Always on: una vita incollati agli smartphone

Always on: una vita incollati agli smartphone

26.11.2018 | Intervista a Nicholas Carr: “Internet può essere molto dannoso, ma confido nelle nuove generazioni”.

Aveva profetizzato la crescente dipendenza delle persone dagli schermi digitali e i suoi effetti negativi prima del boom degli smartphone e dei social network. E ora sempre più studi gli danno ragione: Nicholas Carr aveva probabilmente colto nel segno già nel 2008, quando pubblicò il libro The Big Switch (Il lato oscuro della rete, in italiano) e il suo notissimo articolo Is Google Making Us Stupid?.

Nel libro successivo, The Shallows (2010), Carr rincarava la dose; notando come il multitasking incoraggiato da internet e dagli smartphone stesse minando una delle competenze cognitive più importanti per l’essere umano della società moderna: quella di rimanere concentrati a lungo su un compito. Competenza peraltro “recente”, da un punto di vista evolutivo, e di conseguenza molto fragile. L’uomo preistorico, segnala Carr, non poteva permettersi di restare concentrato a lungo su un singolo compito, perché avrebbe corso il rischio di finire vittima di un predatore. Stiamo forse regredendo sulla scala evolutiva? Nicholas Carr, raggiunto al telefono, continua a pensarla così. Dice di trovarsi in una fase di riflessione, in cui “sono a caccia di idee per un prossimo libro, ma ancora non sono riuscito – io stesso, ironicamente – a focalizzarne una forte”.

Carr, che cosa le stimola riflessioni in questo periodo?

Trovo stimolante la natura dei media. Negli ultimi vent’anni abbiamo avuto tre filoni separati: comunicazione, media, computing. E ora, di colpo, tutti convergono sul digitale. È un nuovo fenomeno. Alcuni lo chiamano “personalized media”, ma lo trovo riduttivo. La definizione non riflette il potere assunto dai digital media. Ecco, sto lavorando a una teoria che spieghi cosa significhi “media” oggi, ma sono ancora lontano da una risposta.

Ma rispetto al suo famosissimo Google (ossia internet) ci rende stupidi che cosa sta cambiando?

Negli ultimi cinque anni sono stati prodotti molti studi sugli effetti cognitivi collegati al boom di social media e smartphone, che ancora non c’erano ai tempi di quell'articolo. E le ricerche ci dicono che ora il digitale, ancora di più, incoraggia il pensiero superficiale e scoraggia la concentrazione, l’approfondimento.

Quali studi?

Il più forte mi sembra quello dell’università del Texas, svolto con la partecipazione di 500 persone. Rileva che se c’è un cellulare vicino a noi, anche se spento, può far calare la nostra capacità cognitiva. Si riduce la qualità del nostro pensiero, in altre parole. Basta spostarlo in un'altra stanza affinché la qualità migliori.

Com’è possibile?

Sembra che le nostre vite siano così intrecciate con gli smartphone che questi assorbono parte della nostra attenzione, ossia dei nostri pensieri, anche quando sono spenti. Magari perché pensiamo di doverlo accendere per controllare le notifiche. O magari stiamo combattendo per sopprimere il desiderio di usarlo. Tutto questo sottrae capacità cognitive.

Un po’ come se ci fosse un processo attivo in background che ruba risorse del processore, per dirla con una metafora informatica-cognitivista.

Sì, altri studi puntano proprio in questa direzione. Se ci pensi è proprio la negazione dei principi di internet, pensati dai suoi padri fondatori. L’accesso a una maggiore quantità di informazione avrebbe dovuto renderci più istruiti: l’ignoranza sarebbe stata sconfitta e la società sarebbe diventata più armoniosa. Non è successo e in certi casi è avvenuto l’opposto.

Ma questo significa che per colpa dei cellulari prestiamo sempre meno attenzione alle cose che contano davvero. E dal momento che il fenomeno è esteso a livello sociale, l’intera società perde capacità di creare opere di alto livello, anche artistiche o culturali.

È quello che suggeriscono queste ricerche. La tecnologia, così diffusa e dominante nelle nostre vite, è d’ostacolo alla capacità di fare cose complesse. Comunque, ci saranno ancora capolavori artistico-culturali e scoperte scientifiche notevoli; grazie al fatto che alcuni riescono a essere immuni al predominio del digitale nei loro pensieri.

Secondo alcuni sociologi però – penso al nostro Giovanni Boccia Artieri, professore a Urbino – è solo questione di adattamento. Con il tempo impareremo a metabolizzare la novità digitale e a dargli il giusto spazio nelle nostre vite. Ora straborda solo perché non ci siamo ancora abituati.

Ma ci siamo già adattati, è proprio questo il problema. Ci siamo adattati fin troppo bene a smartphone e social. Li abbiamo scelti, consapevolmente, per evitare il peso del pensiero complesso.

E che cosa ne pensi delle recenti funzioni lanciate da Google, Facebook, Apple e altri con cui possiamo controllare e limitare il tempo dedicato a questi strumenti?

La buona notizia, dimostrata da queste mosse, è che c’è consapevolezza crescente di questo problema. Ma non so se avranno efficacia, sono scettico.

Quale soluzione, allora?

Non è un mistero. Ci sono tre livelli di soluzione: personale, sociale e commerciale. A livello personale, tutti noi possiamo impegnarci a ridurre la dipendenza da questi strumenti. A livello sociale, bisognerebbe che le norme cambiassero. A livello commerciale, bisognerebbe che cambiasse invece il design delle app più popolari, ora tutte pensate per tenerci “incollati” a loro (addictive by design, dicono alcuni); ma sarebbe da riformare anche il modello di business basato sui dati personali degli utenti. È facile dire cosa bisogna fare: il difficile è farlo.

Quali sono le “norme sociali” da modificare?

È la storia della tecnologia: ogni volta che ne arriva una nuova, come le automobili, si formano nuove norme sociali. Le tecnologie evolvono sempre in norme sociali. Ora il tuo capo si aspetta una risposta immediata alla mail o al messaggio; solo perché la tecnologia in teoria lo consente. Si aspetta quindi che tu sia sempre connesso. Nei college, almeno da noi, molte informazioni e rapporti con i professori avvengono online. Idem il rapporto con gli amici, con le banche, il governo. Le aspettative dell’always on sono integrate nella struttura sociale; persino in quella familiare. C’è una pressione sociale a essere sempre connessi, ormai quasi richiesta per sopravvivere nella società.

Una pressione che però molti avvertono come molesta. Di recente mi è capitato di rompere il cellulare in viaggio e di esserne privo per 24 ore. Ne ho derivato una calma, una pace, un relax che non sentivo da tempo.

È una storia comune. Quando si perde o si rompe il cellulare, la prima reazione è di panico. Poi subentra la calma, una sensazione di liberazione. Ci si rende conto dei suoi aspetti negativi. Ma poi quando torna il cellulare, si torna alle vecchie abitudini. È così difficile cambiare: la società incoraggia questo comportamento compulsivo.

E qual è la tua personale strategia di difesa?

Anche io vi combatto. Ma ho capito una cosa: quanto più sei dipendente dagli strumenti digitali, tanto più ne soffri. Una strategia è non portare sempre il cellulare con te. Quando esci o quando sei nel letto. Ecco, non averlo con sé quanto più possibile. Questo rompe un circolo di dipendenza. Molti consigliano di spegnere le notifiche, che è il modo più forte con cui la tecnologia invade il tuo pensiero. Sempre più persone cancellano i social media dal cellulare. Io ho solo Instagram, con gli amici stretti e parenti. Certo, sacrifichi qualcosa della tua vita sociale, ma per me ne vale la pena. Però non lo suggerirei come modello da seguire: io stesso ci combatto ogni giorno.

Hai invece qualche consiglio a livello normativo, regolatorio?

Sì, penso che l’Europa stia facendo meglio, nel regolare i colossi del digitale, rispetto agli USA. È giusto che gli stati siano più aggressivi nel controllare il loro potere sulle nostre vite. Gli USA hanno avuto un approccio laissez faire e il risultato è che è diventato normale per questi giganti fare soldi con i nostri dati personali e diventare lo spartiacque del dibattito politico; tra fake news e propaganda politica.

Sui giovani noti qualche differenza di comportamento, che possa anche lasciar pensare a un futuro diverso?

Le ricerche suggeriscono che gli adolescenti controllano il cellulare due volte più spesso degli adulti; quindi sono ancora più dipendenti da questi e ne subiscono maggiori effetti negativi. Ma proprio sui giovani conservo motivi di ottimismo.

Quali?

Ogni volta che nella storia si è imposto un fenomeno nella cultura di massa, è emersa anche una contro-cultura. A partire proprio dalle nuove generazioni. Ecco, a questa deteriore e crescente dipendenza dal “sempre connessi”, può nascere una reazione dal basso. Un movimento di giovani che ispiri a maggiore consapevolezza. Anche se ancora non ne vedo molti segnali.

l'autore
Alessandro Longo

Direttore di AgendaDigitale.eu