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A cosa serve davvero la blockchain?

A cosa serve davvero la blockchain?

24.10.2019 | Il registro distribuito sta sconfiggendo tutti gli scetticismi. E le criptovalute non c'entrano (quasi) nulla.

Sono passati più di dieci anni da quando Satoshi Nakamoto (pseudonimo dietro il quale non si è mai scoperto chi si celasse) ha inventato la blockchain: il registro distribuito reso sicuro dalla crittografia. Dal 2008 a oggi, però, una domanda ha continuato a circondare questa tecnologia: a che cosa serve per davvero? Una domanda resa ancora più pressante dal fatto che il controverso mondo dei bitcoin e delle altre criptovalute – l’utilizzo originale della blockchain – non è riuscito a diffondersi nel mondo ed è confinato ancora oggi in una nicchia di appassionati. 

Negli ultimi tempi, però, la risposta a questa domanda si sta facendo sempre più chiara: il registro distribuito può giocare un ruolo cruciale nella conservazione e circolazione dei dati personali o sensibili. Grazie alla decentralizzazione (che rende questa tecnologia distribuita e non controllabile da una singola entità) e alla cifratura, la blockchain rende i dati conservati al suo interno immutabili, sempre reperibili, tracciabili e condivisibili in qualsiasi istante. 

Uno dei vantaggi più importanti riguarda i dati sanitari dei cittadini. “Il registro digitale fornisce la garanzia che le informazioni inserite non saranno manomesse o smarrite, consentendo inoltre di portare i propri dati sempre con sé”, ha spiegato per esempio Fabrizio Conicella, general manager del Bioindustry Park di Ivrea. “Adesso, invece, ogni volta che si cambia medico o ci si trasferisce bisogna ricominciare da zero”.

L’identità digitale con la blockchain

Non solo i dati sanitari sono conservati in un database accessibile da chiunque abbia i necessari permessi, ma sono sempre a portata di mano del cittadino, che in questo modo è in grado di recuperarli in qualsiasi momento ne abbia bisogno, anche in caso di emergenza. Un altro aspetto che nel futuro potrebbe diventare cruciale è invece quello dell’identità digitale. “Credo che sia l’applicazione più importante attualmente in fase di sviluppo”, ha raccontato Locke Brown, CEO della startup NuID. “Così come la blockchain ha permesso di dare vita alle prime monete digitali decentralizzate, allo stesso modo questa tecnologia permetterà di creare le prime identità digitali possedute direttamente dagli utenti. Fornire agli utenti la gestione delle loro identità digitali è il primo passo per restituire il possesso dei dati agli individui”. 

In maniera simile, questa tecnologia viene già oggi utilizzata per fornire una sorta di carta d’identità ai prodotti che si muovono lungo la filiera e utile, tracciandone costantemente i dati; e garantendo la provenienza e la qualità in maniera trasparente. Un domani, sempre grazie agli stessi principi, la blockchain potrebbe anche essere impiegata per implementare un voto elettronico sicuro, al riparo da attacchi hacker, a prova di brogli e che si possa effettuare comodamente anche dal computer di casa. 

Attenzione, però, il fatto che i dati siano protetti dalla blockchain – e che la loro corretta trasmissione sia in ogni momento verificabile – non significa che i dati siano genuini di per sé: “I sistemi basati su blockchain non rendono magicamente precisi i dati in essa inseriti o fidate le persone che li inseriscono; semplicemente, consentono all'utente di verificare se qualcosa è stato manomesso. Una persona che ha spruzzato pesticidi su un mango può ancora dichiarare che i manghi sono biologici”, si legge per esempio in un saggio su HackerNoon. Ma questo è inevitabile: nessuna tecnologia può risolvere qualunque problema. Resta il fatto che la blockchain si è dimostrata in grado di migliorare e rendere più efficienti numerosi processi. 

Arriva internet 3.0

Potrebbe essere solo l’inizio: Ethereum è la seconda piattaforma blockchain più nota dopo quella utilizzata per i bitcoin. Il cuore di Ethereum, però, non è tanto la criptomoneta, bensì un’altra applicazione strettamente legata alla blockchain: gli smart contracts. “A differenza di un contratto tradizionale, uno smart contract è scritto in un linguaggio eseguibile da un computer”, si legge su Mind the Gap. Grazie a questo caratteristiche, il contratto intelligente fa sì che gli obblighi previsti al suo interno vengano rispettati nel momento stesso in cui le condizioni sono soddisfatte.

In futuro potremo forse decidere a chi vendere i nostri dati relativi a spostamenti, acquisti, letture, gusti personali e tutte quelle altre informazioni disseminate in rete

Cosa significa? Che, per esempio, attraverso uno smart contract è possibile definire un contratto lavorativo in cui il compenso viene automaticamente versato nel momento in cui gli impegni concordati sono stati assolti (per esempio, data di consegna e approvazione del lavoro); risolvendo così alcuni dei problemi più pressanti per i freelance di tutto il mondo. Ma l’applicazione più ambiziosa della blockchain è un’altra: grazie al registro distribuito in futuro potremo forse decidere a chi vendere i nostri dati relativi a spostamenti, acquisti, letture, gusti personali e tutte quelle altre informazioni disseminate in rete che adesso (una volta aggregate) generano un enorme valore economico che sfugge però ai normali utenti. 

Non è solo immaginazione. Il primo browser basato proprio su un sistema simile è già nato (e sta anche raccogliendo un certo successo): si chiama Brave. In sintesi estrema, Brave punta a integrare l’attuale modello di business del web (la pubblicità) con uno basato sulla sua criptovaluta (BAT, Basic Attention Token). Gli utenti di Brave possono mantenere la pubblicità così com’è adesso oppure usare i BAT per pagare una quota mensile ai propri siti preferiti, e visualizzarli così completamente privi di banner. L’utilizzo di una criptovaluta, al posto dei soldi tradizionali, consente di rendere tutto questo processo privo di frizioni e di poter un giorno diventare una piccola parte di un ecosistema molto più ampio.

Allo stesso modo di Brave, infatti, un equivalente di Dropbox che sfrutti la blockchain potrebbe ricompensare – sempre attraverso le criptovalute – tutti gli utenti che decidono di assegnare una parte della memoria dei loro computer o smartphone per conservare in sicurezza (grazie alla blockchain) i file caricati nel cloud (già oggi stanno sperimentando un sistema simile società come Storj o Filecoin); mentre diventerebbe possibile offrire una ricompensa precisa a chi dona una parte del potere di calcolo del proprio computer o smartphone ai progetti scientifici (un’operazione che oggi può essere solo volontaria).   

Il concetto di base è più semplice di quanto potrebbe sembrare: grazie alla blockchain, tutti gli utenti possono diventare parte dell’infrastruttura di rete e venire ricompensati per aver messo in condivisione memoria, dati, potere di calcolo, pubblicità e quant’altro. Ognuno di noi, in questo modo, diventerebbe parte dell’economia della rete. Dando vita alla internet 3.0.

 

l'autore
Andrea Daniele Signorelli / Illustrazione Benedetta Vialli