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Così l’intelligenza artificiale diventerà adulta

Così l’intelligenza artificiale diventerà adulta

31.10.2019 | Intervista a Jerry Kaplan: “Ma la mente, l’immaginazione e la creatività umana avranno sempre un ruolo fondamentale”.

La Silicon Valley si basa da sempre sul mito della disruption: l’impeto di stravolgere lo status quo in nome di un futuro più veloce e connesso. Da questo punto di vista, Jerry Kaplan incarna alla perfezione lo spirito della baia di San Francisco: 67 anni, imprenditore e futurologo, è una delle voci più ascoltate al mondo in materia di intelligenza artificiale. Negli ultimi anni, il suo interesse si è concentrato sull’evoluzione della AI e sulla possibilità di raggiungere, un giorno, la cosiddetta AGI (artificial general intelligence): l’intelligenza artificiale di livello umano.

Un sogno realizzabile o una semplice utopia? Secondo Kaplan, l’unico modo per immaginare il futuro dell’intelligenza artificiale è capire che cosa sia davvero la AI e quali siano le sue origini, come ha fatto nel saggio Intelligenza artificiale. Guida al futuro prossimo (LUISS University Press). Solo così è possibile comprendere come riescano le macchine a prendere decisioni, se davvero un domani potranno pensare o provare emozioni e anche quali siano le caratteristiche che le rendono complementari all’uomo.

È facile infatti immaginare quali siano i vantaggi delle AI (possono lavorare senza sosta, senza affaticarsi e a velocità per noi inimmaginabili), meno scontato è individuare le abilità che contraddistinguono l’uomo e che le macchine non potranno mai imitare. “La capacità umana più preziosa è la collaborazione e la comunicazione con le altre persone, in modo empatico e genuino”, racconta Kaplan a Le Macchine Volanti. “Non penso però che si possa parlare di ‘collaborazione’ con le macchine. Le intelligenze artificiali sono degli strumenti che possiamo usare come preferiamo. Noi umani trattiamo le persone diversamente da come trattiamo le macchine e, in un certo senso, già questa è un’altra cruciale differenza che ci distingue dalle macchine, che non hanno questa abilità e probabilmente non la possederanno mai”.

“Il settore dell’intelligenza artificiale deve diventare una scienza rigorosa, con fondamenta teoriche solide"

Eppure, nel suo ultimo saggio, Kaplan si riferisce alle intelligenze artificiali in termini abbastanza umani, segnalando come stiano oggi vivendo la fase dell’adolescenza. Una definizione che racconta bene come questa tecnologia – nonostante sia utilizzata in sempre più campi e con ruoli sempre più importanti (basti pensare ai software medici che hanno il compito di analizzare le radiografie) – abbia ancora enormi margini di sviluppo. Che cosa dovremmo quindi aspettarci da un’intelligenza artificiale adulta? “Il settore dell’intelligenza artificiale deve diventare una scienza rigorosa, con fondamenta teoriche solide che permettono di eseguire test oggettivi, come avviene nella fisica, nella chimica, ecc.”, prosegue il futurologo statunitense. 

È questo, probabilmente, il presupposto per far progredire le AI: sottoporre gli algoritmi di deep learning a dei test rigorosi ci permetterebbe di comprendere sempre meglio il loro funzionamento e quindi sfruttarne al massimo le potenzialità: “Non è chiaro però se la AI potrà mai diventerà adulta”, precisa Kaplan. “Perché ci siano evidenti progressi, gli esperti devono necessariamente ideare una qualche teoria unica dell’intelligenza. Questa teoria, a sua volta, dovrebbe consentire notevoli progressi nel settore. Ma non possiamo sapere quando tutto ciò succederà: cercare di prevedere le tempistiche con cui potrebbero verificarsi alcune scoperte è impossibile”.

Una cosa invece è certa, l’evoluzione delle intelligenze artificiali affascina moltissimo l’uomo, che continua a immaginarne il futuro nelle opere di fantascienza: “L’AI è un buon soggetto per la fantascienza, perché viene sempre presentata come un tentativo di riprodurre l’intelligenza umana”, conferma Kaplan. “Ma le AI non sono questo: sono una nuova forma di automazione, dei software estremamente sofisticati in grado di analizzare enormi archivi di dati senza struttura. Quando la si pensa solo come uno strumento tecnologico e statistico, la AI non fa più paura”.

"L’immaginazione umana è l’unica vera immaginazione. Una macchina non possiede una mente, quindi non immagina nulla"

Tutto ciò non deve però farci sottostimare le abilità delle intelligenze artificiali che, nel passato recente, hanno ottenuto risultati che hanno fatto pensare che stessero dando prova di vera intelligenza. È il caso per esempio di AlphaGo, il software che nel 2017 ha sconfitto il campione mondiale di Go – un antichissimo gioco strategico dalle infinite combinazioni – usando mosse che sono state definite “imprevedibili” e che nessun essere umano avrebbe mai utilizzato. 

Proprio per questo, parecchi esperti hanno parlato di una creatività delle macchine: “Le azioni creative, quasi per definizione, non sono prevedibili”, precisa Kaplan. “Ed è per questo che si tende a confondere l’azione imprevedibile di un computer come se fosse una dimostrazione di creatività, ma non è così. L’immaginazione umana è l’unica vera immaginazione. Una macchina non possiede una mente, quindi non immagina nulla; almeno non come lo intendiamo noi umani. Detto questo, i programmi informatici possono ipotizzare e verificare, cosa che potrebbe essere in qualche modo legata all’immaginazione. Ma la mente umana, l’immaginazione e la creatività avranno sempre un ruolo fondamentale”.

Le aspettative che riponiamo nelle intelligenze artificiali, quindi, possono portarci ad antropomorfizzare alcuni loro comportamenti e a riporre in loro aspettative in grado di superare anche gli incredibili traguardi che sono già riuscite a conquistare; suscitando anche timori malriposti che vengono spesso riassunti nel termine scenario alla Terminator. “È inutile sprecare tempo pensando all’apocalisse causata dalle intelligenze artificiali”, conclude Kaplan. “Non esiste un rischio a breve termine ed è poco probabile che mai si verifichi qualcosa del genere. Come ha detto tempo fa un mio amico, preoccuparsi di una intelligenza artificiale ribelle è come preoccuparsi del sovrappopolamento di Marte”.


 

l'autore
Pietro Minto