitali, significa assegnare un valore culturale alle piattaforme a cui ci si affida. Un valore che evidentemente le piattaforme dovranno sapersi meritare. In questa nuova possibile relazione, secondo me, si ritrova l’interesse principale di incontri come quelli che ho moderato in questi mesi in giro per l’Italia: esplorare una relazione, annusarsi, vedere se ci sono margini per fare un po’ di strada assieme.

Confrontarsi con gli altri è sempre utile, specie per le aziende più importanti che, dentro la loro grandezza, comunicano spesso un senso di distanza e poca sensibilità nei confronti dei problemi dei loro clienti. In relazione a questo, il tour in giro per il paese di “TIM per l’Italia digitale” è stato uno dei molti modi possibili per spezzare un diaframma percepito fra il grande e il piccolo. Aprirsi agli altri trasforma le aziende in quello che sono veramente: gruppi di persone che hanno i medesimi entusiasmi, le stesse perplessità e perfino paure simili a quelle di tutti noi. Esperimenti identitari da ripetere più spesso, perché anche da quelle parti, dentro le relazioni fiduciarie, passerà il valore di aziende come TIM nei prossimi anni.

l'autore
Massimo Mantellini

È uno dei più noti commentatori della rete italiana. Blogger, editorialista per Punto Informatico, Il Post e L’Espresso, si occupa da oltre un decennio dei temi legati al diritto all'accesso, alla cultura informatica e alla politica delle reti. Nel 2014 ha scritto per Minimum Fax “La vista da qui, appunti per un’Internet italiana”.