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Come sarà la città del futuro

Come sarà la città del futuro

05.09.2019 | Ecosostenibili, verdi e a misura d’uomo, ma la strada da percorrere è ancora molto lunga.

Pare che Frank Lloyd Wright e Le Corbusier, le due prime archistar moderne, non si siano mai incontrati di persona. Ciononostante, l’assoluta inconciliabilità delle loro visioni venne a galla in un serrato dibattito pubblico del 1932, consumatosi sulle pagine del New York Times. Secondo Wright, l’ecocittà del futuro – che lui stesso chiamò Broadacre City – sarebbe dovuta essere a bassa densità abitativa, distesa orizzontalmente e dispersa nell’ambiente naturale fino alla scomparsa definitiva del confine tradizionale tra città e campagna, come teorizzato nel suo saggio più noto: The Disappearing City

L’ambizione di Le Corbusier puntava invece a ristabilire l’equilibrio tra uomo e natura attraverso lo sviluppo verticale della metropoli. Il consumo intensivo, più che estensivo, di suolo avrebbe infatti liberato spazio per le aree verdi circostanti e reso la vita in città ecologicamente sostenibile nel lungo periodo. La realizzazione storica forse più celebre del sogno funzionalista di Le Corbusier è Chandigarh, la capitale del Punjab che l’architetto svizzero progettò negli anni 50 su commissione dell’allora primo ministro indiano Jawaharlal Nehru.

Col senno di poi, a imporsi fu la città verticale di Le Corbusier, il paradigma urbanistico tuttora dominante che ha incoraggiato e al tempo stesso assorbito il fenomeno della deruralizzazione: la progressiva migrazione della popolazione rurale verso la città. Secondo una stima delle Nazioni Unite, entro il prossimo anno la popolazione residente nei centri urbani supererà per la prima volta nella storia quella delle campagne, e la crescita maggiore si concentrerà nelle metropoli che contano già oggi più di dieci milioni di abitanti. 

Ma come ha notato Fred Pearce in un recente articolo apparso su Internazionale, l’ipertrofia delle metropoli contemporanee rischia di avere gravi conseguenze ambientali e sociali: “Le città occupano appena il 2 per cento della superficie terrestre, ma consumano tre quarti delle risorse usate ogni anno”. Londra, per esempio, si alimenta delle risorse prodotte su una superficie 125 volte maggiore della propria.

Un esempio della disappearing city di Frank Lloyd Wright

A mettere in discussione la traiettoria dello sviluppo metropolitano c’è poi la sfida del riscaldamento globale. Nelle città con molti abitanti per chilometro quadrato la temperatura tende infatti a essere decisamente più alta, un po’ perché il cemento degli edifici assorbe più energia solare rispetto alle aree verdi, e un po’ perché il calore emesso da condizionatori e automobili si disperde lentamente fuori dalla barriera di grattacieli che disegna il profilo verticale delle moderne metropoli. Tenendo conto del riscaldamento globale e della maggiore temperatura registrata in città rispetto alle zone rurali, uno studio del Politecnico di Zurigo ha previsto che nel 2050 Madrid avrà l’attuale clima di Marrakech, Stoccolma quello di Budapest, Londra di Barcellona, Seattle di San Francisco e Tokyo di Changsha. Se nulla verrà fatto per invertire la spirale rovinosa in cui sono incappate, le metropoli del futuro rischiano di diventare drammaticamente roventi.

Come sottolinea lo stesso Pearce nel suo articolo, neanche il ritorno alla campagna sul modello di Wright – posto che sia ancora possibile – è oggi una soluzione auspicabile. L’approccio urbanistico messo a punto dall’architetto del Wisconsin per le città del terzo millennio idealizzava infatti la mobilità e la libertà degli spostamenti in automobile, un fardello di cui le metropoli ipercongestionate dei giorni nostri si stanno solo ora faticosamente liberando. Le città sempre più calde del futuro dovranno dunque trovare necessariamente in se stesse la soluzione ai propri mali, ed è quello che stanno già facendo. 

Un po’ in tutto il mondo, infatti, governi, urbanisti e architetti si stanno attrezzando per riprogettare congiuntamente le metropoli ecologiche di domani. Gli esempi in questo senso si sprecano. A Melbourne, per dire, è stata da poco realizzata la nuova sede dell’amministrazione comunale, autonoma per l’85% dell’energia elettrica che consuma e per il 70% del fabbisogno idrico. Il nuovo Reichstag di Berlino sfrutta invece un olio combustibile vegetale e senza carbonio per ridurre del 94% le proprie emissioni. Entro il 2030, a Milano saranno piantumati circa tre milioni di alberi grazie al progetto di riforestazione urbana “ForestaMi”, che vede come responsabile scientifico Stefano Boeri, l’architetto noto per aver ideato l’innovativo Bosco Verticale oggi esportato in tutto il mondo. Passando agli Stati Uniti, l’amministrazione di Los Angeles ha recentemente varato un piano di adattamento climatico con cui conta di ridurre di un grado e mezzo la temperatura media di una delle più torride città degli Stati Uniti, mediante rivestimenti stradali in grado di riflettere i raggi solari, sistemi di recupero dell’acqua piovana e riforestazione urbana. 

Nel novembre del 2018, infine, il governo indiano ha lanciato il Global Cooling Price, un concorso da tre milioni di dollari per sviluppare nuove tecnologie di raffreddamento degli ambienti domestici e di lavoro in città. Il sistema di condizionamento attualmente più diffuso è infatti responsabile del 12% delle emissioni di gas serra e consuma enormi quantità di energia elettrica, ma secondo uno studio dell’Università di Buffalo potrebbe essere presto rimpiazzato dalle tecnologie del raffreddamento radiativo, completamente electricity-free e impiegabili su larga scala anche nei contesti urbani.

Tuttavia, progettare le metropoli del futuro non è solamente una questione di sostenibilità ambientale. Come ha scritto Sabrina Weiss in un articolo per Wired, “man mano che le persone diventano più consapevoli dell’influenza dell’ambiente di vita sulla loro salute e sul loro benessere, gli architetti e gli urbanisti cominciano a considerare gli effetti sociali e psicologici della configurazione spaziale allo scopo di ridurre la solitudine e l’isolamento, migliorare la qualità della vita e garantire agli individui e alle comunità il perseguimento della felicità”. Ecco quindi che la sfida per i progettisti del terzo millennio è quella di rendere le città al tempo stesso sostenibili e inclusive, energeticamente efficienti e attente ai bisogni di socializzazione e realizzazione personale di residenti e city users.

Strano ma vero, un aiuto decisivo in questo senso arriva dalla psicologia architettonica e urbanistica, una disciplina nata in anni recenti che cerca di analizzare gli effetti psicologici della vita in città e della configurazione degli spazi urbani. Capita infatti sempre più di frequente che psicologi e progettisti lavorino fianco a fianco in piani di ricerca e sviluppo volti a rendere le città luoghi più vivibili e soddisfacenti. In un esperimento condotto nel 2018 da un team di neuroscienziati e urbanisti dell’Università canadese di Waterloo, per esempio, i partecipanti dichiaravano livelli più alti di felicità, sicurezza e fiducia interpersonale in prossimità di luoghi appositamente predisposti dai progettisti per aumentare il senso di benessere e incoraggiare la socializzazione, come aree verdi o attraversamenti pedonali colorati. 

Un gruppo multidisciplinare dell’Università del Michigan ha invece dimostrato come una breve esposizione giornaliera ad aree verdi in un ambiente urbano riduca significativamente lo stress e i sintomi della depressione. In questo senso, piantare alberi lungo le strade cittadine contribuisce non solo ad abbassare la temperatura – in una giornata estiva da un albero adulto evaporano fino a 400 litri d’acqua che raffreddano l’aria nei paraggi – ma anche a migliorare le condizioni di benessere fisico e mentale di chi vive in città.

Anche a Londra, architetti e urbanisti stanno attingendo a piene mani dalla psicologia applicata ai contesti urbani per realizzare ambienti in cui le persone siano più felici di vivere e lavorare. Uno studio condotto nella City dal neuroscienziato Robin Mazumder mediante l’uso di tecnologie per la realtà aumentata ha per esempio dimostrato che il livello di stress tende a essere maggiore nelle aree in cui si è circondati da grattacieli di grandi dimensioni. Sempre a Londra, l’istituto di ricerca CentricLab ha invece classificato i diversi quartieri della città in base alla presenza di altri fattori che possono causare stress, quali la temperatura dell’aria, l’afflusso di veicoli, la densità abitativa, l’inquinamento sonoro e luminoso. Scopo dichiarato della ricerca era quello di individuare le zone più critiche della città, su cui architetti e urbanisti possono ora concentrare i propri interventi.

Certo, le ricerche condotte da gruppi misti di urbanisti e psicologi per rendere più sostenibile e al tempo stesso meno alienante l’esperienza della metropoli rappresentano ancora un’eccezione, ma si stanno diffondendo rapidamente un po’ in tutto il mondo. Segno che un nuovo paradigma metropolitano, più modesto e partecipativo, è ormai alle porte. Con buona pace delle archistar del secolo andato.


 

l'autore
Alessio Giacometti