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2019, l’anno del turismo spaziale

2019, l’anno del turismo spaziale

01.08.2019 | Dopo due decenni di studi, ci siamo: le prossime vacanze le potremo fare nello spazio. Ma il biglietto è molto caro.

Dennis A. Tito, imprenditore americano, è stato il primo vero ‘ospite pagante’ di una missione spaziale. Nel 2001 versò 20 milioni di dollari per trascorrere poco meno di otto giorni a bordo di Sojuz TM-32, la missione dell’Agenzia Spaziale russa diretta verso la Stazione Spaziale Internazionale. Tito aveva una laurea in astronautica e aeronautica, non era quindi uno sprovveduto dello spazio. Nonostante questo, molti considerano quella data come l’inizio della commercializzazione dei viaggi spaziali. Lo stesso Tito iniziò infatti a lavorare nello space travel business non appena questo venne liberalizzato dal governo degli Stati Uniti, nel 2004. 

Dopo Tito, solo altre sei persone hanno pagato per fare brevi tour nello spazio. Una situazione destinata a cambiare rapidamente: oggi sono già più di 700 le persone che hanno comprato un biglietto Virgin Galactic a un prezzo compreso tra i 200.000 e i 250.000 dollari. Ogni volo potrà ospitare fino a sei passeggeri, che sperimenteranno l’assenza di gravità e guarderanno il mondo da una prospettiva diversa. L’obiettivo di Richard Branson – il fondatore di Virgin Galactic – è quello di aprire un nuovo settore commerciale: il turismo spaziale. 

Tra chi si è prenotato, ci sarebbero anche Leonardo DiCaprio e Justin Bieber, che con i loro contributi hanno portato a oltre 80 milioni di dollari l’ammontare complessivo della caparra versata all’azienda. Secondo Virgin Galactic ci sono altre 2500 richieste in attesa di approvazione per quella che dovrebbe essere “un’esperienza unica lunga qualche giorno”. A giudicare dai numeri, l’obiettivo sembra raggiunto al di là del risultato.

Intervistato da Wired UK, un analista della società di consulenze SpaceWorks ha affermato: “Penso che il 2019 sarà il culmine di due decenni di lavoro nell’ambito del turismo spaziale. E se avremo fortuna, vedremo nascere un settore completamente nuovo”. Cinquant’anni dopo il primo uomo sulla Luna, gli Stati Uniti sembrano pronti ad annunciare un altro “grande passo per l’umanità”: l’esperienza dello spazio come attività ricreativa.

Con il venir meno della Guerra Fredda, il vero motore della corsa allo spazio dal secondo dopoguerra in avanti, la svolta determinante di questo ritorno di fiamma è stata la liberalizzazione di un settore prima appannaggio solo delle agenzie spaziali nazionali e internazionali. I viaggi nello spazio, un tempo un'ingente spesa economica per i paesi che decidevano di investire nel settore, sono diventati da quel momento un’enorme opportunità commerciale. 

Oltre a SpaceX, fondata da Elon Musk, e Blue Origin (di proprietà di Jeff Bezos, il fondatore di Amazon), sono attualmente nove le aziende che hanno firmato dei contratti con la NASA e cercano in ogni modo di trovare nuovi fonti di profitto, a prescindere dal fatto che si tratti di missioni spaziali o di turismo extraterrestre. E a quanto pare, il 2019 potrebbe ufficialmente venir ricordato come l’anno della commercializzazione del turismo spaziale. Secondo Stephen Attenborough, direttore commerciale di Virgin Galactic, dopo anni di duro lavoro la speranza è di garantire una “regolare frequenza di voli nello spazio”. 

Esistono tre tipi di voli spaziali: i voli parabolici (che permettono di ottenere qualche istante di gravità zero senza raggiungere l’orbita terrestre),  i voli sub-orbitali e i voli orbitali, a oggi riservati solo alle agenzie spaziali. In assenza di strutture ricettive nello spazio, quando parliamo di turismo spaziale per ora intendiamo soltanto i voli orbitali di Virgin Galactic. E anche se i prezzi sono calati, si tratta comunque di spendere circa 200mila dollari per passare qualche minuto a galleggiare nel buio e osservare la Terra.

Il veicolo spaziale VSS Unity che effettuerà i voli parabolici turistici.

Più che una vacanza, parliamo di un giro in taxi che permette di affacciarsi al nostro pianeta dall’orbita terrestre, così vicino che non si riesce nemmeno a vedere per intero la sfera che ci ospita. Per ora questo sembra bastare. Nel 2010 il giornalista Jim Clash ha comprato a Virgin Galactic il biglietto numero 610, e nonostante la lunga attesa la sua eccitazione non è svanita. “L’assenza di gravità è una cosa, ma mi concentrerò di più sul panorama”, ha raccontato a Wired UK. “Sarà un’esperienza che mi cambierà la vita”.

L’hype creato dal marketing ha permesso di vendere centinaia di biglietti ancora prima che Virgin Galactic potesse realmente far fare un salto nello spazio a chiunque fosse in grado di permetterselo. Il battage pubblicitario creato dal lancio del Falcon Heavy da parte di SpaceX, inoltre, ha reso chiaro quanto il marketing sia un elemento fondamentale del turismo spaziale. Lo sviluppo di nuovi mezzi dedicati a questa attività richiede fiumi di denaro, e la creazione di un mercato aperto al pubblico è uno dei modi per attrarre investimenti privati. 

Allo stesso tempo, se i tour nello spazio diventeranno più frequenti, il flusso di soldi sarà continuo e permetterà un ulteriore sviluppo del settore. Per il governo americano, il primo committente di queste aziende, la speranza è che la progressiva privatizzazione del settore velocizzi lo sviluppo delle tecnologie di cui ha bisogno per conquistare un ruolo dominante nello spazio, oggi conteso anche da paesi emergenti come l’India e la Cina. Ma non dobbiamo pensare al turismo spaziale come il fine ultimo di queste compagnie. Come in molti altri campi dell’innovazione, durante il percorso di sviluppo di una tecnologia accade spesso di fare importanti scoperte che esulano dall’obiettivo della stessa missione. E questo potrebbe accadere anche grazie alla concorrenza tra aziende private, prime tra tutti Virgin Galactic, Blue Origin e SpaceX.

Gli ultimi due “passeggeri” di un volo nel near space sono stati aspiranti piloti, portati nello spazio da Virgin nel febbraio 2019 assieme al loro istruttore. Il VSS Unity ha raggiunto un’altitudine di 82,7 km, con una velocità in fase di decollo tre volte superiore a quella del suono. Intervistati al loro ritorno, hanno parlato di un’accelerazione molto elevata che – una volta raggiunta la velocità massima e spenti quindi i motori – ha poi lasciato il posto una sorta di galleggiamento nello spazio. A quel punto rimangono solo l’assenza di gravità e il silenzio: la quiete dopo la tempesta, se vogliamo.

l'autore
Roberto Pizzato