Che fine ha fatto Neuralink?

Che fine ha fatto Neuralink?

23.04.2018 | I progressi della società di Elon Musk, che punta a unire mente umana e computer, sono avvolti nel mistero.

Il 27 marzo 2017, il Wall Street Journal è stata la prima testata a scrivere di Neuralink: la nuova sfida in cui si stava cimentando l’imprenditore visionario Elon Musk. L’obiettivo con cui la startup veniva presentata al mondo era di quelli ambiziosi: collegare il cervello umano ai computer attraverso l’impianto di una cosiddetta interfaccia neurale, integrata in maniera così naturale all’interno dell’organo umano da presentare la tecnologia con la metafora del “cappello di un mago”, capace di far comunicare uomo e macchine.

Lo sviluppo di una BCI (brain-computer interface) sarebbe il primo passo per arrivare a un obiettivo ancora più elevato: permettere di comunicare e di ricevere informazioni da una macchina solo con la forza del pensiero, fino alla possibilità di caricare il cervello su un computer o sul cloud (un risultato che si prefigge anche la startup Kernel creata nel 2015 dall’imprenditore Bryan Johnson).

Il progetto, nonostante richieda a livello pratico ancora una lunga strada da percorrere, può essere perfettamente inserito all’interno del transumanesimo: una corrente tecno-futurista che si pone l’obiettivo di migliorare le capacità umane grazie alla tecnologia.

Proprio per il fascino suscitato dal progetto, Neuralink aveva attirato l’attenzione di tutti i media, che ne avevano esaltato le prospettive visionarie; salvo scomparire quasi del tutto dai radar nel giro di pochi mesi. Dopo una fiammata di interesse iniziale in cui si era discusso a lungo delle possibile soluzioni a livello tecnico e scientifico adottabili dalla società, i suoi progetti sono quasi scivolati nel dimenticatoio; anche a causa delle scarsissime informazioni fatte trapelare da Elon Musk e dalla stessa Neuralink.

Mentre i progetti di Tesla, Space X o della Boring Company sono spesso oggetto degli interventi di Elon Musk sui social, l’imprenditore non ha pressoché mai parlato della sua nuova società e del suo fine ultimo: trasformare l’uomo in un cyborg per tenere testa all’avanzata delle macchine intelligenti.

Uno dei rarissimi tweet di Musk su Neuralink (risalente all’agosto scorso) era arrivato in risposta a un giornalista del Wall Street Journal per smentire che la società stesse raccogliendo fondi per sostenere le sue attività. Per trovare un’altra occasione, bisogna andare addirittura ad aprile: in quel caso l’imprenditore annunciava l’imminente pubblicazione online di un lunghissimo articolo su Wait But Why, in cui a una prima parte che spiegava in maniera divulgativa elementi di anatomia del cervello e le basi dell’interfaccia cervello-computer, seguiva un “colloquio-manifesto” con Musk sugli obiettivi della società.

L’imprenditore nell’occasione aveva sottolineato come i primi beneficiari delle tecnologie BMI sarebbero state persone con danni cerebrali, problemi di memoria o di movimento; con la promessa di portare queste innovazioni sul mercato nel giro quattro anni. Per fare questo, Musk ha riunito intorno a sé una squadra composta da ingegneri elettronici, esperti di interfacce impiantabili e della cosiddetta “neural dust”, chip di piccolissime dimensioni che vengono inseriti all’interno del cervello e che sono l’ultima frontiera dell’interfaccia cervello-computer. Tra questi esperti, è presente anche uno studioso di BMI da impiantare sugli animali.

E proprio un’indiscrezione sull’argomento, riportata per primo da Gizmodo, ha di nuovo fatto parlare di Neuralink alla fine di marzo, dopo mesi di pressoché totale silenzio. Il sito descriveva i piani della società di effettuare test su animali per portare avanti le proprie ricerche. Una decisione che dai documenti citati da Gizmodo era già evidente dal febbraio del 2017, ancora prima che fosse rivelata al pubblico l’esistenza di Neuralink. Risale infatti a quel periodo la comunicazione all’ufficio comunale competente di trasformare il secondo piano dell’edificio occupato dalla società a San Francisco in un laboratorio in cui si lavorava con cavie.

Una circostanza che secondo il sito è però sempre stata tenuta nascosta per una motivazione ben precisa: i test in campo scientifico su animali sono un tema ancora divisivo nell’opinione pubblica. Meglio mantenere un basso profilo facendo credere che ricerche con un profondo impatto sulle condizioni dell’uomo possano procedere senza l’utilizzo di test in laboratorio.

 

Se Elon Musk continuerà a dedicare alla società circa il 5% del suo tempo, il rischio di non avere notizie per ancora lungo tempo è molto elevato.

Ciò che però rende la situazione ancora meno chiara è che a una successiva richiesta di informazioni da parte dell’Ufficio comunale sul progetto per la realizzazione dei laboratori, Neuralink non abbia mai fornito una risposta. In un secondo momento è sembrato che la società volesse realizzare le strutture in un altro edificio rispetto a quello iniziale a San Francisco.

Ma la necessità di utilizzare modelli animali è confermata anche da una successiva richiesta dell’aprile 2017 al Dipartimento di Salute pubblica dell’Università della California, in cui si chiede il permesso di mantenere e sfruttare animali da laboratorio. Un permesso che è stato accordato nel mese successivo ma che ora è in scadenza: al momento non è però stato richiesto un rinnovo.

Secondo Gizmodo, in mancanza di qualunque comunicazione ufficiale sullo stato di avanzamento delle ricerche, alcune ipotesi sulla loro natura possono essere fatte andando a leggere le posizioni aperte all’interno della società. Queste solo le uniche vere informazioni che si possono trovare sullo scarno sito di Neuralink.

La prima cosa interessante da notare è che la sede di lavoro è sempre San Francisco, elemento che allontana l’ipotesi di apertura di altri laboratori. Ma quello che pare più evidente ancora è che la società sembri voler realizzare in casa tutte tecnologie impiantabili. Tra le professionalità ricercate si trovano infatti quasi esclusivamente ingegneri meccanici, informatici ed esperti di nanotecnologie. A supporto di un forte investimento nella produzione della tecnologia, e non soltanto nei test, c’è anche il fatto che nella richiesta al comune di San Francisco si parlava di un allestimento di un piano dell’edificio dedicato proprio a queste attività.

A un anno dal suo svelamento, è impossibile dire se Neuralink abbia o meno raggiunto qualche risultato, come non conosciamo in alcun modo l’avanzamento delle ricerche in corso. Certo è che se Elon Musk continuerà – come dichiarato nel giugno 2017 – a dedicare alla società circa il 5% del suo tempo (principalmente rivolto a Tesla e SpaceX), il rischio di non avere notizie per ancora lungo tempo è molto elevato.

l'autore
Enrico Forzinetti