Dalle cabine a WhatsApp, come la tecnologia ha cambiato il giornalismo

Dalle cabine a WhatsApp, come la tecnologia ha cambiato il giornalismo

23.07.2018 | Una conversazione con il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana.

Cominciamo oggi una serie di conversazioni che racconteranno l'impatto della rivoluzione digitale sul mondo del lavoro. Nel tempo daremo spazio e voce a una serie di professionisti, esponenti di settori molto diversi. Cominciamo con uno dei mestieri che le nuove tecnologie hanno più profondamente trasformato - il giornalismo - e lo facciamo incontrando Luciano Fontana, direttore del Corriere della Sera.

Che ricordi ha dell’utilizzo delle prime tecnologie?

Conservo il ricordo di un cambiamento radicale. Quando ho iniziato, come giornalista di cronaca nera a Roma, giravo con una macchina da scrivere portatile della Olivetti e moltissime schede telefoniche in tasca, per non rimanere senza e scongiurare così l’eventualità di non potermi mettere in contatto con la redazione o che il credito della cabina telefonica si esaurisse durante la dettatura del pezzo al dimafonista. Ricordo che poi un giorno ci diedero questi primi ed enormi cellulari, se non sbaglio in quel caso si trattava di un Nokia, e cambiò tutto. Per quanto riguarda il computer invece si trattava di un Apple, molto lento e ingombrante rispetto agli attuali, ma comunque anch’esso ebbe un impatto notevole sul modo in cui svolgevo il mio lavoro.

Quale app o sito controlla per prima cosa la mattina?

Per prima cosa apro il sito del Corriere per controllare come stanno svolgendo il lavoro i colleghi già in redazione e quindi, subito dopo, un’app per il rilevamento dei dati di traffico del giornale. Uso molto anche Twitter, soprattutto in chiave istituzionale, per rilanciare i contenuti prodotti dal nostro giornale, e meno in chiave personale, visto che spesso non ho il tempo per portare avanti lunghe conversazioni. Infine controllo ovviamente i principali siti della concorrenza, in particolare quello de La Repubblica, mentre per quanto riguarda l’estero apro più volte al giorno i siti del New York Times, del Washington Post, del Wall Street Journal e del Financial Times.

Cosa vorrebbe nel suo smartphone che non ha?

Molto banalmente una app che mi permetta di essere sempre in contatto simultaneo con tutti i miei giornalisti sparsi per il mondo e che vada oltre le funzionalità basiche di Whatsapp. Parlando a un livello più personale, sicuramente prima o poi qualcuno inventerà qualche nuova applicazione che troverò utile, ma credo che al momento forse il problema sia l’opposto: esiste cioè un problema di sovraccarico di app e tecnologie. Viviamo in una congestione di servizi che utilizziamo senza più riuscire a farne a meno. Quindi, per un paradosso, direi che forse ci serve proprio qualcosa che ce ne semplifichi l’utilizzo, che metta in fila tutti questi strumenti e ci renda meno compulsivi e disordinati nel loro utilizzo.

C'è invece qualche innovazione o strumento digitale di cui ormai non può fare a meno?

A livello professionale direi i soliti noti: email, Whatsapp, Telegram. Nel privato, per la vita che conduco non uso molto le app di consegna (Deliveroo e simili, NdR) che ora vanno per la maggiore, mentre mi sono utilissime quelle per la gestione e l’organizzazione dei viaggi. E poi, ovviamente, quelle bancarie, al punto che sono mesi se non anni che non metto piede in una banca. In generale comunque non uso moltissime applicazioni, ma quelle che uso le uso molto spesso.

Riuscirebbe a passare un’intera giornata senza mettere mano al telefono o controllare l’email?

Mai. Dato il mio ruolo come direttore di un quotidiano, non riesco mai a staccare interamente, nemmeno per brevissimi periodi di vacanza. Devo poter essere reperibile 24 ore su 24 e anzi, a essere sincero, vivo con una certa angoscia quei momenti in cui per qualche ragione il cellulare non prende o ha qualche problema.

Come immagina l’evoluzione del giornalismo digitale e il futuro della sua sostenibilità economica?

Noi del Corriere abbiamo compiuto una scelta precisa da un paio d’anni: inserire un pay-wall per i nostri articoli. Crediamo infatti che la costruzione di una comunità di abbonati che riconoscono il valore di un giornalismo professionale e di qualità sia l’unica strada per vincere le sfide economiche lanciate dalla trasformazione digitale. Anche perché ormai la pubblicità, che un tempo era il motore del nostro mercato, si sta interamente dirottando sui cosiddetti over the top, ovvero le grandi aziende del settore. Crediamo inoltre che l’inseguimento, in un regime di gratuità, al numero dei click e all’aumento del traffico abbia dimostrato di portare a una deriva dei contenuti verso un costante abbassamento della loro qualità, serietà e attendibilità. All’inizio non è stato semplice far accettare ai lettori, ormai abituati ad avere tutto gratis, l’idea di dover pagare un pay-wall, ma col tempo stiamo riuscendo a convincerne un numero crescente a riconoscere un valore, anche economico, alla nostra professionalità. In questo siamo forse stati anche aiutati dal momento storico e politico, da questioni come le fake news o la virulenza social che hanno fatto capire a molti che un giornalismo professionale e autorevole è un bene democratico da tutelare.

Parlando di fake news, crede che la corsa alla digitalizzazione abbia favorito il loro proliferare?

In certa misura credo che le fake news, una volta chiamate semplicemente bufale, siano sempre esistite e molto spesso, un tempo, erano anche pianificate dalle agenzie di disinformazione degli stessi stati. Quello che è cambiato, con l’avvento di internet, è che ora le bufale hanno un terreno dove proliferare e diffondersi in modo molto più rapido e incontrollato e, soprattutto, se un tempo per chi le fabbricava rappresentavano eventualmente solo un capitale politico, oggi, grazie al meccanismo dei click, le fake news possono diventare anche fonte di grandi utili economici per coloro che le producono e diffondono, il che rappresenta senz’altro un ulteriore incentivo alla loro creazione. Insomma credo che internet sia stato cruciale nel trasformare un fenomeno che esiste da sempre come la chiacchiera da bar in una realtà globale, in grado di determinare gli esiti di elezioni e minacciare le nostre democrazie. Per questo ritengo che la politica dovrebbe fare qualcosa in tal senso, mettere in atto delle contromisure, a partire dall’istruzione, per fare crescere lettori dotati di sufficiente senso critico da distinguere un’informazione autorevole e disinteressata da una bufala creata ad arte per condizionare o addirittura dirottare il dibattito democratico.

 
l'autore
Cesare Alemanni

Illustrazione: Andrea Settimo