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Abbiamo messo un piede nell'era del turismo spaziale

Abbiamo messo un piede nell'era del turismo spaziale

10.09.2021 | Un viaggio, lontano dalla Terra: il turismo spaziale non è più prerogativa di romanzi, ma una realtà concreta.

Era il 1835 quando Jules Verne, con “Dalla terra alla luna” diede per la prima volta una forma letteraria al sogno, presente da secoli nella storia umana, di conquistare un altro pianeta. Di lì a un secolo o poco più, quella folle idea è diventata realtà, con le spedizioni di Gagarin e Armstrong, in piena guerra fredda. Oggi ci si sta spingendo oltre, con la prospettiva di rendere per chiunque possibile sganciarsi dal vincolo della gravità terrestre ed esplorare il cosmo o, comunque, le sue porzioni a noi più vicine. Abbiamo messo un piede nell’era del turismo spaziale.

Finanziare la fuga di pochi o salvare il pianeta di tutti?

Sgombriamo subito il campo da facili entusiasmi: con tutta probabilità non ci sarà consentito entro breve di allontanarci centinaia di chilometri dal suolo per osservare il pianeta dal di fuori, né di compiere evoluzioni intorno al nostro satellite, a meno di non poterci permettere di staccare un assegno con molti, troppi zeri. Lo faranno forse i nostri figli o i nostri nipoti, scegliendo di salire a bordo di un razzo anziché di un aereo o di una nave da crociera.  Nel frattempo però quello del turismo spaziale rimane un tema controverso: mentre il pianeta affronta la più grave crisi ambientale dall’apparizione dell’uomo, per molti “i primi passi” della conquista dello spazio sono soprattutto il costoso giocattolo di pochi miliardari in cerca di visibilità. 

SpaceX, Blue Origin e Virgin Galactic. Sono questi i tre nomi più chiacchierati quando si parla di turismo spaziale, guidati da altrettanti magnati (rispettivamente Elon Musk di Tesla, Jeff Bezos di Amazon e Richard Branson del gruppo Virgin) che dopo aver accumulato una fortuna hanno deciso di gettare lo sguardo oltre la stratosfera. Il 2021 verrà ricordato come l’anno dei maiden flight, i primi lanci organizzati con l’obiettivo, nemmeno troppo celato, di mostrare i muscoli, certificare la fattibilità delle iniziative e guadagnare un margine nei confronti della concorrenza, anzitutto dal punto di vista dell’attenzione mediatica.

La pratica non è a ogni modo cosa del tutto nuova. Il millennio si è aperto con l’ingegnere e imprenditore newyorkese Dennis Anthony Tito come primo uomo a raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale per ragioni non legate alle missioni condotte in orbita, viaggiando a bordo del veicolo Sojuz-TM: vi è rimasto una settimana, tra l’aprile e il maggio 2001, a fronte di una spesa quantificata in 20 milioni di dollari. Il progetto fu messo in campo grazie alla collaborazione tra la russa MirCorp e la statunitense Space Adventures, quest’ultima fondata nel 1998 proprio con la volontà di offrire esperienze simili.

Un vezzo per soli ricchi? Il nuovo capriccio dei paperoni? Al momento lo è, senza dubbio. Un sondaggio condotto nel 2020 da Cowen ha rilevato che il 39% di coloro con un patrimonio personale pari ad almeno 5 milioni di dollari è stuzzicato dall’idea e disposto a sborsare 250.000 dollari o più per aggiudicarsi un biglietto.

 

Allacciate le cinture (e incrociate le dita)

 

 

 

Lo sanno bene gli addetti ai lavori: secondo Laura Forczyk, numero uno di Astralytical, «un incidente è inevitabile». Saranno in tal caso decisivi la copertura mediatica dell’evento e gli interventi delle realtà governative a determinare il successo o il fallimento dei progetti.

Entro il 2021, l’attore Tom Cruise e il regista Doug Liman saliranno sul veicolo Dragon 2 di SpaceX per raggiungere la Stazione Spaziale Internazionale e girare a bordo alcune scene di un nuovo film. Alla notizia, Mosca non è rimasta con le mani in mano: faranno altrettanto l’attrice Yulia Peresild e il regista Klim Shipenko, portati in orbita dalla missione Soyuz MS-19 con il supporto dell’agenzia russa Roscosmos. Toccherà poi al programma Artemis della NASA, che mira a creare un insediamento umano autosufficiente sulla Luna entro i prossimi anni. Queste iniziative contribuiranno a far sì che l’opinione pubblica acquisisca familiarità con la prospettiva di una nuova fase dell’esplorazione spaziale.

 

 

Oltre il turismo, in direzione del pianeta rosso

L’interesse per il turismo spaziale ha indubbiamente ravvivato anche quello per le grandi missioni di rilevanza pubblica. Un documento della NASA pubblicato nel maggio 2019, in riferimento a un’ipotetica spedizione con equipaggio su Marte, focalizza l’attenzione sui pericoli connessi alla permanenza nello spazio. Sono cinque i principali pericoli individuati, alcuni in grado di compromettere la salute dell’essere umano e da prendere in considerazione anche per mete non così lontane. Esposizione alle radiazioni con conseguente incremento della possibilità di sviluppare patologie tumorali. Problemi di natura psicologica e comportamentale dovuti all’isolamento e al confinamento prolungati. Impossibilità di gestire le urgenze impreviste a causa della distanza dalla Terra. Impatto sul sistema muscolo-scheletrico dovuto alla permanenza in ambienti con microgravità o gravità artificiale (secondo Nature si è soliti registrare una importante diminuzione della massa muscolare). Altre possibili ripercussioni sulla salute derivanti dalla dimora in un ambiente ostile o comunque diverso rispetto a quello terrestre.

Gli Stati Uniti e più nel dettaglio la NASA stanno puntando a portare il genere umano sul pianeta rosso da ormai quasi un paio di decenni, fin dai tempi della seconda amministrazione Bush, con slanci sostenuti poi dai successori Obama e Trump. Anche l’agenzia spaziale europea ESA sta lavorando in questa direzione, indicando tra il 2030 e il 2035 la finestra temporale utile per l’invio dei primi astronauti.

Sarà così possibile approfondire la conoscenza di Marte, andando oltre ciò che oggi sappiamo grazie alla sua osservazione e ai dati forniti dagli oltre quaranta veicoli già inviati nella sua orbita o sulla sua superficie. C’è inoltre chi ipotizza un obiettivo di più lungo termine, forse utopista, facendo riferimento a una possibilità finora riservata alle pagine della letteratura sci-fi: colonizzarlo, stabilirvi un insediamento che possa garantire la sopravvivenza del genere umano nel malaugurato caso di un evento catastrofico sulla Terra. Il turismo spaziale servirà anche e soprattutto a questo: a fungere da fonte di profitti da investire su tali iniziative.

Con l’esplosione dell’attuale crisi climatica, per molti versi “un evento catastrofico” sta già accadendo, solo apparentemente al rallentatore. Terminata la guerra fredda e dissolta gran parte della rilevanza militare della corsa allo spazio, restano senza risposta alcune domande essenziali: in che modo l’esplorazione dello spazio può aiutarci a vivere in armonia con il nostro pianeta? Quali possono essere le ricadute positive, qui sulla terra? Molte delle scoperte scientifiche e i tanti brevetti nati dagli esperimenti nello spazio, ci è stato insegnato, risolvono problemi della vita di tutti i giorni. La vera sfida che ci attende è capire se potranno contribuire più in generale a risolvere i problemi più ampi del nostro pianeta.

 

Illustrazione di Giorgio Mozzorecchia

 

l'autore
Cristiano Ghidotti